Diritto alla caccia? parla Linda Fisher, nativa americana vegana

bird
Tra i miei grandi dipinti colorati e le centinaia di foto di animali nonumani, c’è una piccola foto in bianco e nero – tenuta con cura in una nicchia. È la foto di Capo Seattle, fulcro del mio studio.
Facendo parte degli Ojibway e dei Cherokee, partecipo ai powwow (raduno dei nativi nordamericani – NdT) e ad altre cerimonie indossando con orgoglio i miei gioielli Ojibway.
Ma quando mi perdo nei suoni ipnotici e festosi dei tamburi, non posso ignorare il sentimento spiacevole che mi consuma guardandomi attorno. Sono circondata da centinaia di oggetti in cuoio, piume e chincaglierie con parti di corpi di animali nonumani – zampe d’orso, denti di puma, carapaci di tartaruga, e ossa di balena – tutto in nome del fiero commercio indiano.
Mi sento rattristata e lacerata da ciò che vedo.
Nella moderna cultura occidentale, molti di noi, inclusi gli amerindiani, non hanno più bisogno di cacciare per sopravvivere. Nonostante ciò, spesso associamo l’indiano – anche l’indiano contemporaneo – all’uso e all’abbigliamento di pelli, pellicce e piume di animali nonumani.
Vi assicuro che anche se evito pelli e pellicce e seguo una dieta vegana, la mia indianità è fondamentale per chi io sono. È lo stesso anche per mia madre che è sia un’anziana della nostra tribù degli Ojibway, sia vegetariana. Non sono i nostri capelli e occhi scuri o il nostro volto dalle fattezze indiane a dire chi siamo, ma qualcosa di più profondo, che non appare: la responsabilità verso gli insegnamenti dei nostri antenati Ojibway.
Quando mi sento a disagio tra la mia gente, circondata da pellicce e pelli, ripenso alle parole di Capo Seattle. La sua saggezza mi ispira e mi rende fiera delle mie origini indiane. Capo Seattle visse nel 1700 e fu considerato uno dei maggiori oratori indiani. Un uomo di grande saggezza, onorato e rispettato non solo dalla sua gente, ma anche da molti non-indiani. Egli parlò per lo più delle nostre tradizioni, della nostra spiritualità, reclamando semplicemente il rispetto per Madre Terra e i suoi esseri viventi.
Gli indiani di ieri erano degli ambientalisti. Avevano capito i pericoli insiti nel gravare la terra e le sue creature. Tanto che nessuna specie sarebbe mai stata cacciata fino a ridurla drasticamente o a eliminarla, nemmeno per scopi religiosi.
C’era un tempo in cui i nativi americani erano reputati dei pagani perché consideravano la terra come Madre. Credevano che non solo gli animali nonumani, ma anche le rocce e gli alberi avessero uno spirito. Gli indiani osservavano i messaggi della Terra quando dovevano prendere delle decisioni. Seguivano le indicazioni della natura e uccidevano solo per sopravvivere. I documenti storici dimostrano che già nel 1700, l’inquinamento e il sudiciume dei bianchi offendevano la gente indiana. La filosofia nativa americana, un tempo considerata pagana e barbara, è ora un pensiero riconosciuto, infatti è considerato “politically correct”.
Eppure, quando sento che alcuni indiani odierni massacrano le balene in nome della tradizione, che uccidono le aquile per scopi cerimoniali o che distruggono qualsiasi animale nonumano per vanità e “tradizione”, mi chiedo cosa sia successo e cosa sia cambiato. In un mondo in cui la maggior parte della gente sostituisce le armi con le macchine fotografiche, la filosofia indiana è fuori moda e scorretta per la mia gente? Possiamo mantenere le tradizioni e considerarci ecologici?
Un tempo i Maya sacrificavano delle giovani ragazze, gettandole in fosse profonde per placare gli dei. Le tribù delle giungle della Nuova Guinea e della Nuova Zelanda praticavano fino a tempi recenti il cannibalismo per ragioni spirituali e religiose. Quando gli europei invasero quei territori, tali pratiche religiose furono messe fuorilegge. Che è successo al diritto di mantenere le proprie tradizioni?
Molto tempo fa, un tamburo cerimoniale amerindiano finì in un prestigioso museo non-indiano, dove fu collocato in un ambiente con atmosfera protetta. Un giorno gli eredi dei proprietari originari iniziarono una battaglia legale per riavere il loro tamburo. La tribù nativa riconquistò la custodia della loro proprietà sacra e ho avvertito un sentimento di rivincita da parte della mia gente. Il tamburo sarebbe stato usato ancora una volta per scopi cerimoniali e spirituali. Riflettendoci, mi sono resa conto che quel tamburo – conservato e protetto per oltre un secolo – è stato utile per insegnare a milioni di persone la bellezza dell’antica cultura.
Questo tamburo senza dubbio offrirà un senso di risveglio spirituale alla tribù, ma cosa succederà ai figli dei loro figli? Quanto ancora può essere usato questo antico tamburo? Col tempo si disintegrerà e un pezzo di storia sarà per sempre perduto.
Ripensando alla recente riapertura della caccia alle balene da parte delle tribù del nord, non posso che sottolineare l’analogia. La balena è come il tamburo. Forse a volte è miglio proteggere e custodire quello che rimane così che anche i nostri figli possano apprezzarlo e testimoniare lo splendore della loro storia.
La descrizione hollywoodiana della dieta e dello stile di vita dei nativi americani è falsa. Le Americhe erano una terra fertile e ricca, piena di bacche e frutti di bosco, di verdure, di noci, di fagioli, di radici, di zucca, di frutta, di mais e di riso. La maggior parte delle persone vivevano bene, mangiando poca carne e raccogliendo i frutti della terra. L’influenza europea introdusse tra i nativi lo scambio economico e il potere delle armi, e si iniziò così a uccidere i bufali in numero enorme. Solo in tempi abbastanza ecenti la carne è diventata un alimento importante.
Gli europei e gli immigrati credono che la carne sia una parte significativa della dieta umana, ma gli antichi nativi americani avevano una dieta più varia. Gli europei hanno portato la loro dieta carnivora in tutte le terre conquistate. In Cina, la carne è ora servita in gran quantità in tutti i ristoranti frequentati da europei e americani, proprio dove per secoli i locali hanno consumato una dieta per la maggior parte vegana.
Ora si sa che l’introduzione nella dieta di gran quantità di carne danneggia le culture native e causa molti problemi di salute, come il diabete, il cancro e le malattie cardiache.
Ancora una volta rifletto sulle parole attribuite a Capo Seattle:

 Gli animali sono nostri fratelli, e li uccidiamo solo per sopravvivere. Se tutti questi animali scomparissero, gli uomini morirebbero in una grande solitudine spirituale, tutto ciò che accade agli animali, accade agli umani, per questo siamo un unico respiro. Tutte le cose sono connesse. Qualunque cosa succeda alla Terra, succede ai figli e alle figlie della Terra. L’uomo non ha tessuto la trama della vita, ne è solo un filo. Qualunque cosa faccia alla tela, la fa a se stesso.

 Con l’avvento del nuovo millennio, sembra che il bianco e l’indiano siano sulla stessa lunghezza d’onda. Entrambi perseguono interessi egoistici senza prestare ascolto alla Terra e agli altri animali.
Sedendomi difronte alla tela sul mio cavalletto, guardo negli occhi di Capo Seattle e mi chiedo quale saggezza avrebbe potuto condividere con noi oggi. Credo si sarebbe addolorato per la morte incalcolabile di spiriti pennuti, in virtù del commercio di animali d’affezione e della carne che non necessitiamo.
E credo anche che i miei antenati indiani potrebbero considerare il nostro attuale “diritto alla caccia” in questo mondo con molti umani e pochi animali nonumani, unicamente ascoltando la terra e uccidendo solo se necessario e senza sprechi.
Penso che i miei antenati ci direbbero di terminare la sofferenza e le uccisioni.

*****

 Brano tratto da Lisa Kemmerer (ed.), Sister Species: Women, Animals and Social Justice, University of Illinois Press, 2011.

 *****

Linda Fisher è un’artista e un’attivista animalista, che ha dedicato molta parte della sua vita alla causa dei pappagalli in cattività. È stata spinta verso l’attivismo a 11 anni quando vide un pappagallo soffrire e morire in un grande magazzino. Linda ha così scoperto di avere una grande capacità di comunicare con gli animali nonumani e di provare le loro emozioni, e fu ispirata a raccontare le loro storie attraverso la sua arte. La sensibilità e la capacità di connettersi con gli altri animali le sono stati riconosciuti a livello internazionale. Di origine Ojibway e Cherokee, appartiene alla Nazione Ojibway, vive con diversi animali recuperati,  tra cui molti pappagalli.

orig.: http://www.thescavenger.net/animals/on-the-right-to-hunt-by-a-native-american-vegan-768.html
 tr. a cura di strix

 

video delle opere di Linda Fisher

 

breve documentario sul vegetarismo nei nativi americano (part. 1)

breve documentario sul vegetarismo nei nativi americano (part. 2)
This entry was posted in animalismo, antispecismo, ecovegfemminismo, liberazione, liberazione animale, popoli nativi, veganismo, video and tagged , , . Bookmark the permalink.