Cosa c’è di sbagliato nei “diritti”? – by pattrice jones

squirrel-shoot-new-york-20130215-001
L’animalismo e l’antispecismo sono oggigiorno considerati due poli di un continuum che possono divenire paralleli e non convergenti. Non solo l’antispecismo trova le sue radici nell’animalismo, ma senza la consapevolezza delle necessarie liaisons rischia l’isolamento politico. Le continue sottolineature della “purezza” antispecista che solo pochi eletti possono incarnare, hanno obnubilato gli scopi della liberazione animale, producendo degli ego ipertrofici che in realtà hanno semplicemente imboccato la strada della visibilità personale, che poco o punto ha a che fare con le lotte di liberazione, di cui quella animalista antispecista è una delle molte. Essere lungimiranti, come suggerisce pattrice jones in questo scritto del 2005, consente a* compagn* animalist* antispecist* di abbracciare le innumerevoli possibilità che una complessa de-patriarcalizzazione del sistema di dominio implica. Riflettere quindi sulle teorie dei diritti, per rimarcare la forza degli scopi ultimi, cioè delle liberazioni, è necessario per non cadere nell’autoreferenzialità che le istituzioni pubbliche e private, ma anche le singole persone, troppo spesso esprimono.
*****
Che si cibino di parole. Questo mi sembra essere il tema del Vertice Mondiale sull’Alimentazione delle Nazioni Unite e del Forum per la Sovranità Alimentare delle ONG, nel 2002. Durante i lavori del Vertice, le delegazioni nazionali hanno aumentato lo spazio offerto alle multinazionali dell’agribusiness, mentre acclamavano il riconoscimento dell’alimentazione come diritto umano. Al Forum gli attivisti hanno trascorso molto tempo a pontificare sul diritto alimentare, proponendo azioni dirette contro la fame, progetti poi dimenticati.
Ero alquanto perplessa guardando nell’auditorium gli attivisti ben nutriti che discutevano sui diritti delle popolazioni affamate. Era come se queste persone considerate razionali reputassero il concetto dell’analista della politica agroalimentare Devinder Sharma “diritto al cibo” come la bacchetta magica usata dai superuomini dell’élite politica per trasformare la fame in cibo.
Infatti, il “diritto al cibo” non conferisce poteri soprannaturali a chi lo dichiara. Quel diritto è riconosciuto dalle costituzioni da molti dei Paesi in cui la gente muore tutti i giorni per la fame e la malnutrizione. Nel 2001 la Corte Suprema Indiana ha sancito il diritto al cibo come principio costituzionale. Anni dopo, i bambini muoiono ancora di fame, mentre molte derrate marciscono nei magazzini governativi.
Negli Stati Uniti, mentre gli uomini non posso più picchiare le mogli, il maltrattamento rimane la prima causa di richiesta di cure mediche. In tutto il mondo ogni persona ha il diritto legale di non essere schiava, ma sempre più persone sono tenute in schiavitù.
Chiaramente qualcosa con i”diritti”non funziona.
Le radici sociali dei “diritti”
La teoria dei diritti li indica sia come naturali che sociali. La teoria dei diritti naturali afferma che i diritti come la libertà sono intrinseci. In quest’ottica, i diritti sono cose reali che gli individui possiedono semplicemente in virtù della loro esistenza. Per contrasto, i diritti possono essere visti come delle idee e delle pratiche espresse da convenzioni tra le persone. In questa prospettiva i diritti sono dei costrutti sociali che hanno ragione di esistere in virtù solo del contesto relazionale in cui si formano.
In pratica, i diritti hanno sempre forma sociale. Ogni diritto naturale di cui godiamo è rispettato solo se è riconosciuto dagli altri. Sia che sia un diritto inerente o il risultato di un accordo, i diritti sono realizzati solo quando le persone acconsentono o sono costrette a rispettarli.
Il potere è la variabile non espressa che gira attorno alla questione dei diritti. I diritti esprimono e regolano le relazioni di potere. Inoltre, i diritti sono applicati con la forza.
La “proprietà” è riconosciuta quando la terra è recintata o gli animali rinchiusi o quando la gente o gli animali sono sfruttati per il lavoro. Questi sono dei processi intrinsecamente violenti poiché comportano l’uso effettivo o paventato della forza e sono potenzialmente lesivi. Dai recinti elettrificati attorno ai laghi alle guardie armate presso i negozi alimentari, la violenza implicita nella proprietà è quotidianamente occultata alla vista.
Poiché i diritti sono tra loro collegati e dato che sono espressione del potere, tutti i problemi di ineguaglianza sono interni ai sistemi stessi. Le discrepanze di potere dovuti alla classe, al sesso, e alla razza sono costruiti attorno ai diritti e forse anche al concetto stesso di diritti.
Questa intuizione ci aiuta a vedere come tale concetto travagliato possa essere anche più problematico se applicato agli animali. La negazione dei diritti è vissuta come la negazione di umanità. Questo ha senso dal momento che i diritti sono delle convenzioni tra le persone. L’umanità è, in un certo senso, costruita sui diritti. La gente spesso afferma i propri diritti – incluso il “diritto” di possedere terre e animali – per rivendicare il proprio posto nella comunità umana.
Gli animali hanno i loro propri progetti e non hanno espresso il desiderio di far parte della comunità umana. Non li danneggiamo forse quando invece di liberarli dalla nostra influenza cerchiamo di incorporarli in un sistema di diritti definiti e applicati dagli esseri umani?
Il tuono senza la pioggia?
Nel 1857 Frederick Douglass disse che “il potere non concede nulla senza richieste” e che “chi si professa in favore della libertà e depreca i disordini sono uomini che vogliono raccogliere senza seminare. Vogliono la pioggia senza tuoni e fulmini”. Nel contesto rurale in cui queste parole furono profferite, la gente comprese che arare è un duro lavoro, spesso reso difficile dalle radici e dalle pietre che affiorano. Sapevano che il tuono è l’effetto collaterale della pioggia.
Recentemente, grazie al libro di Gary Francione, la frase “pioggia senza tuono” ha iniziato ad essere usata come denuncia dagli attivisti per il benessere degli animali piuttosto che dai “teorici” dei diritti animali. Lasciando da parte l’appropriazione indebita di questa potente metafora di Douglass, dobbiamo però chiederci se l’approccio basato sui diritti per la liberazione animale non sia debole. La richiesta dei diritti animali non è il tuono senza la pioggia? I difensori per i diritti animali mirano a eliminare gli animali dalle categorie della proprietà e rivendicano per loro l’inserimento nei diritti umani. Ma gli animali, come le persone, non si cibano di parole. Se i diritti non possono tenere lontani i bambini dalla schiavitù nei bordelli o proteggere le donne dagli stupri, come possono tenere fuori dagli allevamenti le galline o proteggere le mucche dall’inseminazione forzata? Se anche mai si ottenesse il riconoscimento dei diritti animali, non si potrebbero chiudere gli allevamenti e lasciare questi animali liberi senza lampi nel cielo e in assenza di pioggia.
Il primo passo da fare per la liberazione animale è l’eliminazione della nostra autorità su di loro. L’autorità del sistema legale cui sono sottoposti gli animali non è stato scelto da loro. La regolamentazione attraverso la legge prevede il consenso di chi è governato. Ma gli animali non hanno dato il loro consenso.
Piuttosto che per i diritti ho sempre lottato per la liberazione. Sin dalla mia adolescenza ribelle queer negli anni ’70, ho sempre esitato di fronte alla richiesta di riconoscimento alle strutture di potere. Ho sempre vissuto il sistema legale come parte del patriarcato, e non cedo davanti all’autorità.
Significa che chi si si adopera per i diritti è mio nemico? Per niente!
Così come alcuni studiosi temono che occuparsi di benessere animale possa inavvertitamente rinforzare il sistema ideologico che bisogna abbattere, io temo che la richiesta di diritti animali di inclusione in una cornice concettuale definita dalle relazioni di potere umane possa inavvertitamente rafforzare la morsa del sistema legale ed etnocentrico patriarcale. Ma questo è solo un sospetto e così mentre io mi occupo della “liberazione” piuttosto che dei “diritti”, considero chi si adopera per i “diritti” un alleato nella causa animale. Anche coloro che si occupano di benessere animale sono miei alleati.
Mentre il nostro obiettivo finale deve essere la liberazione degli animali in quanto classe, dobbiamo nel frattempo cercare di ridurre la sofferenza degli animali. Gli animali non sono entità astratte Sono creature reali che provano dolore, costretti a vivere così come noi abbiamo deciso e scelto per loro.
Le persone che agiscono per se stesse sono libere di scegliere le tattiche per raggiungere o meno la propria libertà, ma non dobbiamo farlo verso gli animali. Fino a che non avremo le prove che adoperarsi per il benessere o i diritti degli animali impedisce la loro liberazione, dobbiamo accettare i benefici anche di questi approcci.
Nessuno sa con certezza quale sia la via migliore per la liberazione. Se lo sapessimo, se ne conoscessimo i modi per raggiungerla, allora tutti noi che riteniamo la liberazione animale l’obiettivo, non avremmo difficoltà a concordare sul tipo di azioni. Ma non abbiamo elementi certi. Nessuno ha mai fatto questo prima.
Quindi, come possiamo decidere se e come lavorare per i diritti animali?
Chiediamolo agli animali
Qualche anno fa, durante la controversia su Elian Gonzales, molta gente rimase scioccata dalla scelta del padre di tornare con il figlio a Cuba. Qui, negli USA, dove il diritto di parola è garantito, ma il diritto all’abitazione e alla salute non sono riconosciuti, la gente trova difficile comprendere perché qualcuno possa preferire la garanzia di un tetto, dell’assistenza sanitaria e del risarcimento per le catastrofi naturali piuttosto che il diritto ad insultare il capo dello stato. Dal settembre 2001, molte delle persone che si sono dichiarate stupite dalle decisioni del padre di Elian, hanno provato su loro stesse il significato delle libertà civili piuttosto che del sentimento di sicurezza.
Le persone differiscono nel grado di riconoscimento dei valori attribuiti ai diritti. Quanto ampio potrebbe essere lo spettro di opinioni degli animali, se chiedessimo loro cosa pensano sui diritti?
Cosa vogliono gli animali? Cibo, sesso, libertà, comfort, famiglia, riparo, divertimento…e molto altro ancora. Noi non possiamo supporre che gli animali nonumani vogliano ciò che noi vogliamo. Dobbiamo chiedere a loro cosa vogliono. Questo si può fare grazie all’empatia, osservando i loro sforzi per liberare se stessi. Dobbiamo imparare il più possibile da loro e poi chiederci non “cosa vorrei in quella situazione?”, ma “cosa vorrei se io fossi nella situazione in cui versa l’animale?”.
Gli uccelli e i grandi mammiferi hanno bisogno di grandi spazi e di libertà di movimento per poter esplorare le zone in cui vivono. I pesci e gli anfibi hanno un bisogno stringente di vivere in acque pulite e in un ecosistema integro.
Cosa vogliono gli animali da noi? Lasciando da parte per un attimo le specie con cui ci siamo co-evoluti – certi parassiti ci amano molto – la maggior parte degli animali vorrebbe che restituissimo loro l’habitat originario e che li lasciassimo per i fatti loro.
La liberazione potrebbe apparire diversa per alcuni animali cosiddetti “addomesticati”. Al rifugio Eastern Shore, i polli che riescono a farlo, possono liberamente dormire sugli alberi e razzolare anche fuori dei recinti. In genere, gli uccelli che sono stati meno sottoposti ad abusi nel passato preferiscono girare liberamente, mentre quelli che sono stati maltrattati negli allevamenti, nei combattimenti e le galline ovaiole, scelgono la sicurezza del pollaio e preferiscono gli spazi protetti del recinto.
Osservando i modi in cui alcuni uccelli al rifugio hanno scelto di essere autosufficienti e liberi, credo di poter dire che i polli che hanno la forza di farlo probabilmente preferirebbero vivere lontani dalla gente, così come fanno i loro simili selvatici che ancora vivono nelle foreste in Asia. Nel tempo potrebbero ripristinare la loro integrità genetica da noi impedita forzosamente.
I cani hanno una storia differente. Umani e cani si sono co-evoluti. Canis lupus e homo erectus avevano una stretta relazione e questo ha influito sulla loro evoluzione. Così la convivenza tra umani e cani è inscritta nei nostri corpi. Ciò comporta che i cani preferiscano non essere lasciati a loro stessi, ma piuttosto tornare ad una relazione interspecie armoniosa, che prevaleva prima che gli umani trasformassero l’iniziale amicizia nella cattività, nel lavoro forzato e nel controllo riproduttivo.
Gli uccelli selvatici, i polli, gli abitanti degli stagni, i cani hanno tutti bisogni differenti e preferenze potenzialmente diverse per quanto riguarda i “diritti”. Quali diritti potremmo garantir loro e come questi diritti possono essere applicati? Come possiamo prendere queste decisioni senza costringere ancora gli animali alla nostra autorità illegittima?
Oltre i “diritti”
Non pretendo di avere una risposta a tutte le domande. E dubito vi sia una risposta. Ma si può cercare di trovare una soluzione pensando ai diritti come una tattica piuttosto che come un obiettivo.
Le tattiche dell’attivismo variano in efficacia, poiché dipendono da molti fattori contestuali. Il trucco è quello di trovare una tattica giusta o molto più spesso, la giusta combinazione di varie tattiche, per una data situazione.
Talora i diritti sortiscono l’effetto desiderato. È certamente possibile che l’esercizio dei diritti, in generale, e nello specifico la rimozione degli animali dalla categoria giuridica della proprietà, potrebbero consentire il raggiungimento degli obiettivi auspicati.
Ma dal momento che uno dei bisogni primari della maggior parte degli animali sembra essere l’accesso a degli ecosistemi non contaminati e dal momento che l’idea di proprietà di terra, laghi e aria interferisce con questo scopo, come possiamo operare in un sistema legale creato proprio per proteggere il diritto di proprietà? Potremmo stabile una maggiore salvaguardia della vita selvatica per conseguire de facto il rispetto del diritto all’habitat almeno di alcuni animali. Ma questo è lo stesso tipo di compromesso che i teorici del diritto deplorano quando è proposto dagli attivisti per il benessere animale che lavorano in un’ottica relazione dell’etica della cura. Come si può superare questo impasse?
Gli animali sono fuori della legge. Rimangono al di fuori della protezione legale e giustamente ignorano le leggi inventate senza il loro consenso da altre creature. Gli animali hanno bisogno di protezione dagli abusi perpetrati dagli umani contro i loro corpi e i loro spazi, ma le leggi non riescono a proteggere questi bisogni.
Quando gli elefanti indiani e i babbuini sudafricani protestano per gli abusi degli umani, lo fanno non tanto per chiederci il riconoscimento dei loro diritti, ma semplicemente fanno quel che vien loro da fare: camminano nelle piantagioni, sporcano le case, e distruggono i recinti costruiti dagli umani per proteggere le loro “proprietà”. Questo è il tipo di dissodamento di cui parlava Frederick Douglass.
by pattrice jones
fonte originale
traduzione a cura di strix
This entry was posted in animalismo, antispecismo, ecovegfemminismo, liberazione, liberazione animale, traduzioni and tagged , , . Bookmark the permalink.