Insediamento indigeno? La decolonizzazione e la politica dell’esilio – Nuunja Kahina

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Solo gli hawaiani sono nativi delle Hawai’i. Tutti gli altri sono coloni. Haunan-Kai Trask (Settlers of Color and “Immigrant” Hegemony: “Locals” in Hawai‘i, in “Amerasia Journal”, Vol. 26, No. 2, 2000)
Quali obblighi hanno le popolazioni native che vivono come coloni sulle terre sottratte ad altri popoli indigeni? Mi dibatto con tale questione come attivista Amazigh (Berbera) vivendo e lavorando in un insediamento coloniale, gli Stati Uniti, su una terra che apparteneva ad altre popolazioni indigene. Basandomi sui concetti di colonialismo, liberazione e sovranità che utilizzo per comprendere la mia personale esperienza, mi riconosco una colona che occupa una terra nativa. Pur essendo una persona di colore, musulmana, o un’immigrata non nego però di avere uno status di colona nelle Americhe, come descritto da altre donne di colore e native.
Ma che succede se sei un’attivista nativa che vive in esilio e non può tornare nella propria terra? Cosa significa tutto questo, specie per il proprio attivismo? Il modo di identificarsi si differenzia tra essere persona di colore ed essere un indigeno. Il termine “persona di colore” è stata coniata e usata dagli attivisti per la giustizia razziale, per consentire uno spazio solidale tra le “minoranze” etniche e quelle razziali, per resistere all’egemonia della supremazia bianca degli stati nazione, quali gli Stati Uniti. Questo concetto include i gruppi nativi, ma l’oppressione affrontata dagli indiani americani è diversa da quella di altra gente di colore, come sottolinea Andrea Smith.
Il colonialismo e il razzismo degli insediamenti sono processi differenti, sebbene altrettanto complessi. Questa è una delle ragioni per cui i gruppi nativi talora non si considerano “gente di colore” – i loro rapporti primari con gli insediamenti è quello di una persona indigena con particolare attaccamento alla propria terra. I coloni di colore, come la loro controparte bianca, sono stati coinvolti nell’oppressione delle popolazioni native. Le conquiste sociali della gente di colore negli Stati Uniti e in Canada – quali l’assimilazione nelle strutture capitaliste dominanti, in qualità di amministratori delegati o dirigenti – è stato raggiunto a discapito degli indiani americani, grazie ad un ulteriore colonialismo. Invece di adoperarsi per ottenere il “successo” raggiungendo e normalizzando la società coloniale dominante, la gente di colore deve agire per sviluppare la giustizia attraverso la decolonizzazione, riflettendo sul proprio status in un insediamento coloniale basato sulla violenza contro i nativi.
Come indigena non nativa delle Americhe, ma con una forte coscienza di indigenità, la mia situazione è in qualche modo diversa da quella dei coloni di colore. La lotta che ho intrapreso per la mia gente, gli Imazighen (Berberi), è di opposizione al colonialismo arabo sviluppato in Nord Africa, anche se lo sto facendo da un insediamento coloniale. Certamente non ho scelto di venire negli Stati Uniti, ma ho beneficiato direttamente dall’espropriazione delle nazioni amerindiane. Ho accesso all’istruzione e perseguo i miei obiettivi – compreso l’attivismo per la nazione Amazigh (Berbera) – perché vivo in un insediamento coloniale “occidentale” della gente amerindiana. Da questa posizione ho un grande potere e molte opportunità per fare attivismo, come ad esempio un certo grado di garanzia politica. È necessario problematizzare questa relazione, sia come indigena che come colona, se intendo dichiarare qualsiasi tipo di “solidarietà” con le nazioni indigene delle Americhe.
L’espropriazione dei nativi, il genocidio e la resistenza nelle Americhe non può essermi utile solo per le analogie che uso per spiegare la lotta della mia gente. Ho sentito altri Imazighen (Berberi) che vivono negli Stati Uniti esprimere solidarietà con gli Indiani americani, dicendo che la nostra situazione e la lotta contro il colonialismo sono simili. Sfortunatamente, non ci siamo interrogati sulla nostra complicità coll colonialismo. L’attuale insediamento coloniale permette certi privilegi e certi vantaggi anche nell’esilio dal Nord Africa: l’opportunità di prosperare se ci si assimila, per partecipare “equalmente” alla distruzione delle terre indigene, e ottenere guadagni materiali dall’espropriazione degli indigeni. Se consideriamo la politica dell’esilio – così come descritta da Edward Said, autore palestino-americano – dobbiamo interrogarci: dove siamo in esilio e sulle spalle di chi? Said scrive, in un affascinante passaggio, che “la cultura occidentale moderna è in larga parte il lavoro di esiliati, emigrati, rifugiati”, e offre così supporto al concetto del “melting pot” americano, un multiculturalismo poetico in una terra che consente libertà e liberazione a tutti. Tutti, tranne le nazioni indigene, che continuano ad affrontare la marginalizzazione e la subordinazione sistematiche, il colonialismo, il genocidio. Per questo essere un “melting pot” americano è essere un colono americano.
Altri esuli, come Asafa Jalata, studioso Oromo, hanno scritto sulla giustizia sociale dalla posizione di esiliato, usando il linguaggio dei diritti nativi. Ancora una volta, manca una riflessione critica del proprio ruolo nel riprodurre e supportare lo stato coloniale, lo stato che gli permette di combattere per la sua libertà. In vari modi penso che siamo semplicemente così coinvolti nella nostre lotte che non vogliamo accettare le nostre responsabilità nei violenti processi coloniali. Cosa vuol dire invocare la piattaforma dei diritti nativi per raggiungere la giustizia per il mio popolo senza combattere a fianco di coloro sulla cui terra sto vivendo? Ci sono modi chiari e concreti in cui i coloni, inclusi i coloni di colore e gli esuli, possono operare per una giustizia comune. Possiamo lavorare per la decolonizzazione dei termini indigeni, reagendo ai riscontri e alle sollecitazioni.
In accordo con Waziyatawin, studiosa Dakota, si può iniziare raccontando la verità e riconoscendo il nostro ruolo nella distruzione delle terre, della sovranità e della sussistenza indigene. Waziyatawin stessa porta molti esempi di come i coloni possono contribuire agli sforzi decolonizzanti. Per esempio un gruppo di attivisti non-nativi chiamato Unsettling Minnesota raccoglie fondi per pagare la terra al popolo Dakota. Possiamo inoltre ascoltare e attivarci alle richieste dei movimenti di liberazione indigeni, come Idle No More. Il mio impegno e il mio attivismo sono ancora focalizzati sulle istanze Amazigh (Berbere) e continuo a sentirmi combattuta tra il mio status di indigena e di colona, un’agente diasporica dell’insediamento colonialista statunitense. Questo riconoscimento è solo il primo passo, non la fine. I popoli indigeni devono avanzare insieme sul sentiero della giustizia e della decolonizzazione.
Nuunja Kahina
fonte originale
traduzione a cura di strix

 

 

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