Se questo è un uomo – by Egon Botteghi

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“Prendi una donna, trattala male”, recitava una canzone, io invece dico: prendi una persona.
Alla nascita, dopo il primo vagito, a questa persona verrà assegnato un sesso a seconda dei genitali visibili: pene = maschio, vagina = femmina.
Questo naturalmente nei casi fortunati, perché se il pene dovesse essere troppo piccolo, o il clitoride troppo grande, o i genitali presenti ambigui per la contemporanea presenza di pene e cavità vaginale, allora si scatenerebbe l’inferno per il piccol* e la sua famiglia.
In realtà, nella maggioranza dei casi, la conoscenza del sesso precede quella del neonato, perché l’ecografia mostra già le fattezze dell’organo genitale, consentendo così una sequela di acquisti tutti declinati su colori da femmina o colori da maschi.
Il sesso diventa destino, quello di un genere, che declinerà tutta la vita di un essere umano, a seconda che sarà incasellato come donna o come uomo.
Prendiamo quindi un bambin* nat* con il pene: sarà assegnato al genere maschile, sarà vestito con l’azzurro prima, con colori forti poi, tipo giallo o rosso o arancione.
Gli verranno sempre tenuti i capelli ben corti e gli saranno regalati macchinine, soldatini o giochi elettronici.
Quando crescerà sarà meglio per lui se gli piacerà giocare a calcio, e non dovrà piangere se si sbuccerà le ginocchia, perché è roba da femminucce.
Se non si mostrerà abbastanza uomo, fin dalla socializzazione precoce, sarà ridicolizzato sia dal gruppo dei pari, sia dagli adulti.
L’insulto più grande sarà quello di essere chiamato “gay”, e la sua paura più grande sarà quella di mostrarsi tale.
Se si scopre che ad un bambino piace giocare con le bambole, la punizione sarà tremenda, e questo il maschietto lo impara velocemente e impara velocemente a mimetizzarsi, a omologarsi.
Nonostante questa enorme pressione sociale, i cui strumenti principi sono la violenza e la ridicolizzazione, ci sono portator* di pene che si sentono divers*.
Di solito questa coscienza emerge abbastanza presto, verso i quattro o cinque anni, e questi banbin* possono chiedere dei giochi considerati femminili, volersi truccare o mettere dei panni sulla testa per inscenare una lunga capigliatura.
Quando però capiscono che questo fa arrabbiare mamma e papà e tutto il mondo circostante, cominciano a covare la loro “diversità” dentro di sé, nascosti agli occhi del mondo.
Si nascondono a fare i loro giochi preferiti soli nella loro stanza, o, addirittura, inventano dentro di loro un mondo di fantasia, dove saranno liberi di essere quello che si sentono.
Come si sentono?
Spesso sol*, confus*, spaventat*, sbagliat*, mostri.
La maggior parte dei genitori e degli adulti intorno  a loro non è in grado di riconoscerli, di accoglierli, di mostrare loro il senso delle loro azioni, e questo li conduce spesso a isolare la loro parte “malsana” e ad adeguarsi a quello che la società ha in serbo per loro, allineando diligentemente sesso e genere.
Conducono parte della vita recitando la parte assegnata dal copione “uomo”, accumulando tristezza ed ansia.
Qualcuno non ce la fa, e non riuscendo né a liberarsi né a capire, soccombe alla sofferenza.
Qualcuno invece capisce dal proprio disagio che c’è qualcosa che deve fare se non vuole morire.
Capisce attraverso il suo corpo e la sua psiche una cosa sconosciuta alla maggior parte della gente, cioè che sesso e genere non sono sempre allineati secondo l’asse femmina-donna e maschio-uomo, ma che ci sono infinite variazioni e sfumature.
Così trova il coraggio di fare l’unica cosa che può fare, mettersi in viaggio, spostarsi dalla sua casella Maschio-Uomo che rischia di ucciderl* e avviarsi in un terreno ancora per lo più inesplorato, quello che dalla metà del secolo scorso, in occidente, viene chiamato transessualità.
Sono viaggiatori solitari, che si muovono sulla cresta dell’evoluzione, e devono imparare ad essere coraggiosi, molto coraggiosi, perché la maggior parte di loro si lascia alle spalle tutte le comodità conosciute.
C’è stato un momento in cui io, pur sentendomi vicino a queste mie “sorelle”, non riuscivo a  capire cosa le spingesse a percepire desiderabile transitare da uomo a donna, percorrendo quindi la linea del genere in senso inverso al mio.
Potevo intuirne la struggente nostalgia di non aver il corpo desiderato, di non poter vivere nel genere desiderato, il desiderio verso certi oggetti e certe situazioni, il sentirsi fuori posto nel ruolo di maschio, ma non andavo oltre e sentivo che mi sfuggiva qualcosa.
Sono state le parole della mia compagna, donna transgender, a farmi comprendere a fondo.
Lei mi spiegò che come uomo le erano vietate alcune cose che venivano invece concesse alle donne e che, in definitiva, nonostante l’oppressione maschilista, sentiva le donne come più libere, più libere di esprimere certe parti di loro stesse.
Gli uomini hanno pochissime possibilità di scelta su come vestirsi, su come pettinarsi, su come e cosa dire di loro stessi.
Il potere che hanno li obbliga anche a vivere dentro dei recinti.
Devono sempre dimostrare la loro forza, la loro combattività, la loro assertività.
Non possono scegliere di stare a casa, ad esempio.
Ci sono quindi persone che, nonostante i pericoli, affrontano questo viaggio.
In Italia, essendoci una legge che dagli anni ottanta ha reso legale il cambiamento di sesso, il percorso è regolato dal sistema sanitario nazionale e dai tribunali.
Per prima cosa alla persona dovrà essere diagnosticata la “disforia di genere”, cioè questa “patologia” mentale creata ad hoc per definire la condizione transessuale.
Questo vuol dire che la persona dovrà fare una serie di incontri, meglio se nei centri ospedalieri specializzati, con psichiatri e psicologi per farsi appunto redarre questa diagnosi che gli aprirà le porte del percorso di riassegnazione sessuale (molte persone transessuali preferirebbero forse chiamarla di adeguamento di genere).
Questi professionisti psy avrebbero il doppio ruolo di fare una diagnosi differenziata per escludere “altre” patologie mentali e fare del sostegno alla persona, che si trova gioco forza a navigare in acque difficili.
In realtà un trattamento psicologico obbligatorio, un TSO psicologico, è un ossimoro, e quello che percepiscono la maggior parte delle persone T e per la maggior parte del tempo, è di essere fermi ad aspettare che qualcuno ti giudichi e ti dia il permesso di fare quello che tu senti che sia per te meglio fare.
Spesso si finisce per raccontare agli psy esattamente quello che vogliono sentirsi dire per avere il lascia passare verso la fase due, la cura ormonale.
Nel frattempo, la sensazione di essere intrappolati aumenta, perché, dopo aver preso la difficilissima decisione di muoversi, ci si vede costretti a rimanere fermi in un limbo dove ancora tutti ti trattato secondo il genere di nascita e non di elezione, nonostante quello che tu puoi aver cominciato a gridare al mondo che ti circonda (con tutti i conflitti conseguenti).
Un po’ come se il tuo mondo precedente fosse già distrutto ma senza la possibilità di edificarne uno nuovo, e la persona transessuale “agli inizi” rimane ferma in questo sfacelo di macerie fumanti, spesso additata anche come colpevole della distruzione di tante e belle e comodo certezze.
Dopo mesi di questo stress, per lo più curati anche con psicofarmaci da parte degli psichiatri, si arriva davanti all’endocrinologo, che con il “potere” conferitogli dalla diagnosi di “DIG”, può strutturare un piano terapeutico al paziente ormai dichiarato transessuale, a base di ormoni femminilizzanti e di antiandrogeni.
La cura standard è infatti l’androcur che, solitamente usato per persone che hanno sviluppato  tumori sensibili al testosterone, abbatte il livello di questo ormone nel sangue, ma anche sterilizza in pochi mesi la persona, distruggendone la produzione di sperma.
Da segnalare il fatto che nel nostro paese si usa indiscriminatamente questo farmaco, senza rendere nota la possibilità di congelare i gameti prima della cura sterilizzante, mentre in altri paesi si usano altre formulazioni, come ad esempio l’aldactone, che non ha questo impatto devastante sulla capacità riproduttiva.
Insieme allo “sterminatore” di testosterone, che certo non è un toccasana per il fegato, la “femminilizzazione” procede attraverso l’assunzione di estradiolo, solitamente per mezzo delle comuni pillole anticoncezionali (come si vede, tutte le “cure” sono a base di ritrovati che non sono specifici per la persona transessuale).
In questa fase si ha una veloce cessazione delle erezioni spontanee, una diminuzione della misura dei testicoli, della massa muscolare e della forza e la crescita della ghiandola mammaria; molte mtf dichiarano di essersi sentite più nervose, facili al pianto, irritabili, con diminuita o assente libido.
Gli ormoni possono ingentilire e arrotondare le forme, ma non possono cancellare il lavoro che il testosterone ha compiuto nella pubertà, per cui rimane il “problema” dei peli, delle corde vocali più spesse di quelle delle femmine e quindi voce più profonda, pomo di adamo e tratti del volto (naso, mascella) più marcati.
La lotta ai peli, comprensibilmente assai delicata per queste persone perché la donna nella nostra cultura deve essere assolutamente glabra, vieni ingaggiata a suon di soldi (non è mutuabile) e di terapie dolorose come laser, a volte necessaria anche in zone delicatissime, come lo scroto (si rende necessaria l’epilazione in quella zona al momento della vaginoplastica).
Per il resto, se femminilizzare chirurgicamente il viso, se fare degli impianti di silicone al seno, se togliere il pomo d’adamo, se operarsi alle corde vocali, sono situazioni che ogni persona mtf valuta secondo il suo grado di equilibrio, le sue aspettative ed il conto in banca, certamente con gli ormoni qualcosa cambia, anche e sopratutto socialmente, perché la persona vuole, ed è anche spinta dal protocollo del percorso previsto per legge, a cominciare a vivere nel genere di elezione e quindi vestirsi con abiti femminili, farsi dare della lei, farsi appellare con il nome scelto che certo non sarà quello anagrafico.
Quindi la persona agisce nel mondo come donna, mentre burocraticamente e per legge si è sempre prigionieri nella casella M.
Per cercare di uscire da questa prigione di genere, la persona trans già in TOS (terapia ormonale sostitutiva) elegge un avvocato e apre una istanza al tribunale dove ha la residenza, per chiedere il “permesso” di fare le operazioni necessarie per cambiare i  propri documenti.
Quello che chiede, cioè, è che il giudice dia il permesso legale all’ospedale e al chirurgo che poi verrà scelto dalla persona, di togliere un organo considerato sano, l’apparato genitale maschile, e “trasformarlo” in una neo-vagina.
Per ottenere la sentenza ci vuole minimo un anno, pagare l’avvocato e pagare anche la consulenza di parte che il giudice solitamente chiede anche se in presenza, da parte del richiedente, di documentazione medica del nostro sistema sanitario.
Una volta terminate le inutili udienze, avuta la sentenza positiva, l’aspirante “neo-donna” si presenta in un ospedale che esegue questo tipo di operazioni, fa una visita e si mette in lista per l’intervento.
L’intervento non è considerato urgente, per cui gli ospedali mettono a disposizione le sale operatorie non così spesso, per cui le liste sono lunghe anni.
Nel frattempo ci si femminilizza sempre più, si vorrebbe veder rispettata la propria identità,  ma i documenti parlano un’altra lingua, per cui alle volte ci si ritrova tagliati fuori dal mondo del lavoro e con sempre la privacy violata.
In realtà la legge non parlerebbe di operazioni, ma sono trent’anni che viene recepita in questo modo, per cui di prassi è diventato obbligatorio avere una neo-vagina per avere i documenti femminili, a fronte di tantissime transessuali che non farebbero mai la plastica se non fosse per la rettifica del documento e per vivere finalmente in pace.
Perché mai non vorrebbero la vagina se si sentono donne?
Perché hanno capito dalla loro esperienza che sesso e genere non sono allineanti, che da un sesso non scaturisce un genere, che una vagina non fa una donna, perché si sentono comunque in equilibrio con un ruolo sociale riconosciuto al femminile anche se mantengono il loro pene.
Perché hanno paura, perché l’operazione di vaginoplastica è tremendamente invasiva ed ha tantissime brutte complicazioni molto comuni, e non se la sentono di affrontarla, anche se potrebbero desiderare di avere un’anatomia femminile.
La grande maggioranza dei transessuali uomini vive questo iato, perché la falloplastica è per adesso un’operazione fallimentare nella stragrande maggioranza dei casi, tanto è vero che per loro i giudici vogliono l’isterectomia e non più la ricostruzione del pene per cambiare i documenti.
In realtà ci sono ormai tre o quattro casi, l’ultima di pochi giorni fa e che riguarda un’amica che stimo tantissimo, di sentenze di riattribuzione anagrafica di mtf senza operazione “finale”, ma in tutte è scritto che sulla persona c’era la quasi certezza della sterilità chimica, per l’effetto della TOS di cui accennavo prima.
Quindi ai giudici italiani, da cui bisogna ritornare dopo l’operazioni aprendo una nuova richiesta, interessa che la persona sia sterilizzata.
Ora, immaginiamo che, durante questo percorso, in un punto qualsiasi che va dalla decisione della persona di vestire panni femminili fino all’operazione di riattribuzione, succeda qualcosa per cui tale persona “salga agli onori della cronaca”.
Trattandosi di un paese  come il nostro può più spesso accadere per problemi di aggressioni, fino all’omicidio, ma magari il percorso di transizione può venire raccontato da qualche giornale locale.
Allora che rabbia, che sdegno, quando i giornalisti, dal momento che i documenti della persona non sono ancora cambiati ed il suo passato anagrafico non è ancora sparito, le danno del maschile, le danno del “lui”, la chiamano “uomo”.
Che orrore, l’altra mattina,  svegliarmi e rendermi conto che l’ennesima donna transessuale era stata uccisa nel nostro paese, paese che è al primo posto in Europa per tali crimini, e leggere il titolo del giornale “Uomo ucciso a bastonate alla stazione Termini”
“Uomo a chi?” mi verrebbe di urlare a chi l’ha scritto!
Provi questa persona a stare accanto ad una trans, mentre soffre per dire ai genitori come si sente, genitori che hanno spesso reazioni di rifiuto e la cacciano di casa, mentre vede naufragare relazioni stabili a causa della sua condizione, mentre perde il lavoro e nessuno vuole più assumerla, mentre affronta la sala operatoria, spesso per mettere pace più nella burocrazia ingestibile che nella propria vita.
Asciughi le sue lacrime, guardi il suo sangue, ammiri il suo coraggio e poi vediamo se avrà ancora l’ignoranza di chiamarla “uomo”.
In memoria di Andrea
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 by Egon Botteghi
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