Un Transessuale e tre cani. Come sono visto da un’enciclopedia italiana – by Egon Botteghi

uomo e 3 cani

Le società costruiscono i modi attraverso cui le persone si devono adattare, grazie a processi di assimilazione e accomodamento, di piagetiana memoria, esprimendo degli habitus incorporati, espressione diretta della propria appartenenza alle categorie socio-culturali. Il genere è una di queste, assieme alla classe, all’età, allo status, e così via. Ma attorno al genere si sono scatenate e si scatenano le battaglie più sanguinose perché c’è in gioco il sesso (inteso come anatomia e come atto) che implica la riproduzione. Se etologicamente la riproduzione è una delle fasi consequenziali della vita, per gli animali umani è strettamente interconnessa con il controllo dei e sui corpi. I corpi non sono di coloro che li vivono e che li esperiscono, ma della società tutta. Così almeno nelle nostre società, guidate dal dominio sulle persone (umane e altro-da-umane), sulla natura e sulla vita in genere.
La scienza e la medicina, che dovrebbero essere  strumenti di miglioramento della qualità della vita,  nel tempo sono divenuti la tomba della natura decretandone la morte, come indicato da Carolyn Merchant, e conseguentemente definendo le modalità di controllo e dominio utili per il mantenimento di un certo assetto ideologico. Il sapere ha forme complesse e articolate, e la forma scritta ne garantisce continuità e trasmissibilità. Le enciclopedie, che storicamente si manifestano nella tradizione greca, divengono nel tempo uno degli strumenti di divulgazione delle conoscenze e con l’Illuminismo si esprimono in modo simile a quello tutt’ora in uso. Raccolgono i saperi delle varie discipline e li presentano in forma sintetica, per poterne far fruire più persone possibili.
Discipline che, come sopra espresso, sono il frutto di un lavorio parziale e opportunistico, per imporre un dato pensiero. Un modo per delineare i confini entro cui fare o non fare, dire o non dire, che sono direttamente gestiti da i/le somm* sacerdot* del sapere. Incanalano i pensieri, dirottano opinioni, decidono orientamenti, conducono convinzioni. Le accademie, le università, sono i luoghi deputati alla ricerca, all’analisi e soprattutto alla creazione dell’élite tecnica, scientifica, economica e politica. Cioè proprio di coloro che compilano enciclopedie, che scrivono libri, che presenziano a convegni, che si impongono come espert* di questa o quella materia/argomento.
Alcuni temi sono più scottanti di altri per le implicazioni dirette sul controllo delle persone, della natura e degli animali. Perché se è vero che le leggi della termodinamica o l’atomo di Bohr possono essere utili per comprendere il microuniverso che riproduce il macrouniverso, i principi delle scienze umane e sociali sono immancabili aghi della bilancia quotidiana. Le definizioni quindi sono necessarie per indicare i meccanismi di funzionamento del corpo, della mente, delle relazioni. Complici in questo infausto congegno sono anche le discipline psy (psichiatria e psicologia, nelle loro varie declinazioni, in testa) come  Foucault, Goffman, Laing, Cooper, Szasz, Basaglia ci hanno dimostrato.
Sulle questioni di genere e sesso, nonostante il forte e importante apporto del pensiero femminista, da Teresa de Lauretis a Judith Butler, da Celia Kitzinger a Suzanne Pharr, da Leslie Feinberg a Julia Serano, per citarne solo alcun*, si rimane ancora sospesi nella necessità di indicare chi è uomo o donna, e anche nella transizione permane l’oblio della reale portata politica del corpo e dell’autodeterminazione.
Lo svilimento che attanaglia tutt* coloro che si occupano di genere, di sesso, di menti, di corpi, di relazioni e di affetti è dato proprio dalla difficoltà ad avere spazi in grado di affermare le realtà soggettive che reclamano l’abrogazione delle categorie nosografiche patologizzanti. Discipline psy asservite al potere, che vuole a tutti i costi decidere chi è chi e cosa farne. Le categorie più vulnerabili sono quelle maggiormente esposte al sopruso del sapere ufficiale che si accompagna, guarda caso, anche alla normativizzazione delle vite. Quindi  si formula una psicodiagnosi sulle persone trans che o si adattano alle categorie imperanti (maschio/femmina) o rimarranno nel limbo. Ma nel momento in cui accettano le forche caudine del “percorso di transizione” devono sottostare alle regole imposte. Alcun* chiamano tutto ciò diritto/diritti, ma è palese l’assenza di diritto e di consenso, presentando invece la forma della marchiatura, sul corpo e sulla mente – proprio come per gli altro-da-umani – delle stigme sociali, psicologiche, economiche, politiche.
Per chi attende nuove leggi che normino, e normalizzino, le persone trans, credendo nella forza del concetto dei diritti, ma anche per chi ha raggiunto la consapevolezza che i diritti sono un’escamotage del potere per controllare, proponiamo la riflessione di Egon, Anguan* d’eccellenza.
*****
Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale di quarantadue anni.
Da quando ho “deciso” di affrontare quello che sono, ho pagato un prezzo salato a questa società che ha ancora forti resistenze nei confronti delle persone come me.
Lo stereotipo del transessuale è quello di un maschio biologico, perverso, talmente omosessuale da sentirsi donna, dedito alla prostituzione e a giri malfamati.
Anche se lentamente si comincia a conoscere anche la mia realtà, quella di coloro che sono nati in un corpo biologicamente femminile, che aiuta a decostruire questa visione, lo stigma è duro a morire: per la “normalità” noi siamo persone pervertite, esagerate, disturbate, pazze, non naturali, costruite, infantili, irresponsabili, egoiste ed indecenti.
La famiglia che si trova ad affrontare il “disvelamento” di una persona transessuale attraversa una tormenta. La famiglia che avevo costruito si è spezzata, mi sono separato, sono dovuto fuggire di casa e sono stato cacciato dal lavoro. Per fortuna ho ottenuto l’affidamento congiunto dei miei figli.
La mia famiglia di origine, invece, ha reagito in maniera ambivalente, mi ha aiutato a ritrovare un lavoro ed una casa, ma la mia transessualità era vissuta come una tragedia ed i miei genitori non mi parlavano più.
Forse è giusto, forse è una reazione quasi fisiologica, in un luogo dove la mia condizione è fuori da ogni concezione, è impossibile anche solo da pensare. Per loro ero una lesbica che aveva perso il controllo, un egoista che non sapeva più quello che faceva.
Dopo tre anni di percorso, fatto di sedute con psichiatri, interminabili test con psicologi, visite endocrinologiche, istanze al tribunale, dopo l’operazione di rimozione del seno, mia madre si riavvicina e mi dice (parole sue) di aver fatto il salto, di accettarmi per quello che sono.
Vorrebbe che anche mio padre si calmasse e ricominciasse a parlarmi, che i nostri rapporti si distendessero, e mi chiede il favore di trovarle scritti di medici che possano spiegargli la mia condizione (di andare a parlare direttamente con i professionisti che mi seguono per adesso non se ne parla!).
Trovo molte testimonianze bellissime di altre persone trans, spesso anche con figli, che hanno dovuto affrontare il mio stesso percorso di allontanamento, di svalutazione, ma mia madre vorrebbe poter contare sull’autorevolezza della classe medica.
Per una fortuita coincidenza, proprio in quel momento, quindi all’incirca un mese fa, si scatena sulla stampa uno strano caso: su tutte le testate giornalistiche, anche in rete, rimbalza un articolo che da solo potrebbe rovinare il lento lavoro fatto dalla mia famiglia per “accettarmi” e la mia pazienza nell’aspettare questo momento. Si tratta della notizia del convegno che si è tenuto per celebrare i vent’anni di attività del SAIFIP, servizio di  adeguamento tra identità fisica ed identità psichica, del San Camillo di Roma. Il direttore generale del detto ospedale, Aldo Morrone, dice che nonostante la crisi, nell’ultimo quinquennio le operazioni di riassegnazione del sesso sono aumentate del 25%.
Ora mi chiedo, perché parlare di crisi di settori economici mentre si sta parlando di salute delle persone (che tra l’altro soffrono effettivamente la crisi, visto che, con il crescente depauperamento delle risorse stanziate, le liste di attesa per le operazioni si fanno sempre più lunghe); e poi noi transessuali non siamo il restyling di una macchina da mettere in commercio o la collezione della settimana della moda.
Così passa l’idea che si abbia a che fare con fabbriche di corpi messe insieme per rispondere ai capricci di persone fuori di testa. Ed infatti, di penna in penna, di giornale in giornale, si arriva alla diffamazione vera e propria de “Il Giornale”, assolutamente meritevole di una denuncia, in cui tale notizia giunge al grado più infimo di declinazione. Il “signor” Veneziani, credendo di essere divertente, scrive, o pensa di farlo,
Ma gli italiani come reagiscono alla crisi? Cambiano lavoro, partito, banca, Paese? No, cambiano sesso. Ho davanti agli occhi una statistica vera e impressionante: da quando c’è la crisi le operazioni per cambiare sesso hanno avuto un’impennata pazzesca.
Per poi continuare prendendo rozzamente in giro la condizione transessuale con una superficialità anche di informazione, che se fossimo in un paese serio sarebbe stato perlomeno richiamato (quando questo signore scrive: “È più facile che rifare la carta d’identità” ha idea di quanti anni ci vogliono per cambiare i documenti, quale operazioni siamo costretti a fare, quanto sangue e quante lacrime dobbiamo versare?).
Indignat* per quanto stanno scrivendo, ci ricordiamo di aver visto altre cose, come ad esempio l’articolo di un medico su  un sito web di endocrinologia che diceva delle assolute scorrettezze sugli ftm ( acronimo per uomini transessuali, female to male) così pesanti, tanto da essere stato poi rimosso per le reazioni della nostra comunità. Fino a questa voce della enciclopedia Treccani, che ho scoperto grazie alla segnalazione di una donna transessuale. Si tratta della voce “transgender” contenuta nel “Dizionario di medicina (2010) di questa autorevole enciclopedia, non dei consigli di Nonna Papera nel “Manuale delle giovani marmotte”.
Si parte dicendo che “in genere il transessuale aborre l’omosessualità”, ignorando forse che esistono molte persone transessuali omosessuali (uomini trans gay e donne trans lesbiche) e facendo cadere una parola così pesante come “aborrire” tra due insiemi di persone, gli/le omosessuali e gli/ le transessuali, che lottano insieme strenuamente, almeno fin dai tempi della rivolta di Stonewall nel 1969, per rivendicare il loro diritto ad una vita libera dall’oppressione, dal pregiudizio e dalla paura.
Prosegue affermando che
il transessuale cerca di cambiare quello che considera lo sbaglio della natura circa il suo corpo. A seconda delle circostanze sociali, economiche e legislative dell’ambiente in cui vive, il transessuale cerca rimedio in ormoni e altri farmaci, in interventi estetici e infine nel cosiddetto cambiamento di sesso chirurgico. In realtà, la chirurgia non ha affatto tale potere: può al massimo costruire una apparenza del genere sessuale agognato mentre distrugge irreparabilmente l’anatomia di quello originario.
Dire che il/la transessuale considera il suo corpo uno sbaglio di natura è aderire ad una visione della transessualità antiquata e costruita dalla scienza medica (ma siamo in un dizionario medico e tant’è), in cui la maggior parte dei/delle transessuali, qui ed ora, in Italia, nella seconda decade del XXI°secolo, non si rispecchiano più. La realtà è molto più complessa e se si domandasse ai dirett* interessat*, molt* risponderebbero di sentirsi nat* in un mondo sbagliato piuttosto che in un corpo sbagliato.
Affermare poi che l’operazione chirurgica non può correggere questo errore ma solo distruggere la parte sana della persona in questione, è la prima di una lunga serie di asserzioni pesantemente, anche se surrettizziamente, giudicanti, opinioni personali dell’autor*, che evidentemente aderisce ad una certa scuola di pensiero (mi sembra di intuire quella psicoanalitica), ma da per scontata e per verità assodata ed assoluta, invece che una particolare visione all’interno di un complesso questionarsi da parte della classe medica che segue la “questione” transessuale.
Infatti si arroga il diritto di dire che distruggere il nostro corpo è
esattamente quel che vogliono a livello inconscio questi pazienti: attaccare e distruggere in se la parte ‘cattiva’ maschile o femminile della propria identità psicofisica, con una fantasia secondaria di riparazione (➔ riparazione e riconciliazione) maniacale di costruzione dell’anatomia del sesso opposto.
Ricordandoci anche, se magari ci saltasse in mente di dare una nostra opinione a riguardo, di avere una voce autonoma rispetto ai medici, di scendere in strada e lottare per i nostri diritti che
il transessualismo è una patologia di area psicotica, un delirio circoscritto, strenuamente resistente alla terapia psicologica, particolarmente nella nostra epoca, nella quale si è sviluppata una forte collusione di tipo ideologico in ambito sociale e medico. Si confondono tali patologie con l’omosessualità (➔ sessualità) e il problema si sposta sul piano dei diritti civili, riducendo la già bassa disponibilità di questi soggetti a confrontarsi con i problemi psicopatologici profondi.
Più chiaro di così: smettete di andare ai gay pride, anche se tutto iniziò da una transessuale che tirò una scarpa ad un poliziotto durante l’ennesima retata contro il popolo lgbtqi, e rinchiudetevi nello studio dei/delle vostr* psicolog*, a farvi riprogrammare la vostra, seppur “strenuamente resistente” mente “delirante”.
Cosa direbbe l’enciclopedic* autor*, se sapesse che i nostr* psicolog* sono pagati proprio per accompagnarci in questo complesso transito, reso difficile anche grazie a queste idee che qui si continuano a propagare?
Direbbe forse come mia madre, prima del “salto” che ricordavo inizialmente, quando urlava che la mia psicologa era più pazza di me e la odiava perché, invece di fermarmi, come lei si sarebbe auspicata, mi aiutava a liberarmi dall’ansia che mi dava l’affrontare la mia condizione.
Mi stupisco allora di apprendere che il/la curator* ne è a perfetta conoscenza, dal momento che nel seguito descrive quanto avviene in Italia, che
ormai da circa 25 anni nelle strutture pubbliche si prevedono gruppi di psicoterapia propedeutici a interventi a base di ormoni e a manipolazioni chirurgiche, quale premessa obbligata al cambio di sesso anagrafico sui documenti. Questo atteggiamento, che si basa sull’idea di correggere un supposto ‘sbaglio’ della natura, preferisce eliminare il perturbante ‘disordine’ psicologico piuttosto che confrontarsi davvero con la complessità dell’identità, che riguarda tutti. In realtà non c’é alcuna evidenza di tipo biologico alla base del disturbo. Ne sono consapevoli anche coloro che propongono terapie ormonali o chirurgiche, che mirano solo a ridurre – più o meno stabilmente – a livello sintomatico l’angoscia del paziente. Di converso, è noto che individui portatori di autentiche alterazioni dei cromosomi sessuali sviluppano una identità di genere molto più in relazione al tipo di allevamento psicologico che hanno ricevuto nella prima infanzia, che non in relazione alla loro combinazione cromosomica. Lo sforzo psicoterapeutico dovrebbe essere invece quello di riportare sul terreno del simbolico il dramma di queste persone, incatenato nella concretezza del corpo. I transessuali dovrebbero essere aiutati a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a trovare un aggiustamento individuale tra angosce e difese meno distruttivo, a migliorare il rapporto psicofisico con se stessi e con gli altri.
Da questa lunga citazione si desume che l’autor*
1°: persevera a criticare l’idea della transessualità come sbaglio di natura ed anche a ragion veduta, se non fosse che non è aggiornat* sul fatto che tale idea è veicolata dalla classe medica, una storia che i medici hanno cucito addosso alle persone transessuali, come una sorta di teoria ad hoc che ancora cercano di convalidare senza riuscirci, e che le persone transessuali hanno accettato per ottenere quello che gli era indispensabile alla sopravvivenza hic et nunc (della serie: io ti dico ciò che vuoi sentirti dire e tu mi dai quello che io voglio, il riconoscimento sociale nel genere percepito, l’unico mezzo per vivere decentemente nella società in cui sono nato).
2°: la soluzione proposta dall’esimi* è di lasciare sole le persone transessuali che, con la loro peculiarità di genere, si scontrano e vengono schiacciate da questa società che fa del binarismo sessuale (maschio – femmina) e di genereu(omo – donna) il suo fondamento, in attesa che gli altr* si interroghino sulla “complessità dell’identità”.
3°: mostra di rimanere ancorat* agli insegnamenti di John Money, sull’importanza dell’educazione al genere (questo “genio” era uno psicologo e affermava che si poteva tranquillamente riassegnare il sesso dei neonati intersessuali, tanto ci avrebbero pensato la famiglia e l’ambiente a educarli come femmine, omettendo nei suoi studi i suicidi ed i fallimenti). Da sottolineare come gli intersessuali vengano qui definiti  “individui portatori di AUTENTICHE (noi trans siamo dei fake) alterazioni.
3°: conclude quindi consigliando a tutt* i professionist* che ci seguono nei nostri folli deliri, che evidentemente niente hanno capito,  e di  aiutarci “a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a migliorare il rapporto psicofisico” con noi stessi e “con gli altri”…
Evidentemente anche mia madre,  se mai leggerà questa illustrissima voce forse per lei abbastanza autorevole, tornerà a vedermi come l’assassino di sua figlia.

 

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fonte originale
by Egon Botteghi
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