“Non sono una schiava”: sosteniamo e colleghiamo le nostre tradizioni nere radicali – by Wangui Kimari

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Non sono una schiava. Dillo di nuovo. Non sono una schiava. Queste parole hanno messo in difficoltà gli/le africani per molto tempo e il nostro presente e il nostro immaginario sono spesso stati plasmati sulla proprietà delle nostre persone.
Nonostante ciò, la nostra gente esprime queste parole da prima che Anastacia le pronunciasse più di 300 anni fa, con terribili conseguenze. Per queste parole Anastacia fu costretta a mettere una museruola e indossare un pesante collare di metallo, come successe  a molta  nostra gente nei luoghi di schiavitù di tutto il mondo.
Questa punizione fu usata per non permettere  agli altri schiavi africani della piantagione di sentire le sue parole audaci che sfidavano il “padrone”. Anastacia morì per le conseguenze delle infezioni causate dalla ruggine del ferro della museruola e del collare.
busto di Anastacia

busto di Anastacia

Oltre 30 anni fa, l’affermazione di autodeterminazione di sé e della propria comunità mise in guai simili Assata Shakur. Sappiamo che essere africana nel mondo e in America può scatenare delle aggressioni. Allo stesso tempo, la sua posizione radicale ha provocato la violenza estrema ed illegale del meccanismo che cerca di mantenere la supremazia bianca e che ci costringe alla schiavitù per perpetrare contro di noi il genocidio. Questo apparato vorrebbe tacitarla, come fecero con Anastacia, per mostrare agli africani il destino a loro riservato se dichiarano, assurdamente, di sapere quello che non sono.
Qui ho solo accennato a queste due storie per indicare le similitudini tra Anastacia e Assata, e per ricordare altre sorelle/zie/figlie che vivono e hanno vissuto queste parole di libertà in due Paesi a cui penso spesso. Uno è il Kenia, in cui sono nata, e l’altro è il Brasile, luogo di altre ri-nascite, luoghi amati e odiati.
Ricordo Mekatilili wa Menza e Lelia Gonzalez, consapevole che sono molte le sorelle venute prima, durante e dopo di loro che si battono per la libertà. In questo articolo cerco di raggiungere un pubblico che forse non ne ha mai sentito parlare, e dimostro con temerarietà come il radicalismo nero passato e presente sia connesso ai forti fili della memoria, anche quando è difficile dichiarare che non siamo schiav*.
Posso raccontarvi della commozione che queste donne nere hanno causato a partire dalla consapevolezza di sé? In presunto loro onore sono state perpetrate violenze, raccontate false storie e mostrata magnanimità. Chiedete a Nanny, chiedete alle donne Mau Mau, chiedete ad Assata, chiedete a Mekatilili
Mekatilili wa Menza

Mekatilili wa Menza

 Mekatilili wa Menza, attivista per la liberazione del popolo africano, fu una delle maggiori forze catalizzatrici durante la ribellione del 1913 del popolo Giriama in Kenia. Aveva assistito alla cattura e alla schiavizzazione del fratello e si schierò implacabilmente contro la violenza della supremazia bianca che opprimeva il suo popolo. Gli imperialisti britannici, stanchi di questa donna “pazza” decisero di imprigionare Mekatilili, che all’epoca aveva oltre 60 anni. Il risultato fu che lei e un altro leader dei Giriama, Wanje wa Mwadorikola, furono incarcerati per due volte a migliaia di chilometridi distanza  dalla loro terra e dai loro figli. Nonostante avessero portato questi combattenti ad avamposto lungo la frontiera, per loro  territorio sconosciuto, Wanje e Mekatilili scapparono a piedi insieme dalla prigione. “Non abbiamo paura degli europei”, avrebbero detto spesso e avrebbero danzato e marciato di villaggio in villaggio per mobilitare con entusiasmo anche altri. Mekatilili sapeva, e visse sapendo, di non essere una schiava.
Ricordiamo anche Lelia Gonzalez, dal Brasile, che assunse l’identità di Negra molto prima che diventasse di moda essere neri in un paese che per lungo tempo aveva tentato di rimuovere o controllare la neritudine. Lei fu il perno della creazione nel 1978 del Movimento Negro Unificado, un’organizzazione politica pan-africana, orientata verso un femminismo afro-brasiliano e afro-latinoamericano. Nella sua vita come nera, insegnante, compagna, amante, ricercatrice, storica e praticante di Candomblé (religione afro-brasiliana – NdT), ha riacceso la lotta, prendendosi le responsabilità, il coraggio e la forza di quelli e quelle venuti prima di lei, per denunciare la supremazia e la violenza dei bianchi in Brasile. Le sue azioni hanno generato molti problemi, ma soprattutto hanno contribuito alla liberazione, grande e piccola, vicina e lontana, necessaria per gli africani del Brasile e del mondo.
Lelia Gonzalez

Lelia Gonzalez

L’autorevolezza e le esperienze di donne nere come Mekatilili e Lelia Gonzalez ci rinforzano e ci consentono di rappresentarci l’un l’altra e di identificarci con Assata e tutte le Assata. Ricordando queste donne e il loro passato impariamo ad impegnarci per la salute, la dignità e la giustizia necessari per il radicalismo nero contemporaneo. Sono questi strumenti che ci connettono con le lotte di liberazione nere del passato e del presente, come le vediamo oggi espresse nelle proteste delle donne nere sudafricane del movimento Abahlali baseMjondolo, contro l’aumento del prezzo del cibo, il rifiuto della genderizzazione coloniale dell’attivista transgender  del Kenia Audrey Mbugua (viva Audrey!), e nelle azioni delle sorelle africane del Brasile, che, proprio adesso, protestano per l’aumento del costo dei biglietti degli autobus, e che nel corpo e nella mente sono sempre più consapevoli di non essere delle schiave.
Ho iniziato questo scritto parlando di Anastacia, la cui tenacia nel dichiarare di non essere schiava, nonostante i vari tentativi di schiavizzare lei e la sua gente, ha esortato molti africani della stessa piantagione a sfidare l’“autorità” coloniale. E secoli dopo la sua morte è ancora ricordata con questa dedica
Dacci la forza di lottare ogni giorno per non essere più schiavi, e per essere creature ribelli come te.
Possiamo prestare attenzione a questo messaggio, per riprendere la forza della sfida e connettere il radicalismo nero di tutti i tempi. Per le vostre madri e le vostre sorelle, i fratelli, i padri, i figli, gli amanti e la gente, per Assata, per voi stesse ribadite: io non sono una schiava. Ancora. E ricordate che questo potrebbero procurarci dei problemi, ma prima di tutto, siate pronte a ricevere l’energia e la forza che provengono dalla conoscenza di sé e della comunità, e del duro lavoro che vi aspetta tra i pericoli per sostenere questa convinzione, così che nessuno possa più pensare che siamo o eravamo schiave.

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by Wangui Kimari
fonte originale
trad. di strix

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