Nessuna critica al capitalismo senza critica al patriarcato! Perché la sinistra non è un’alternativa – by Claudia von Werlhof

capitalismo y patriarcado criminal

Presentiamo la traduzione di un saggio di Claudia von Werlhof, oramai considerato un classico dell’ecofemminismo della Scuola di Bielefeld. Oltre ad illustrare i punti salienti dell’analisi delle connessioni tra capitalismo e patriarcato, indica alcune aporie dell’ideologia di sinistra, non sufficientemente rivoluzionaria e anticapitalista, perché profondamente immersa nel patriarcato e orientata verso la conquista del potere. Una possibile proposta, che scalza le tradizionali dicotomie ideologiche  e che introduce la potente questione del dominio su umani, nonumani e natura, è  fornita  dall’ecofemminismo che si basa sull’economia (o antieconomia) di sussistenza. Un modo per smantellare le radici della proprietà e dello sfruttamento, che supera l’idea dell’accumulo e della produttività per aprirsi a una concezione degli umani come parte della natura. La sussistenza diviene così non solo base della sopravvivenza, ma ideologia politica che si basa sul rispetto, la condivisione, la dignità per umani e nonumani. Il testo tradotto  integrale, con note e bibliografia, puòessere scaricato in formato pdf.

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Il movimento delle donne, dalla seconda metà degli anni ’70, ha espresso un percorso politico peculiare, che ha messo in discussione non solo i fondamenti della politica di destra e di sinistra, ma anche le basi della scienza moderna. In Germania questa nuova e profonda critica al capitali­smo e al patriarcato è stata espressa da Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen e da me, co­nosciute come Scuola di Bielefeld, e che in seguito aderirono all’ecofemminismo. Non passò molto tempo, comunque, prima che il movimento delle donne avesse lo stesso destino della mag­gior parte dei movimenti sociali, e si dividesse in “donne di sinistra” da una parte e “femministe” dall’altra.
Negli anni ’80, la ricerca femminista iniziò a essere sostituita quasi esclusivamente dai “Gender Studies”, importati dagli Stati Uniti. Ciò comportò una depoliticizzazione del movimento femminista e degli Women’s Studies. Questo non significava che le donne fossero meno presenti nella scienza o nella politica, anzi al contrario lo furono maggiormente. Ad ogni modo, l’influenza e il radicalismo degli Women’s Studies non scomparvero.
Quella che viene definita “globalizzazione” ha causato un rapido deterioramento delle condizioni di vita di molta gente, ed è inspiegabile come mai la scienza e la politica continuino ad ignorarlo. Questo fatto è singolare, dato che a riguardo le questioni sono già state poste e che la conoscenza è esaustiva sia per le analisi realizzate che per ulteriori approfondimenti sulle alternative possibili. Bisogna accettare che ciò che abbiamo raggiunto ha causato molte deviazioni, sia a destra che a sinistra, che hanno minato il movimento delle donne e la ricerca femminista. Tutto ciò è troppo complesso per essere descritto qui. Questo saggio, invece, intende esaminare le tensioni tra il femminismo e la sinistra. Come sarà chiarito, la tesi della Scuola di Bielefeld è che la sinistra, nonostante la sua retorica, non persegua e non possa perseguire un’alternativa al sistema in cui viviamo.
Cosa significa realmente capitalismo?
Tra i primi argomenti che il nuovo movimento delle donne e le sue ricerche hanno focalizzato vi erano la violenza contro le donne e il lavoro domestico non retribuito. La “questione della donna” era vista come parte del contesto sociale ed ecologico più ampio. L’intento era di spiegare come questi fenomeni potessero esistere in un mondo governato in pace e democrazia, in un regime capitalistico di lavoro salariato e con standard di vita molto elevati, tipici delle nazioni industrializzate intese come “civiltà occidentale”. Ciononostante, uno sguardo oltre i confini del cosiddetto “Primo Mondo” ha ampliato la questione: come era possibile che, nonostante il cosiddetto “Terzo Mondo” avesse intrapreso la via del “progresso “ e dello “sviluppo” rimanesse sottosviluppato, senza accesso al lavoro, esposto a dittature, guerre e violenza? E come era possibile che il cosiddetto “Secondo Mondo” anticapitalista e “socialista” (apparentemente impegnato in una “sfida tra sistemi” con l’occidente), non consentisse condizioni politiche pseudodemocratiche e non raggiungesse il suo “obiettivo pianificato”?
Mies, Bennholdt-Thomsen ed io abbiamo sviluppato delle riflessioni e delle ricerche socio-economiche proprio su questi temi e sulla cosiddetta “terza parte” del mondo. Ne è risultata la teorizzazione di una nuova ed estesa nozione di capitalismo. Di seguito propongo un’esposizione sintetica di tale teoria.
Sulle “relazioni di produzione” capitalistiche
  • La maggiore contraddizione nel capitalismo non è tra il lavoro salariato e il capitale, ma tra ogni forma di lavoro e di vita, e il capitale.
  • Un’economia capitalista non è intesa da chi si occupa di lavoro salariato, ma da chi si inte­ressa di lavoro non retribuito, specialmente del moderno lavoro domestico (il lavoro casalin­go). Il capitalismo afferma che il lavoro, come risorsa naturale, o lavoro domestico, dovreb­be essere il più possibile gratuito e vantaggioso.
  • Lo sviluppo capitalistico non è caratterizzato dalla proletarizzazione del lavoro, ma dalla sua “domesticizzazione”, incluso sempre più anche il lavoro dei maschi bianchi.
  • La tendenza del normale sistema di lavoro salariato non prevede la scomparsa del capitali­smo, ma al contrario lo intensifica e lo espande.
  • Il capitalismo è caratterizzato, più che dal sistema dilavoro salariato, dalle forme di lavoro non retribuito e di lavoro salariato irregolare, quali il lavoro domestico, le nuove forme di schiavitù, il lavoro forzato, le servitù, le “marginalità” e le forme ibride di queste relazioni di produzione precarie sia per la produzione di beni che per la sussistenza. Nessuna di queste relazioni di produzione deve essere confusa con il pre-capitalismo, sono tutte relazioni profondamente capitaliste! Il capitalismo non è dato dal solo lavoro salariato, ma anche da tutte le forme più convenienti di produzione di beni.
  • Il capitalismo ha creato la moderna “divisione sessuale del lavoro”. Questa divisione trova il suo fondamento e la sua replicazione nella divisione internazionale del lavoro nel sistema capitalistico mondiale. La forza lavoro contadina e coloniale assume il ruolo delle donne. Nessun valore reale è collegato al loro lavoro e perciò non deve essere quasi remunerato.
Sull’“accumulazione del capitale”
  • L’obiettivo del capitalismo non è la trasformazione del lavoro in lavoro salariato, ma la tra­sformazione in capitale del lavoro, della vita, e del pianeta. Cioè, trasformare tutto in denaro, beni, macchine e “controllo sul lavoro” (Marx). L’accumulazione del capitale non avviene solo con lo sfruttamento del lavoro salariato, ma di tutte le forme di lavoro, della na­tura e della vita stessa. La “naturalizzazione” del lavoro e della vita e le loro trasformazioni in “risorse naturali” per sfruttarle/estrarle (renderle “dotazioni naturali”) consentono l’accu­mulazione di sempre maggiore capitale che ne permette la svalutazione, non è quindi la “so­cializzazione” del lavoro tramite “liberi accordi” a farlo.
  • La cosiddetta accumulazione “originaria” o “primitiva” (la separazione tra chi produce e i mezzi di produzione) non ha giocato solo un ruolo nell’avvio del capitalismo. Si riproduce costantemente nel capitalismo e non è perciò pre o non-capitalista, ma una sua parte inte­grante.
  • L’accumulazione originaria “continuata” è un furto. Il suo accumulo deriva dall’espropria­zione. Coloro che sono espropriati sono per la maggior parte donne che perdono così il con­trollo sui propri corpi – i quali diventano “mezzi di produzione” – sui risultati del loro lavoro, sui loro figli e sui loro poteri vitali, rinnovando ad ogni generazione questa organizzazione.
  • Tutti gli aspetti dell’accumulazione originaria sono caratterizzati da sistemi di violenza. Que­sto “segreto” (Marx) dell’accumulazione originaria spiega la violenza permanente contro le donne, la natura e le popolazioni colonizzate. Quello che abbiamo di fronte è una guerra per­petua.
Sul “modo di produzione” capitalistico
  • Il capitalismo come modo di produzione si basa su differenti ordini di relazioni produttive, spesso equivocate come separati “modi di produzione intrecciati”. Il capitalismo è sia una procedura di appropriazione ed espropriazione globali, sia un modo violento di trasformazio­ne e distruzione. La guerra non è uno stato eccezionale, è invece sempre stata un aspetto necessario e permanente dell’economia e della politica capitalistiche.
  • La guerra nel capitalismo non significa solo guerra di conquista, guerra coloniale, o guerra d’aggressione. Lo stesso sistema di produzione è da intendersi sia come guerra contro tutta l’umanità, sia come guerra degli umani contro la natura.
  • Il modo di produzione capitalistico ha un continuo carattere colonialista interno ed esterno, contrariamente a quanto si pensi. Questo costituisce la sua “modernità”, il “progresso”, la “civiltà”.
  • Oltre all’imperialismo sono intrinsecamente connesse al modo di produzione capitalistico anche le tendenze imperiali, basate sul moderno ordine mondiale e che richiedono una domi­nazione totalitaria. Le condizioni politiche democratiche sono solo un’espressione tempora­nea del modo di produzione capitalista e non ne sono necessariamente collegate.
  • Il capitalismo come “modo di produzione” distruttivo è stato realizzato globalmente. Questa è la ragione per cui, a differenza dell’opinione comune, è il mondo intero a dover essere l’“unità di analisi” (Wallerstein) e non il “Primo”, “Secondo” o “Terzo” Mondo, o un singolo stato nazione, dato che lo stato nazione è solo una conseguenza e la perpetuazione della di­visione del lavoro internazionale dell’ordine mondiale. Questo è ciò che noi chiamiamo l’“il­lusione dello stato nazione”.
Alcune di noi hanno iniziato a focalizzare l’attenzione sul cosiddetto “sviluppo delle forze pro­duttive”, cioè la critica alla tecnologia nel capitalismo, fin dallo shock causato dal disastro nu­cleare di Chernobyl nel 1986, che ha segnato l’inizio della fine dell’Unione Sovietica. Accanto a questa critica è stata intensificata quella al patriarcato, inteso come prerequisito del capitalismo.
 Sullo “sviluppo delle forze produttive” nel capitalismo
  • Lo sviluppo delle forze produttive è sempre stato legato alle necessità della guerra, per le sue forze distruttive intrinseche.
  • Il lavoro corrispondente a queste tecnologie è “guerrafondaio” o “militaresco”. Provvede alle relazioni di obbedienza e aggressività verso il “nemico”, quale oggetto del lavoro. Que­ste tecnologie non dimostrano alcuna “umanità” o “democrazia”.
  • La fabbrica è modellata come un campo militare. La sua tecnologia non è quella artigianale, ma quella di una macchina attrezzata per la guerra. Niente è “neutro” in questa tecnologia.
  • La tecnologia meccanica, al contrario dell’artigianato, si basa sulla nozione del divide et im­pera. Ciò segue la logica della tradizione “alchemica”, che ha sempre implicato il principio della macchina, anche se i più non lo notano. Oggigiorno la tecnologia meccanica è una realizzazione alchemica moderna e totale. Nondimeno, l’alchimia ha fallito i suoi obiettivi di separare la produzione e la creazione della natura e delle donne, parti essenziali della sua pretesa di dominio mondiale.
  • Innanzitutto la macchina è un “sistema chiuso”. È come un’istituzione total(itaria). Non ha oramai niente a che vedere con l’“artigianato” come tecnologia generale. Quale forza og­gettiva, anonima e impersonale, la macchina è un “dominio condensato” e una “guerra este­sa”.
  • Per la produzione meccanica il bene è, come lo è il capitale/denaro in genere, una “fredda vita deteriorata” (Marx), poiché è come un “cadavere” (Bloch) morto ammazzato. Il pro­dotto serve all’accumulazione del capitale e non per soddisfare i bisogni umani. Questo sod­disfacimento ha perciò poco a che fare con il consumo dei beni.
  • Le “nuove” tecnologie attuali sono particolarmente dannose per le donne e le madri, la vita e la sua creazione. Questa “meccanizzazione”, la trasformazione della vita in macchine, pene­tra violentemente nei corpi delle donne, degli uomini, e della natura.
  • La moderna nozione scientifica di natura fornisce i fondamenti per lo sviluppo delle forze produttive. Questo concetto riduce la natura a un oggetto morto, a un elemento senza vita e senza spirito. È incessantemente intesa come una risorsa sfruttabile. Trattata in questo modo, la natura alla fine diviene un “bene” umano da dominare: vale a dire una “seconda natura” socialmente costruita al posto di una “prima natura (selvaggia)” autocreativa. La profezia che si autoavvera nega il corso violento e distruttivo di questo processo in cui la natura quale entità vivente, è distruttibile e finita.
  • La natura intesa come un sistema, appare come un meccanismo, una macchina. Inoltre, la stessa macchina è interpretata come natura, con la pretesa di rimpiazzare la “prima natura”.
  • Le donne sono state percepite come parte di questa “natura meccanica” fin dall’Illuminismo. Solo il lavoro maschile era considerato “produttivo”, specialmente se applicato alle macchi­ne (e alle donne come parte di queste macchine). Il lavoro femminile, come per esempio la “produzione di vita umana”, non ha alcun valore. Lo stesso vale per ogni attività non mec­canica e per la produzione della natura.
  • Non sorprende che non siano comprese le ragioni del disastro ecologico ed umano contem­poranei. Entrambi partono dal fatto che le forze produttive della vita, la “prima natura”, sia­no state distrutte nella loro trasformazione in “produzione” capitalista. Inoltre, invece di ri­conoscere tutto questo, la natura è stata considerata responsabile del problema ecologico e delle misure prese per contrastarlo, come se fosse stata la natura a tradire l’uomo e non fosse stato invece l’uomo a distruggerla.
  • Una vera produttività maschile può crescere solo dove non ci siano legami con la macchina. Attualmente, comunque, l’uomo lavora per rinforzare la macchina usando una sorta di “vita­lizzazione” alchemica sotto forma di robot, quale intelligenza artificiale, o di una bio-mac­china riproduttiva, attraverso le “tecnologie riproduttive”, i cyborg, gli OGM, le nanotecno­logie. La macchina “programma” la vita o, al contrario, la macchina è “forzata a produrre la vita”. L’intenzione è di costringere la vita a sostenere la macchina e a rendersi inseparabile dalla stessa, così che la macchina possa apparire come “produttiva” e “creativa”. In questo modo la macchina diviene un “sistema aperto”, passando da uno stato “sotto” controllo a uno “fuori” controllo. Ciò non di meno, si suppone si riproduca meglio e possa apparentemente sostituire le madri e la natura.

 

La ricerca femminista: la globalizzazione e il capitalismo maturo
Questa analisi del capitalismo rimpiazza il riduzionismo sia delle scienze naturali sia dell’economia politica e della “critica”. Da questa angolazione si va oltre la sinistra. La sinistra non vuole ancora vedere le vere contraddizioni del capitalismo realmente esistente. La nostra analisi, d’altra parte, osserva il capitalismo “dalla testa ai piedi”. Visto da “sotto” e da “fuori” il capitalismo sembra molto diverso, e talora persino antitetico, a come finora è stato presentato e criticato, anche dalla sinistra. Da questa prospettiva i concetti guida usati per un futuro migliore hanno perso il loro significato: proletariato, sindacati, politica di sinistra, progresso tecnologico, “sviluppo” delle nazioni industrializzate, leadership del Nord del mondo, superiorità degli uomini sulle donne. Se seguissimo questi concetti, ci infileremmo in un vicolo cieco. Poiché il capitalismo è globale, compromette il “Secondo Mondo” e il “Terzo Mondo” e non rappresenta un’alternativa a ciò che si ritiene il Sud “feudale” o l’Est “rosso”. Il capitalismo o il “Primo Mondo”, appare come l’unico vincitore degli ultimi 30 anni di “globalizzazione”. Il “Socialismo”, inteso come mondo “post-capitalista”, si è completamente dissolto. Comunque, dal 1989, l’occidente/nord vittorioso sta affrontando una crisi, l’“illusione del welfare state”, in cui ha manipolato anche se stesso, depredando e distruggendo il mondo. La cosiddetta “battaglia della produzione” è molto più una lotta che una produzione. Per chiunque abbia gli occhi aperti è impossibile ignorare il carattere parassitario e contro-produttivo del sistema capitalistico mondiale.
Quindi, il collasso del sistema statale del socialismo reale non ha significato la fine di ogni “competizione tra sistemi”, ma ha sottolineato il cedimento di una parte del sistema capitalistico mondiale. Possiamo aspettarci anche dell’altro. Addirittura, il Sud è intrappolato in una spirale in discesa. E al Nord, grazie alle “politiche riformiste” e alla crescita delle condizioni di lavoro “precario”, molti dei pilastri del sistema cominciano a sbriciolarsi, come le istituzioni borghesi, il sistema di lavoro salariato, la fedeltà delle masse. Piuttosto che liberare le persone dalla soffe­renza, il capitalismo per primo le fa soffrire. Lo “sviluppo” per alcuni, diventa inevitabilmente il sottosviluppo per altri. Invece di creare prosperità per tutti, il capitalismo sfrutta e distrugge le ricchezze della terra, attraverso la “privatizzazione”. Il “progresso” significa soprattutto lo sviluppo di metodi violenti di appropriazione, esproprio e distruzione. La “crescita” significa guerra a tutti i livelli.
Le conseguenze che emergono da questa analisi del capitalismo sono assolute. Ciò che interessa è come fermare il sistema capitalistico mondiale e il suo sviluppo, che ha come logica conseguenza un sistema di guerra globale. Questo implica abbandonare la produzione di beni e orientarsi verso un’economia di sussistenza, che è stata per lungo tempo oppressa e ampiamente distrutta. Ciò vale per il Nord come per il Sud. Come affermato a livello internazionale da Benn­holdt-Thomsen, Mies, Shiva, da me e da altre autrici, la prospettiva della sussistenza propone la possibilità di una conseguente liberazione della sussistenza, della vita, dell’esistenza, del lavoro, delle relazioni di genere, della politica, della natura e della cultura. Ciò significa la liberazione dalla guerra permanente contro l’umanità e contro la natura intrapresa dalla produzione di beni e dall’accumulazione originaria continua. La prospettiva della sussistenza è stata a lungo praticata e discussa come alternativa realizzabile per il Sud, e potenzialmente anche per il Nord.
Quello che si deve perseguire è una politica della “testimonianza di un’esistenza senza domin­zione”, che significa la ri-creazione di relazioni sociali egualitarie. Le nostre proposte sono sempre state considerate provocatorie dalla sinistra. Il concetto di “sussistenza” è stato visto come una regressione al “tradizionalismo” e al “sottosviluppo” e ritenuto inutile per il dibattito, nonostante il fatto ovvio che la moderna produzione di beni è la causa del sottosviluppo reale. La prospettiva ecofemminista di una diversa relazione con la natura è stata considerata dalla sinistra una visione “romantica”, poiché la natura era ritenuta violenta e l’uomo era colui che poteva controllarla e dominarla. Tuttavia, le catastrofi naturali che viviamo oggi non sono altro che il risultato del cosiddetto “dominio sulla natura”, piuttosto che il risultato della violenza della natura, tali eventi esprimono la violenza di coloro che cercano di dominarla. Per quanto riguarda le relazioni di genere alternative, la sinistra maschile non ne può concepire; e quando cerca di farlo, si sente sempre sopraffatta dalle donne, invece di sentirsi sommersa dai contributi delle donne!
La critica alla macchina sembrava essere un chiaro affronto ed è stata subito rifiutata, come se l’“Uomo” perdesse la propria identità senza il suo mondo meccanico. Per finire, e pare abbastan­za, la nostra idea di relazioni sociali non dominanti ha provocato dei timori nella sinistra. La no­stra critica al dominio è stata vista come una critica senza teoria, “anarchica”. Che tradimento! La teoria deve stabilire e mantenere il dominio per considerarsi “scientifica” o “politica” o “rile­vante? L’“Uomo” basa la propria identità solo sul suo ruolo dominante? Sembra essere così. Co­munque, le femministe non possono essere incluse in un progetto statale, dato che lo stato è stato inventato per dominare. Non è solo la Scuola di Bielefeld che ritiene la sinistra non interessata ad alternative reali. Le alternative proposte dalla sinistra alla fine non ci sono. Sono tutte riducibili a un programma: la mera redistribuzione del capitale = comando, soldi e beni. L’unica domanda della sinistra è stata: come possiamo raggiungere il potere? L’obiettivo non è mai stato quello di ribaltare il sistema o di realizzare una vera alternativa, ma piuttosto di “riformarlo”. Quando mai sono state realizzate delle vere alternative dall’alto? E perché la sinistra non vuole un’alternativa?

 

Cosa significa il patriarcato e cosa ha a che fare col capitalismo?
L’analisi della sinistra sul capitalismo è limitata: primo, perché la sinistra esiste, pensa e vive nella logica capitalistica; e secondo, perché è profondamente radicata nel patriarcato. Solo quan­do si vedono i limiti del capitalismo si può vedere oltre il capitalismo stesso. E, fatto questo, ci si imbatte nel patriarcato e nel matriarcato, non-capitalisti o pre-capitalisti. L’analisi di questi con­cetti dal punto di vista teorico, e non solo polemico, ha caratterizzato sempre più il nostro lavoro sin dagli anni ’90. Le donne hanno a lungo parlato del patriarcato, specialmente da quando è stata evidente l’ostilità del capitalismo contro le donne e il loro sfruttamento in tutti i modi possibili e immaginabili. Rimane ancora oscuro cosa realmente sia inteso con patriarcato. Per la maggior parte delle donne, esso ha significato il mero ruolo degli uomini e dei padri nella famiglia, nel lavoro e nello stato. È risaputo che il patriarcato viene prima del capitalismo. Ma una certa sinistra è convinta che il patriarcato sia soprattutto un residuo storico pseudo-irrazionale che il capitalismo e il “progresso” dovrebbero abbandonare. Ad ogni modo, anche a questo riguardo le cose non sono come sembrerebbero.

 

Tesi I: il Patriarcato è il fondamento basilare, la “struttura profonda (Tiefenstriktur) del capita­lismo
Se si analizza la storia del capitalismo, si rintracciano sia il patriarcato sia molti altri aspetti ca­ratteristici: la guerra come strumento di saccheggio e conquista, il dominio come metodo del si­stema statale, la sottomissione assoluta delle donne, la divisione in classi, i modi di sfruttamento degli umani e della natura, le ideologie della “produttività” e le religioni della “creazione” ma­schili, le pratiche alchemiche che “confermerebbero” tale sistema, e la produttività e le forze creative reali basate solo sulle spalle di alcuni, una totale “civiltà parassita”. Il patriarcato ha at­traversato gli ultimi 5/7 mila anni di storia. Durante tutto questo tempo, l’Europa ha avuto diverse ondate di patriarcalizzazione. Queste sono descritte come invasioni “kurgan”, seguite da roma­nizzazione, cristianizzazione e feudalesimo.
Quali sono le differenze tra patriarcato e capitalismo e quali le cose in comune? Il capitalismo ha antiche e ampie radici patriarcali; il capitalismo è, di fatto, l’ultima espressione del patriarcato. Per questo, capitalismo e patriarcato si appartengono l’un l’altro. Le differenze risiedono in ciò che è specifico del capitalismo: l’estensione del lavoro salariato, a cui si collega direttamente l’invenzione del lavoro domestico gratuito, la generalizzazione della produzione diversificata di beni differenti, il ruolo guida del capitale come ricchezza astratta, la creazione di un “sistema mondo” che rimpiazza il precedente “impero” (Wallerstein), e la globalizzazione dell’intero siste­ma imprenditoriale capitalista che può portare a un possibile collasso, una volta raggiunto il limi­te sopportato dalla terra e dalla capacità tecnologica. Questo scenario si basa interamente sulla traiettoria generale del patriarcato.

 

Tesi II: il capitalismo tenta di realizzare l’utopia del patriarcato: un mondo senza natura e senza donne (“piena patriarcalizzazione”)
Un aspetto completamente nuovo per il patriarcato moderno è il tentativo di trasformare in realtà materiale le ideologie della “produttività” maschile e della “creazione” divina maschile. La transizione dall’idealismo al materialismo patriarcali, che si è espressa dapprima nell’Europa occidentale, distingue il capitalismo da tutte le altre forme di patriarcato e dagli ulteriori modi di produzione. Comunque, questa transizione è ancora malintesa, ed è intesa come una rottura nella storia patriarcale. Al contrario essa lo porta ad un piena e completa realizzazione, provando prima e per sempre in “realtà”, che sono stati il capo, il padre, l’uomo, il dio a creare il mondo e che sono i veri autori della vita. Il capitalismo è il progetto utopistico del patriarcato moderno. Il suo scopo è di giustificare ideologicamente i domini inutili. Ora sono i conseguimenti materiali del capitalismo che si suppone provino che i patriarchi siano i veri “creatori”. L’obiettivo finale è di cessare la dipendenza da chi è l’unico vero creatore e realizzatore: la natura, la dea, la madre. L’idea è di sostituirla con qualcosa ritenuto superiore.
Quello che in fondo è implicito in questi sforzi è il fatto che non c’è mai stata una vera creazione patriarcale. Infatti, fino all’epoca moderna la nozione di creazione patriarcale era un’affermazione astratta. Ciò che distingue il progetto patriarcale moderno o capitalista dai suoi predecessori è che non si accontenta più di cercare di appropriarsi della natura o di imitare la sua creazione, un tentativo ovviamente inutile, ma che attivamente cerca di sostituire questa creazione con qualcosa di completamente nuovo. Ciò che vediamo oggi è un progetto “utopistico reale” direttamente opposto all’ordine della vita. Questo è ciò che io chiamo patriarcato come “sistema alchemico o guerrafondaio”. La forma capitalista del patriarcato è l’apice dello sviluppo patriarcale, dell’“evoluzione”, inventata dal patriarcato stesso. Esso cerca di stabilire un patriarcato “puro”, “completo” ed “eterno”, quale nuovo paradiso, privato di ogni traccia matriarcale e naturale. L’intenzione è quella di superare il mondo conosciuto e di realizzarne uno considerato superiore, con un processo di “nascita” metafisica.

 

Tesi III: il progresso non sconfiggerà il patriarcato, poiché lo stesso progresso è capitalista
La scienza moderna, fin dai suoi inizi, sta alla natura “come un esercito in territorio nemico, senza conoscerlo”. La moderna tecnologia, cioè la scienza meccanicistica moderna, è orientata verso l’estinzione, la “sostituzione”, della vita, della morte e della creazione così come le conosciamo, ma anche dell’umanità, delle donne e delle madri, della terra, delle piante e degli animali, per interessarsi solo di se stessa.
Le nuove tecnologie, “l’alchemia nucleare”, la biochimica, la nanotecnologia, la tecnologia riproduttiva e l’ingegneria genetica (che Rifkin chiama “algenia”) rivelano chiaramente le intenzioni delle forme modernizzate dell’alchemia patriarcale, per provare la presunta esistenza della creazione/produzione maschili. Ma, naturalmente, questo progetto è realizzato senza la compartecipazione delle donne e della natura, anzi in completa opposizione con loro. La macchina rappresenta il primo tentativo di sostituire l’umanità e la natura: la macchina serve per uccidere, lavorare, fare sesso e riprodursi. Oramai si è giunti alla “meccanizzazione” della natura. La macchina come “sistema aperto” non sostituisce la natura con un mero apparato. Piuttosto forza la natura a realizzare da sé le modificazioni e le “informazioni” genetiche indotte dagli strumenti meccanici molecolari. Questa tecnologia vuole abolire la “gestalt”, le forme della vita stessa.
Ad esempio, la frode della macchina come “sistema aperto” invece che chiuso, serve ad usare tecnologie come gli Ogm o le nanotecnologie per rimpiazzare le informazioni cellulari con nuovi dati, risultanti dalle combinazioni genetiche forzate o da mini-pics. Quando introdotte in un corpo vivente, queste dovrebbero riprodursi al suo interno. Ma i cicli naturali sono parzialmente disabilitati durante l’installazione di questi elementi, programmati dall’esterno.
Finora questi tentativi hanno fallito le aspirazioni al controllo degli uomini. Infatti, per coloro che intendono la natura e il corpo in modo non capitalistico e non patriarcale, sembra ovvio che ogni tentativo di produrre un essere o forme di “vita” immortali, migliori, superiori e più perfette sia condannato al fallimento. Tutto ciò che il capitalismo corrente ha tentato, non ha fatto altro che scatenare la violenza che sta distruggendo tutte le relazioni e i cicli naturali, dall’esterno e dall’interno. I recenti progetti per la vita “trans-umana” o “post-umana” dimostrano l’assurdità e il pericolo di questo sistema: se gli esseri umani non possono essere creati artificialmente, allora devono essere eliminati! Il moderno patriarcato capitalista ovviamente non conosce restrizioni morali e ha già realizzato danni irreversibili alla vita sul nostro pianeta.

 

Tesi IV: la sinistra non può proporre un’alternativa fino a quando il patriarcato capitalista rimarrà l’utopia della sinistra
Analizzando il patriarcato è più facile comprendere le ragioni per cui la sinistra ha molte difficoltà nel trovare delle alternative al capitalismo. Il capitalismo è il patriarcato capitalista, e se sparisce l’uno sparirà anche l’altro. Il patriarcato potrebbe sopravvivere solo in una forma pre-capitalistica, che non implica la nozione di “materialismo utopico”. Ad ogni modo, è altamente improbabile che la sinistra voglia abbandonare il progresso tecnologico, che è il cuore del patriarcato capitalista. Per cui, la “liberazione” del patriarcato dal capitalismo non è vicina. Il contrario è altrettanto impossibile: il capitalismo non può essere liberato dal patriarcato perché senza di esso non può esistere. L’utopia del patriarcato e il tentativo di realizzarlo hanno permesso al capitalismo di manifestarsi. Non c’è un modo di produzione capitalistico al di fuori del patriarcato.
Una vera alternativa al patriarcato capitalista dovrebbe essere un’alternativa profonda (al­terna-depth). Ciò per dire che gli studiosi non dovrebbero occuparsi più dei 500 anni del capitalismo, ma interessarsi dei 5 mila anni del patriarcato!
Abbiamo bisogno di liberarci dalla religione, che ha tra i suoi seguaci anche degli atei, ca­ratterizzata da una stabile credenza nei sistemi basati sulla violenza, che hanno contraddistinto la storia del patriarcato sin dai suoi inizi. Specialmente al Nord, gli accademici e gli uomini di sini­stra hanno per lungo tempo aderito a questa idea, e oggigiorno aumenta il numero di donne che fanno altrettanto. Abbiamo necessità di trovare nuove forme di sentire, pensare e agire. Dobbia­mo osservare l’iceberg dall’emergente alle sue enormi profondità, che lo definiscono realmente. Solo questo può permettere all’umanità moderna, alla sinistra e a molte femministe di ribaltare e rivelare le verità nascoste della nostra società.
Per cui, il problema della sinistra che cerca un’alternativa è più fondamentale di ciò che sospetta­vamo. La sinistra non è interessata a un’alternativa al capitalismo reale esistente, perché il capita­lismo vuole realizzare l’utopia patriarcale e il patriarcato è fermamente inscritto nel “subconscio collettivo” della sinistra. Ciò che serve è indirizzarci verso l’insieme, l’alternativa profonda, che si intravvede attraverso il matriarcato storico, l’“ordine matriarcale”, quali reliquie del matriarca­to che ancora sopravvivono nonostante la centralità del patriarcato. Fino ad oggi, la sinistra non ha accettato il risultato della recente ricerca che conferma che le società matriarcali nel mondo, al contrario del capitalismo moderno e di tutte le società patriarcali, non ha mai conosciuto lo stato, l’ominazione, le classi, le guerre, i conflitti di genere o le catastrofi naturali. Non possiamo delineare altre conclusioni senza la speranza che la sinistra possa aiutarci per le sfide future. Per cui non disperderemo più le nostre energie cercando di spiegare il nostro punto di vista. Ci concentreremo invece sull’alternativa profonda.

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 Claudia von Werlhof
trad. di strix

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