Riflessioni sul privilegio e focus sull’antisessismo – Seminario del IX incontro per la Liberazione Animale 2013

got-privilegeDurante l’incontro di Liberazione Animale 2013, si è svolto un workshop sui privilegi e il sessismo che  ha affrontato dei temi interconnessi con le lotte di liberazione delle donne e degli animali, per individuare i punti di contatto e le strategie di sovvertimento dell’ideologia del dominio.
Qui proponiamo il dibattito di questo seminario, pubblicato nel volume che raccoglie i vari interventi all’Incontro di Liberazione Animale, che potete scaricare al link del Libro a seguito del IX incontro per la Liberazione Animale.

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A: L’esigenza di questo WS nasce dalla percezione di una carenza di attenzione sulla questione. Il confronto diretto e la discussione sono importanti per non affidare l’argomento alla sola lettura di libri o di opuscoli. A differenza di altri argomenti e campagne specifiche, per esempio quelle animaliste, questo sul privilegio è un tema che va anche interiorizzato; quello di oggi vorrebbe essere un inizio per continuare le discussioni all’interno delle proprie realtà.
Partiamo con un esempio condiviso da tutti/e, visto che siamo accomunati/e dalla voglia di eliminare la schiavitù animale: il rapporto tra la nostra specie e le altre. E’ evidente come la specie umana abbia dei privilegi. Per la posizione che occupa all’interno di questo mondo ha il potere e le possibilità di esercitare un dominio. Lo specismo si potrebbe definire così: l’esercitazione del privilegio di specie. Le gerarchie si creano per condizioni che vanno oltre l’individualità o i singoli.
Per opporsi a questo privilegio occorre iniziare a riconoscere nell’animale non umano – o nell’Altro, in qualsiasi altro da me – un individuo, un’esistenza unica. La capacità di uscire da noi stessi/e, dalla posizione che occupiamo e riuscire a considerare gli/le altri/e è importante per una critica dell’esistente. Se si vuole parlare di libertà occorre ricordarsi che il concetto di libertà non può che riguardare la libertà di ciascuno/a.
Ma è possibile guardare il mondo al di fuori di se stessi/e? Ognuno/a di noi ricopre delle posizioni di privilegio (di specie, di genere, ecc). In questa società siamo (chi più chi meno), la somma di ruoli che siamo costretti a ricoprire. La società impone i privilegi per creare gerarchie e conservare i ruoli di potere (esercitato o subito). La critica al privilegio è diretta al privilegio in sé (e alla società che lo permette) più che ai/alle singoli/e privilegiati/e.
Occorrerebbe, però, iniziare a riflettere anche su se stessi, sulla propria comunità e su come si riproducono le logiche autoritarie. E’ importante riconoscere alcuni comportamenti, capire come si siano interiorizzati e, magari involontariamente, riprodotti. E’ probabilmente un percorso critico senza fine, perché non solo indirizzato all’esterno ma anche alle nostre gabbie interiori.
Spesso, a causa di questioni considerate più urgenti, queste tematiche vengono sottovalutate. Questo limite ruba spazio ai nostri percorsi personali.
– L’identità di genere è una gabbia, imposta dalla società, da cui è difficile fuggire. La società richiede caratteristiche che spesso non rispettano i singoli. Quanto può essere difficile per un uomo rivestire il ruolo che gli viene richiesto: essere dominante, forte, duro, non chiedere mai aiuto o mostrare debolezze? Per la donna è previsto, invece, che qualcuno le giri intorno e che non sia in grado di fare da sola cose fisicamente faticose.
– Quando pensiamo al privilegio, più che a un potere che si esercita o si subisce, ci immaginiamo una gabbia, una situazione in cui un individuo ha un ruolo codificato, una condizione preesistente all’individuo stesso e quasi mai messa in discussione. Un uomo fisicamente debole sarà comunque ritenuto più indipendente di una donna (anche se fisicamente forte). Il privilegio è parte della nostra vita quotidiana. Per esempio, nel nostro rapporto con un cane, noi decidiamo per lui quando deve mangiare, uscire, ecc. La cosa ci sembra sembra normale, fa parte del ruolo del ‘padrone di un cane’. I ruoli sono codificati e quasi mai sottoposti a critica.
– Nell’accezione comune essere privilegiati/e significa avere possibilità che ad altri/e sono negate. Significa maggiore libertà. Anche ricoprire il ruolo di privilegiati/e può essere un limite alla libertà: il punto di vista da cui si guarda il mondo sarà di difesa del proprio ruolo e del proprio privilegio e questo può diventare un ostacolo alla capacità di immaginarsi diversi/e e di immedesimarsi negli/le altri/e. Nel rapporto con gli animali non umani si parla spesso di empatia (che è la volontà/possibilità di immedesimarsi nell’altro). E’ difficile uscire veramente da se stessi/e e distruggere le gabbie e ruoli di cui siamo la somma. A volte più che immedesimarsi si tende a portare l’altro/a dentro di sé. Nella questione degli animali non umani il rischio è di umanizzarli. Vogliamo difenderli dal dolore ma dobbiamo anche riuscire a non pensarci come indispensabili altrimenti questo atteggiamento mentale nei loro confronti ripropone una gerarchia che ci innalza sopra loro.
B: Mi è già capitato di discutere sul privilegio, cercando di definirlo. Tentare di definirlo è un errore. Potrebbe essere più utile fare esempi concreti per constatare che i privilegi operano anche all’interno dei nostri gruppi. Nel titolo di questo WS si parla di ‘antisessismo’. Occorrerebbe prima parlare di sessismo poi si può diventare ‘anti’. E occorrerebbe cominciare a rivedere anche questo ‘anti’, per non far diventare tutto una semplice etichetta. Quando si parla di argomenti che toccano ‘il profondo’, una discussione con 40/50 persone è abbastanza dispersiva. Tutti/e creiamo, sviluppiamo, subiamo, esercitiamo privilegi. E’ importante che ognuno/a riesca a esternare qualcosa di sé. E’ un percorso, non una posizione ideologica che si risolve con una discussione. Parliamo proprio di noi, della nostra sessualità, di qualcosa che è radicato nel nostro addomesticamento. Servono esperienze reali per confrontarsi veramente. In situazioni allargate questo è difficile che accada. In situazioni allargate emergono i concetti più che le emozioni. Sarebbe più utile e semplice creare piccoli gruppi di discussione.
C: Quando si parla di questioni di genere e di privilegio spesso si riduce il tutto ad una questione privata, intima. A nessuno/a verrebbe in mente di dire che il capitalismo è qualcosa che dobbiamo trovare dentro di noi e affrontare secondo le sensibilità individuali. Tanto il capitalismo è strutturale a questa società tanto lo è il sessismo, che io chiamerei patriarcato. E’ basilare nella costruzione di questa società, nelle relazioni di privilegio, di autorità e di oppressione. Trovo quindi riduttivo, e a volte fastidioso, dare a determinate questioni un carattere intimista. Mi piacerebbe, quando si affrontano questioni di genere, dare un’impronta po’ più combattiva e la potenza che esiste in altre lotte (quella di liberazione animale o quella NoTav). Ci sono lotte contro il privilegio di genere condotte con modalità aggressive e con pratiche di azione diretta.
D: Il problema privato/pubblico è una falsa dicotomia imposta per far sì che la questione (affrontata anche con un abuso di pratiche tipo l’analisi) non esca con tutta la sovversione che possiede. Relegare problemi che sono politici, che sono di tutti/e dentro la sfera intima è sicuramente una strategia antisommossa. Esiste una matrice del capitalismo che è eterosessuale, nel senso che esiste un piano, che si sviluppa nei secoli e che arriva fino ad oggi, per il controllo della produzione e della riproduzione delle forme di vita e per il controllo della popolazione e dei piaceri. In ogni momento si può notare come ognuno/a è sempre pronto/a a rivendicare un’identità rendendo difficile il dialogo e la reciprocità, che sono la base di ogni lotta. Tutte le leggi si basano sul riconoscimento: si riconoscono dei diritti e per fare ciò occorre riconoscere un’identità. Questo chiude dentro al diritto stesso. Come si può superare il problema dell’identità di genere e capire quale sia l’uso che ne fa il capitalismo? E’ una questione che ci soggettivizza. Appartiene sia al singolo che alla collettività e a volte attraversa anche le stesse lotte che cercano di combattere il problema stesso. E’ talmente forte che possiede il potere di disattivare i tentativi di sovversione. Le esperienze del passato, per esempio degli anni 70, sono importanti. La riflessione essenziale è sul se e il come esiste un legame, una connessione, tra le questioni di genere e la liberazione animale.
E: C’è stato un fraintendimento quando parliamo di sfera emotiva. Capire e approfondire le dinamiche è utile perché, quando si riesce a identificare (almeno in parte) quello che comportano nelle nostre vite (per ciò che subiamo che per ciò che imponiamo), si acquisiscono strumenti nuovi di lotta e di critica. Anche a me sta stretta l’autocoscienza (almeno in un gruppo numeroso). Preferisco farlo con persone vicine o da sola.
F: Vengo da un’esperienza di femminismo. Ho un po’ di difficoltà a definirmi da un punto di vista identitario perché nel mio percorso di lotta e di crescita ho constatato che nel momento in cui ci si fissa in un’identità, nel momento in cui ci si definisce, si esclude sempre qualcosa. Penso che ognuno/a di noi abbia bisogno di un nucleo identitario, per immaginarsi nel mondo, per la propria narrazione. Questa identità va pensata in una processualità e nel confronto. Inizialmente, quando ho incrociato il femminismo, rivendicavo per me una posizione di donna; facendo mia quella che era la soggettività di donna e politicizzandola. Poi mi sono accorta che, nel mio definirmi donna, facevo riferimento, involontariamente, ad un soggetto che era una donna bianca, eterosessuale, di classe media e mi sono resa conto dei privilegi di questo ruolo. Contemporaneamente mi sembrava di occupare una posizione di minoranza, di chi subisce il potere. Si è sempre in una posizione doppia: a volte si esercita potere sugli/le altri/e e a volte si subisce. Mi è stato utile, più che partire da me, analizzare la visione maschile del mondo. Tutto quello che mi era stato insegnato proveniva da una costruzione maschile, bianca, eterosessuale e anche umana, quindi antropocentrica. Analizzando come il potere si costruisce (e ci costruisce), verifichiamo che è molteplice. Nel momento in cui lo riconosciamo come maschile e umano, nella mia esperienza c’è stato un immediato avvicinamento all’antispecismo.
Sarebbe molto utile avere un approccio intersezionale incrociando le diverse lotte. Se mi definisco femminista non posso fare a meno di incrociare la questione dell’antispecismo. Quello che ho imparato dal femminismo è che personale e politico sono inscindibili. Non possiamo evitare di parlare di sentimenti o stati d’animo. Prendere parola in situazioni collettive è difficile e questo dipende spesso da dinamiche di potere. Non a caso nelle prime assemblee a cui ho partecipato, che erano assemblee miste, parlavano solo gli uomini. Mi spiegavo la cosa da un punto di vista emotivo e invece si può arrivare a percepire i meccanismi di potere in atto. Occorre sempre guardare con attenzione al privato e all’intimità proprio per capire i rapporti di potere che poi si trovano nel collettivo, nello spazio pubblico.
G: Resto esterrefatta quando sento espressioni come ‘subire’ o quando sento dire che le differenze sono derivate da decisioni maschili o, ancora, che nelle assemblee si rimane bloccate perché prendono parola solo i maschi. Credo siamo compartecipi nell’essere ‘quelle messe da parte’. Credo sia necessario riconoscere quanto il proprio tacere e il sentirsi vittima sia un comodo privilegio. Piangersi addosso, nei piccoli gruppi o pubblicamente, non porta a nulla. Il cambiamento può avvenire solo nell’immediato con lo scambio con l’altro genere. Si è bloccate per educazione o pudore o costruzione mentale. Se lo scambio non avviene, invece, perché l’altra parte non lascia spazio, allora il problema va politicizzato. Io mi sento responsabile di alcune manifestazioni che ho subito da parte maschile, perché ero complice di una comunicazione non limpida. A volte dovremmo sentirci responsabili della sofferenza che stiamo vivendo perché forse sarebbe bastato esprimersi di più e meglio perché le cose si evolvessero diversamente. E non ci sentiremmo con la ‘voglia di rivalsa’ e il sentimento di vergogna di chi si è lasciato sopraffare. Ci vuole più coraggio e sfacciataggine. Magari siamo vincolate da un pudore che ci è stato insegnato fin da bambine e che dobbiamo decostruire. Rispetto al privilegio: oltre alla differenza di specie e di genere pensavo alle differenze di età. C’è la convinzione diffusa che le persone più vecchie siano sempre più sagge, ma la quotidianità dimostra che non si è automaticamente saggi/e in base all’età. Ho vissuto situazioni di razzismo al contrario: tutto ciò che diceva la persona senegalese con cui coabitavo era considerato oro colato. E magari era più sessista e capitalista di noi. Questi sono solo altri esempi di privilegi per i quali l’etichetta affibbiata è difficile da togliere.
H: Volevo fare due precisazioni per chiarire quanto detto nel precedente intervento. ‘Potere maschile’ non significa associare il male assoluto agli individui biologicamente maschi ma riconoscere l’esistenza di una costruzione (maschile ed eterosessuale) del potere. Quindi anche una donna può richiamarsi ad un modello maschile di affermazione di sé. Quando dicevo della mia difficoltà di parlare all’interno di determinate assemblee non intendevo piangermi addosso ma testimoniare l’esistenza di autoritarismi a cui non voglio adeguarmi. Un modo più orizzontale di iniziare un’assemblea potrebbe essere quello di presentarsi e specificare se si vuole essere chiamati con il maschile o con il femminile, dato che esistono anche situazioni transgender. Parlando di maschile non volevo riproporre una visione binaria, che io stessa voglio mettere in discussione. Non volevo vittimizzarmi o vittimizzare le donne o altre soggettività. Volevo condividere un’esperienza personale che ho politicizzato.
I: Nell’intervento di G sono emerse posizioni molto forti che meritano una risposta altrettanto forte. Il discorso sulla complicità, detto come è stato detto, riecheggia l’ideologia fascista, machista, patriarcale. È bello esortarci e dire che quello che facciamo dipende dalla nostra volontà, che abbiamo vigore e forza per combattere i sistemi di oppressione. Però ragionare sui sistemi di oppressione in questo modo significa fare finta che non esistano. Pensare che tutto dipenda da noi, che se non siamo capaci di prendere parola nell’assemblea è colpa nostra, significa ignorare l’esistenza di un sistema dominante che preme fortemente su alcuni individui. G sembra dire che chi ha privilegi ed esercita potere sarebbe meno responsabile visto che ‘la vittima’ sarebbe la maggiore responsabile di ciò che le accade. Vittima. Usiamo anche questa parola visto che facciamo dei parallelismi con gli altri animali. Sarebbero complici perché li abbiamo messi in gabbia? Non lo diremmo mai per una situazione che riguarda gli animali. È più facile dire una cosa così per quel che riguarda noi stessi. E’ molto pericoloso ignorare il sistema di oppressione.
G: L’intervento di H mi ha fatto ripensare a una cosa che mi disse un amico: che si diventa come i propri carnefici. Quando le questioni restano irrisolte ci si dà la colpa e si finisce per giustificare ciò che si subisce. Nella necessità di trovare un senso, nella disperazione, si trovano delle risposte. Io mi sono detta che forse non ero stata abbastanza forte e mi sono presa la responsabilità di quanto successo. Le ultime riflessioni mi sono state utili. Grazie.
L: Non bisogna pretendere di sciogliere la contraddizione di essere contemporaneamente coloro che esercitano e che subiscono il potere. Le gabbie in cui siamo rinchiusi/e (diverse da quelle fisiche degli animali) sono gabbie di condizionamento mentale. Rimaniamo invischiati/e nella contraddizione perché sia i condizionamenti che subiamo che la nostra risposta ai condizionamenti è predeterminata. Al tempo stesso abbiamo una responsabilità nelle scelte che facciamo. E’ particolarmente difficile, forse impossibile (e forse neppure giusto) voler sciogliere questa contraddizione. I privilegi che ci riguardano non sono binari; sono complessi e si intrecciano e si mescolano e diventano irriconoscibili nell’esperienza individuale. Sarebbe più interessante smettere di vederci come uomini o donne ma vedere che ognuno/a ha una storia in cui si sono intessuti privilegi maschili e privilegi femminili, e tutti gli altri.
M: Si è detto che le gabbie degli animali sono fisiche e le nostre più immateriali. Eliminare i nostri condizionamenti sarebbe più facile? Credo che i meccanismi del patriarcato, struttura di questa società, ci siano concretamente e siano visibili e tangibili. Il legame tra la lotta di liberazione animale e quella antipatriarcale sta nel combattere l’oppressione e l’autorità, comprendendo che siamo classificati dalla nascita e che la volontà è cosa relativa (quasi irrilevante).
N: Annamaria Rivera, in una conferenza, metteva in luce come i privilegi e classificazioni sociali molto più intrecciati di quello che percepiamo a prima vista. Faceva l’esempio di una famiglia borghese: lui direttore di un’azienda, fa un errore al lavoro, e torna a casa particolarmente nervoso. Litiga con la moglie. Quest’ultima non sopporta di vederlo arrabbiato perché gli ha preparato la cena e lui non mangia neanche. Lei si sfoga con la donna di servizio e poi manda i figli a letto presto perché è andata in fumo la serata. La donna di servizio, stufa di subire, vede il cane e gli dà un calcio. Questa è solo una piccolissima fetta di quelli che sono gli intrecci di potere se li pensiamo a livello mondiale. Inoltre questa è una famiglia bianca, tradizionale di media cultura. In una società gli incroci si moltiplicano all’infinito e diventa riduttivo pensare semplicemente al genere piuttosto che al ceto sociale o al colore della pelle. C’è un insieme di relazioni di violenza complesso e occorre andare oltre al rapportarsi in maniera personale; occorre analizzare cos’è che genera, dal punto di vista politico, queste situazioni. Annamaria Rivera utilizzava questo esempio per mostrare che in questa scala di potere la vittima più vittima è il cane di casa, che viene preso a calci. Nell’occasione ero intervenuta aggiungendo che la vittima più vittima era il cibo per cani che c’era nel frigorifero (probabilmente un pollo da allevamento) che neppure fa parte di queste relazioni di potere. Ci sono alcuni individui che non sembrano neppure esistere e forse il privilegio andrebbe pensato rispetto a queste individualità; individualità che non hanno neppure la possibilità di entrare nella rete di relazioni di potere.
O: due punti su cui vorrei riflettere:
– Ci sono situazioni in cui persone privilegiate si sono battute a fianco di chi quel privilegio lo subiva (per esempio per l’abolizione della schiavitù, per la liberazione dell’India dall’Inghilterra, ecc). Cosa succede quando i/le privilegiati/e non vogliono i propri privilegi? Come possono negarli? Certe cose (il colore della pelle, il luogo in cui si nasce, ecc.) non si possono cambiare.
– Io sono nata femmina e quindi sento le lotte femministe più vicine rispetto ad altre lotte. Gli animali sono il mio popolo. Io lotto anche per gli animali. Però non ha senso rinunciare a delle cose per come si nasce. Nascendo si ha un punto di partenza che non si può cambiare, bisogna accettarlo. Ognuno/a ha delle lotte che stanno più vicine al cuore. Ognuno/a potrebbe sentire sue anche altre lotte perché la critica diventa globale e tutto è collegato. Per me la lotta antispecista (anche se uso questo termine con attenzione perché credo che ognuno/a gli dia un diverso significato) è quella contro la discriminazione, non solo fra gli umani. Nonostante la schiavitù esista, il sessismo esista, fra gli umani c’è una specie di consenso sul diritto alla vita, al rispetto, alla libertà. Gli gli altri. Quelli che si dice non possano difendersi. Noi siamo i/le privilegiati/e , i/le padroni/e della terra. A loro lasciamo il ruolo di deboli. Invece ogni essere vivente ha il proprio istinto alla sopravvivenza e cercherà di liberarsi dalle catene della prigionia. Gli animali non accettano il loro destino di privazione: ci sono esempi di ribellione. Ognuno/a di noi essere vivente senziente è in grado di ribellarsi.
La sfida è cercare di unire le lotte, di collegarle non solo a livello filosofico e teorico ma unirci davvero anche nella pratica, nonostante le differenze. Se si cerca un cambiamento vero e l’eliminazione del sistema di oppressione, non si può pensare di proseguire a gruppi separati. Molte persone (ad esempio anche nel movimento NoTav) non sono interessate ai temi dell’animalismo, veganesimo, antispecismo. Prima, sostengono, ci sono gli umani. Questa è ancora discriminazione.

libro lib anim 2013

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