“Come i secchi nel pozzo”. Scienza ed etica negli scritti contro la vivisezione delle femministe britanniche (1870-1910) – di Bruna Bianchi

 antivivisexion review_piccolaIl brano qui proposto è un estratto del saggio di Bruna Bianchi, docente di Storia delle Donne e Questioni di Genere presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si interessa di ecofemminismo e delle sue declinazioni con l’animalismo. L’articolo è stato pubblicato nel numero 23 di DEP, dedicato a Femminismo e questione animale, nel 2013.
Il focus di questo contributo è sulla storia dell’antivivisezionismo che ha avuto i suoi natali nel XIX secolo in Gran Bretagna, in piena epoca vittoriana, in cui la scienza e la medicina erano in consistente espansione positivista. Poveri, donne e animali erano gli oggetti di studio, di osservazione, di sperimentazione, non tanto di cura e attenzione.
Le suffraggette si impegnarono sin da subito per la cusa dei diritti degli animali e molte di loro furono attiviste antivivisezioniste e si batterono per l’eliminazione della vivisezione. Promossero marce e conferenze, fecero dei sit in davanti ai laboratori vivisettori, scrissero pamphlet e manifesti, dichiarando a gran voce lo stretto collegamento del trattamento delle donne e degli animali.
In questo scritto, che potete scaricare e leggere nella sua versione integrale, pone l’accento sull’importanza che le militanti per i diritti delle donne posero ai diritti degli animali e per la strenua battaglia che condussero per protestare ed eliminare questa pratica, fino a morirne, come accadde ad Anna B. Kingsford che si ammalò gravemente in seguito ad un sit it sotto la pioggia scrosciante per protestare davanti al laboratorio di Louis Pasteur. La stessa Kingsford si laureò in medicina, una fra le prime, con una tesi sul vegetarismo e si rifiutò sempre di sperimentare sugli animali prima, durante e dopo i suoi studi.
Anche le altre protagoniste di questa importante presa di posizione sono qui presentate e ne sono illustrate brevemente le gesta: Elizabeth Blackwell, prima donna medico in Gran Bretagna; Frances P. Cobbe, che contrastava la violenza sulle donne e sugli animali; Vernon Lee, sensibile artista che si indignava per la vivisezione; Liz af Hageby, che entrava nelle aule di medicina per interrompere la vivisezione.

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La vivisezione: regolamentazione o abolizione?
La vivisezione è un pratica antica. Caduta in disuso nel Medioevo, iniziò a diffondersi nel XVII secolo, ma solo a partire dagli ani Settanta dell’Ottocento, quando fu istituzionalizzata e numerosi fisiologi la introdussero a Oxford e Cambridge, si sviluppò un vero e proprio movimento di protesta che raggiunse il culmine nel 1874, quando la British Medical Association promosse un confronto con i sostenitori dei diritti degli animali. In quell’occasione il fisiologo francese Eugene Magnan indusse un attacco epilettico in due cani, ma il presidente del Royal College of Surgeon di Irlanda scioglie i legacci che immobilizzavano gli animali e chiese la sospensione della seduta. L’episodio risvegliò l’attenzione dell’ e unì i vari gruppi di antivivisezionisti. Cobbe scrisse: Need of a Bill e Reason for Interference. Erano i primi pamphlets anti-vivisezione in cui si chiedeva solo che la pratica non fosse dolorosa.
 Il 2 febbraio 1875 sul “Morning Post” apparve una lettera del dott. George Hoggan che descriveva gli orrori della vivisezione a cui aveva assistito in Francia e invocava una commissione di inchiesta. Cobbe si mise in contato con Hoggan e, incoraggiata da lui, stese un progetto di legge presentato alla Camera dei Comuni il 4 maggio 1875. Era una proposta di regolamentazione che prevedeva l’uso di anestetici, l’iscrizione ad un albo e definiva le modalità per l’ottenimento dei permessi. La petizione per la restrizione ottenne un migliaio firme. Cobbe si rivolse fiduciosa a Charles Darwin, il quale così motivò il suo rifiuto:

 Credo che alla fine la fisiologia condurrà a incalcolabili benefici e che possa progredire solo sperimentando su animali vivi. Qualsiasi restrizione fermerà ogni progresso in questo paese e me ne rammaricherei profondamente […] Non posso non rimanere colpito dall’ingiustizia con cui si parla dei fisiologi, considerando che coloro che sparano agli uccelli per puro piacere […] non sono biasimati, mentre dei fisiologi si dice che sono “demoni usciti dall’inferno”1.

 Darwin e Huxley presentarono un progetto alternativo in base al quale la vivisezione era considerata una pratica lecita e garantiva che coloro che la praticavano non sarebbero incorsi nelle pene previste dalla legge del 1822; i fisiologi avrebbero potuto ottenere un permesso per praticare la vivisezione, anche senza anestetici. La comunità scientifica medica, sollecitata dai due autorevoli naturalisti, accolse il loro progetto e il 22 maggio “The Lancet” accusò coloro che volevano regolamentare la vivisezione di ristrettezza mentale e incompetenza.
 Nel 1875 fu istituita la prima commissione di inchiesta sulla vivisezione; 53 testimoni, la maggior parte medici favorevoli alla vivisezione, furono ascoltati. la commissione concluse che essa era necessaria per il progresso scientifico e portava ad esempio le scoperte sulla circolazione del sangue resa possibile dall’osservazione “dal vivo”; l’abolizione era impossibile e irragionevole e nel 1876 fu approvata la prima legge di regolamentazione che consentiva la pratica anche senza ricorso ad anestesia quando questa avrebbe compromesso i risultati scientifici2.
 Nel 1881 il congresso internazionale di medicina tenuto a Londra rivelò una grande solidarietà internazionale a favore della vivisezione. Nel discorso inaugurale il presidente tacciò gli antivivisezionisti di ignoranza, agitatori isterici e pieni di pregiudizi3 e nel marzo 1882 nasce la Association for the Advancement of Medicine by Research (AAMR).
 Da allora le sperimentazioni di laboratorio non fecero che aumentare; se nel 1862 – osserverà Elizabeth Blackwell nel 1902 – erano pochi i laboratori in cui si poteva vivisezionare, nel 1892 il numero delle persone autorizzate era salito a 180 e quello delle vivisezioni a 3.960.

 Ora quasi ogni scuola di medicina ha la sua scorta di creature viventi imprigionate che attendono la loro fine, dai grandi rospi importati dalla Germania, ai topi, ai conigli, ai gatti, ai cani di provenienza nazionale, ai carichi di scimmie portate nel nostro clima nebbioso dall’ Africa tropicale4.

 Ma anche la campagna di opposizione si estese e si radicalizzò; eminenti personalità politiche, religiose e letterarie si espressero a favore dell’abolizione. Nel 1884 John Ruskin diede le dimissioni dalla sua cattedra a Oxford in segno di protesta contro un laboratorio di vivisezione all’Università. La Victorian Street Society5, animata da Cobbe, produsse centinaia di opuscoli, promosse campagne per la completa abolizione, denunciò le crudeltà efferate, le illegalità e, soprattutto, mise in discussione la filosofia e i metodi della scienza medica. Laureate in medicina, letterate, scrittrici apportarono il loro punto di vista sul rapporto tra scienza ed etica.
Prurigo secandi”. La sperimentazione sulle donne e sugli animali

donna su tavolo mortuario Un tema ricorrente negli scritti contro la vivisezione è l’analogia tra la violenza che donne e animali subivano per mano dei medici, in particolare dei ginecologi.

A partire dall’inizio del XVIII, in particolare con l’introduzione del forcipe, il potere medico si era progressivamente esteso alla pratica ostetrica portando a compimento quel processo di esclusione delle donne dalla scena del parto che aveva preso avvio nel Medioevo. Mentre l’affermazione delle specializzazioni ostetrica e ginecologica dava ai medici accesso quasi incondizionato ai corpi delle donne, le scienze biologiche, antropologiche e psichiatriche teorizzavano l’inferiorità femminile. La medicina, e in particolare la ginecologia, ebbe un ruolo fondamentale nel dare una giustificazione scientifica dell’esclusione sociale delle donne: il ruolo “naturale” della donna, si limitava esclusivamente alla sfera riproduttiva. Le argomentazioni scientifiche incontrarono una vasta accoglienza, ebbero grande risonanza e rafforzarono la visione tradizionale della donna inadatta alla vita pubblica. Le donne, si disse, erano governate dalla fisiologia, associate al corpo, gli uomini alla mente. La dicotomia natura/cultura andò rafforzando una visione della donna fragile soggetta a malattie immaginarie.
 Era convinzione di medici e psichiatri che ovaie e utero governassero l’intero organismo femminile e influissero sulle sue condizioni mentali6. Poiché, si diceva, tutti i processi vitali sono in funzione della riproduzione, non può sorprendere che gli organi sessuali siano determinanti nella vita, nella salute e nello stato mentale delle donne. “È come se il Signore, nel creare il genere femminile avesse preso l’ utero e vi avesse costruito intorno la donna”7.
La periodicità del ciclo mestruale si rifletteva nella instabilità nervosa che poneva le donne nella condizione di dover essere costantemente controllate. Dominio, controllo, svalutazione, oggettivazione orientavano dunque la pratica medica che si era proclamata maschile, guidata da valori maschili.
Le prime donne laureate in medicina si indignarono di fronte al trattamento irrispettoso e degradante inflitto alle donne povere nei charity hospitals: immobilizzate da strumenti di contenzione, con la pelvi sollevata e le gambe divaricate, esposte all’osservazione degli studenti e alle loro battute salaci. Una vera tortura per donne a cui si predicava la “modestia” e la riservatezza nel comportamento e nel vestire e che negli ospedali erano considerate, al pari degli animali, “materiale clinico”. Scrive Anna Kingsford:
 Una donna sta morendo di tisi. È all’ultimo stadio. Entrambi i polmoni sono rovinati e il petto è pieno di liquido. Per molte ore è stata incosciente e se lasciata sola sarebbe morta relativamente in pace, senza tornare alla coscienza. Ma non doveva essere così. Doveva affrontare ancora un’altra lezione in cambio della carità ricevuta e come punizione per essere povera. Piegato su di lei il medico le grida di aprire gli occhi. Lei cerca inutilmente di obbedirgli. Allora lui prende uno spillo dal suo camice e lo conficca sotto la superficie di ciascuna palpebra. Lei grida e lui sottrae lo spillo dicendo: “lo senti, vero? Allora perché non apri gli occhi?”. Quindi punge le mani e le gambe e ogni puntura provoca un debole gemito e un tentativo di resistenza. Poi, con l’aiuto degli studenti la solleva dal letto, sta morendo ed è assolutamente incapace di muoversi8.
 “I poveri, conclude Kingsford, sono equiparati agli animali come soggetti adatti per esperimenti dolorosi”, infatti per loro non si ricorreva all’anestesia, neppure per le cauterizzazioni. E questo valeva tanto più per le donne che, si pensava, fossero meno sensibili al dolore. Nei manuali di ginecologia e fisiologia si poteva leggere che le donne erano uomini incompleti; instabili ed eccitabili per natura, non avrebbero dovuto essere curate da altre donne; per guarire avevano bisogno della fermezza, dell’equilibrio e della calma maschile. Pertanto ad Anna Kingsford e ad Elizabeth Blackwell l’accesso ai reparti di ginecologia e di ostetricia non fu consentito.

Elizabeth Blackwell e il ruolo delle donne in medicina

220px-Elizabeth_Blackwell Fu Elizabeth Blackwell9, la prima donna iscritta all’albo dei medici in Gran Bretagna, a soffermarsi sul nesso vivisezione e accanimento chirurgico sulle donne. Nella sua opera Scientific Method in Biology nel capitolo Prurigo Secandi Blackwell scriveva: “Un altro grave pericolo etico connesso alle sperimentazioni senza limiti sugli animali inferiori – scriveva – è l’enorme aumento di audaci operazioni chirurgiche sugli esseri umani”. Operazioni che comportavano sempre gravi menomazioni fisiche, avevano un tasso elevato di mortalità e che erano diffuse soprattutto in Francia dove la vivisezione, ovvero “l’irrazionale mutilazione di creature vive e senzienti”, la furie opératoire era libera da ogni vincolo. Blackwell si riferiva all’enorme aumento delle ovariectomie che chiamava “la castrazione delle donne”: oltre 500.000 in Francia nel 1896. Nel complesso le fonti mediche da lei utilizzate valutavano che in Europa una donna su 250 fosse stata sottoposta all’operazione10. Il potere di distruggere la capacità riproduttiva femminile era la più brutale delle affermazioni di dominio. Disturbi banali, di carattere nervoso o mestruale, interpretati come strettamente connessi alle funzioni ovariche, potevano condurre all’ovariectomia. Fu questa mutilazione di massa a fare di Blackwell una appassionata anti-vivisezionista, ad identificare la chirurgia sessuale con la tortura degli animali.

Solo le donne, il cui lavoro distintivo era la “creazione gioiosa” della vita, che erano le “incarnazioni della grande vita materna”, avrebbero potuto riportare la professione medica entro i confini morali che le erano propri e farne una scienza di vita e non di morte. “La natura femminile”, ovvero “il potere spirituale della maternità” faceva delle donne “le guide morali della vita”.

 Scorgiamo un’indicazione di questo provvidenziale impulso all’azione morale nella grande e crescente devozione delle donne al sollievo della sofferenza sociale e nella loro tenace opposizione alle pratiche sbagliate che caratterizzano la nostra epoca. Queste madri spirituali del genere umano sono spesso le incarnazioni più vere della grande vita materna, delle madri nel senso fisico del termine11.

 Per assolvere al loro compito di guide spirituali le donne avrebbero dovuto avere il coraggio di affermare il proprio punto di vista e abbandonare la convinzione che il genere umano fosse rappresentato dagli uomini. Troppe studentesse e laureate, che finalmente intravedevano la possibilità di farsi strada nella professione, accettavano acriticamente di ciò che veniva insegnato nelle Università, inclusa la vivisezione. Lo studio e le applicazioni della medicina erano strutturati in modo da fare violenza all’autentica natura umana attraverso la distruzione sistematica dell’empatia, del rispetto e della speranza.
La vivisezione, capovolgimento dei fini dell’arte di guarire, era l’analisi della morte. Essa era inutile, gratificava la curiosità morbosa, dava una direzione distorta dell’attività mentale e distruggeva quella “intelligente empatia” con la persona che soffre; le qualità essenziali di un bravo medico avrebbero dovuto essere, in fin dei conti, quelle della maternità.
Il ruolo delle donne in medicina sarebbe stato in primo luogo quello di sanare la frattura tra etica e scienza. Nessun intervento medico – sosteneva Blackwell – si può sottrarre a considerazioni di carattere morale; ignorare l’aspetto etico avrebbe comportato un grave danno alla professione, agli individui e alla società. Come scrisse Kingsford, “il genere umano non può essere salvato o arricchito da atti che distruggono e deprivano l’umanità”12. Solo le donne avrebbero potuto contrastare il materialismo che portava a considerare importante solo l’aspetto puramente fisico della vita e che considerava esseri umani e animali al pari di macchine.

 Sono portata a concludere riguardo alla nostra professione che il culto dell’intelletto, o della cosiddetta conoscenza, sia un fine in se stesso, indifferente ai mezzi necessari per raggiungerlo. È l’errore più grave che la scienza possa commettere. Questo falso principio, se fatto proprio dalla professione medica, la degraderebbe13.

 L’ingresso delle donne in medicina inoltre avrebbe potuto valorizzare l’ostetricia, un sapere che era sempre appartenuto alle donne, era stato loro sottratto, ma che le giovani studentesse e laureate evitavano nel timore che diventasse la scelta obbligata per le donne, un modo per escluderle da campi più vasti del sapere, e si rivolgevano ad altre specializzazioni.

Anna Bonus Kingsford: la reverenza per il principio della vita

ANNA B. KINGSFORD La critica alla scienza medica da un punto di vista femminista è centrale anche nel pensiero di Anna Kingsford, anch’essa laureata in medicina. A differenza di Blackwell che era giunta a posizioni antivivisezioniste in seguito alla sua esperienza clinica, Anna Kingsford aveva intrapreso la professione con il preciso intento di opporsi alla vivisezione14. L’autentico progresso umano, a parere di Kingsford, si misurava sull’accrescimento del rispetto per la vita. “La nostra reverenza per il principio della vita cresce con l’estendersi della nostra percezione intellettuale della sua universalità e del suo illimitato potere di sviluppo”15. Quando l’intelligenza si separa dalla coscienza l’essere umano si trasforma in una forza distruttiva. Un errore morale conduce sempre ad un errore intellettuale e la medicina, attraverso metodi violenti non avrebbe mai potuto penetrare i segreti della vita.

Un’altra conseguenza distruttiva della vivisezione era quella che essa esercitava sulla psiche di medici e studenti, minacciando la loro integrità morale e mentale, era l’indifferenza. L’abitudine a maneggiare strumenti di contenzione per soffocare la resistenza di una creatura vivente aveva un effetto demoralizzante; essi si allenavano all’indifferenza di fronte al dolore e l’influenza dannosa si estendeva a tutti coloro che inventano gli strumenti di tortura, li compravano e li vendevano e a coloro che procuravano, imprigionavano gli animali.

 Conversando con gli studenti […] mi sono resa conto che la loro esperienza è sempre la stessa: prima il trauma e la repulsione, poi la tolleranza e poi l’indifferenza […] Ma – gli uomini considerano la loro progressiva imperturbabilità come un segno di forza mentale, e ne provano orgoglio16.

 Controllare le proprie emozioni e subordinarle al giudizio era solo uno dei volti della scienza, aveva osservato Cobbe nel 1882 in The Janus of Science. Tra l’indifferenza, il distacco e il piacere di infliggere dolore, il passo era breve. La separazione tra desiderio di conoscenza fine a se stessa e scopi puramente umani quali la volontà di curare era alla radice di una tale perversione.

 [nei vari trattati] non ci imbattiamo mai una volta in un appello contro la ripetizione di esperimenti dolorosi, in un invito alla cautela nelle torture estreme, o in una espressione di pietà o rammarico […], al contrario troviamo ripetutamente frasi come “esperimenti molto interessanti”, “meravigliosa infiammazione cerebrale”17.

 Come Cobbe, anche Kingsford, aveva ripetutamente sentito definire la vivisezione come un’arte, un’ “investigazione artistica”. Un altro tema su cui si sofferma Kingsford, e che percorre con vari accenti gli scritti femministi contro la vivisezione, è il tema del limite. Esiste un limite morale nell’uso dei mezzi volti ad acquisire conoscenza. L’accettazione del limite derivava dalla rinuncia all’idea del dominio. Il vero progresso umano, infatti, non derivava dal dominio, dal sacrificare gli altri al proprio benessere, bensì dal sacrificio di sé per gli altri. Se l’unico modo che l’umanità ha individuato per la sua salvezza è il sacrificio di altri esseri viventi, forse non merita di essere salvata18.
Da che cosa derivava la separazione della scienza dall’etica? Dalla negazione di quella che Kingsford chiamava l’ “unità filosofica”, “l’unità della natura morale dell’essere umano”. La separazione tra corpo, psiche e mente – spiega – impedisce la reale comprensione dei fenomeni che la scienza pretendeva di studiare e comprendere, degrada il livello morale degli esseri umani, distrugge la dignità dei sentimenti e della responsabilità. La responsabilità era intesa come un “privilegio” degli esseri umani e si doveva rivolgere a tutti i viventi. Infatti, nella visione di Kingsford la scelta del vegetarianesimo era cruciale19. Occorreva riconoscere che la vivisezione era il prodotto di una cultura che ammetteva l’uccisione degli animali per l’alimentazione umana.

 Il fondamento della vera giustizia è il senso della solidarietà. Tutte le creature, dalla più elevata alla più semplice, si danno la mano di fronte a Dio. Non cominceremo mai a spiritualizzare le nostre vite e i nostri pensieri, ad elevarci e illuminarci, finché non riconosceremo questa solidarietà, finché non guarderemo alle creature della mano di Dio, non come oggetti di caccia, da macello o da laboratorio, ma come anime viventi20.

Una scienza basata sulla tortura non è una vera scienza così come una religione basata sulla tortura non è una vera religione. Noi vogliamo una nuova Riforma, questa volta nel campo della scienza21.

 Gli strumenti usati nei nostri laboratori di vivisezione sono molto simili a quelli usati ai tempi del Medioevo. Il moderno arsenale è completo come lo era quello dei tempi di Torquemada e di Isabella di Spagna – ora l’animale muto e innocente sostituisce l’ebreo o l’eretico, e le creature che l’uomo giudica inferiori a sé sono legate alla ruota e torturate, con la speranza di estorcere loro i segreti della vita, ignorando il fatto che la Natura, oltraggiata e agonizzante, risponde come la vittima umana alla ruota, più sovente con una bugia che non con la verità22.

 Nello scritto The Uselesness of Vivisection, dopo aver riportato numerose testimonianze mediche sull’inapplicabilità delle osservazioni sugli animali all’organismo umano Anna Kingsford si chiedeva le ragioni di una difesa tanto tenace da parte della classe medica di una pratica che conduceva a deduzioni erronee. Le risposte dei medici che nel corso della sua esperienza professionale aveva interrogato le avevano rivelato che quell’ostinazione derivava dalla volontà di potere e dall’ambizione. La vivisezione era diventato il simbolo della libertà della scienza da considerazioni etiche e da interferenze esterne. “Il lavoro del fisiologo – le confessò un medico – è quello della scienza pura e meno egli si preoccupa di questioni umanitarie e più sarebbe migliorato come artista”23. “Noi – aveva affermato un altro fisiologo – dobbiamo rivendicare il diritto di praticare la vivisezione non perché è stata o è utile, ma perché potrebbe esserlo in futuro”. “Se noi permettessimo a moralisti e clerici di porre limitazioni alla scienza, cederemmo a loro la nostra fortezza”24. Una fortezza resa inespugnabile dal potere corporativo della professione medica, come scrisse Cobbe nel 1881 in The Medical Profession and Its Morality.

Come spiegare altrimenti lo schierarsi di tutta classe medica “per un libero tavolo di vivisezione”? La crescente influenza dei medici in ogni ambito della vita sociale, scriveva la femminista irlandese, stava assumendo il carattere del dispotismo e nei medici si poteva osservare il “tono del dominio, per non dire dell’arroganza”25 che stava conducendo alla medicalizzazione della vita.

Da dove derivava il loro potere? Una professione redditizia che aveva alle spalle studi relativamente poco costosi, composta da parvenu che facevano dell’ateismo e del materialismo utilitarista la sua filosofia, un materialismo volgare che portava a non curarsi delle “anime umane” se abitavano i corpi delle persone disprezzate e marginalizzate. Medici pronti a sacrificare il benessere dei pazienti alla propria affermazione, all’acquisizione di abilità manuali nel campo della chirurgia e non da ultimo al guadagno personale come le pressioni per rendere obbligatorie le vaccinazioni ben esemplificava. Professionisti uniti da un corporativismo omertoso che copriva con le menzogne e i silenzi le morti causate da vaccini o da operazioni audaci e inutili come l’ovariectomia. Un corporativismo sessista che si opponeva in ogni modo, anche con le proteste pubbliche, all’ingresso delle donne in medicina, un potere che metteva a rischio le libertà individuali, minacciava di uccidere il senso morale nella società, distruggeva il valore della sollecitudine nella medicina e, come scrisse nel 1895 Mona Caird, scrittrice e femminista, nel saggio Vivisection, conduceva ad ignorare le cause sociali della malattia.

L’aria pura, il cibo genuino, abitudini semplici, le attività intellettuali, il lavoro, lo svago, la ricreazione, i piaceri della socialità sono cose che determinano la salute e la loro mancanza causa malattia. Io so purtroppo che per gran parte della popolazione queste necessità umane sono irraggiungibili. Ma ciò non muta la legge naturale che ne fa condizione di salute né ci autorizza a vincere la malattia attraverso il nostro vile abuso di potere nei confronti degli animali26.

 La vivisezione non faceva che posticipare il raggiungimento delle giuste condizioni della salute e del benessere in un futuro lontano, quello “che non viene mai”. E intanto si andava radicando la convinzione della supremazia della forza e la tentazione di infliggere torture ad un altro essere umano diventava di giorno in giorno più forte. La pace e la salute con potevano in alcun modo essere il frutto della crudeltà27.

 Frances Power Cobbe: la nuova idolatria della scienza

frances p. cobbeLa riflessione sui caratteri della scienza moderna è presente con vari accenti in tutti gli scritti delle antivivisezioniste, ma è Frances Power Cobbe che più di ogni altra autrice si sofferma in numerosi scritti sugli esiti micidiali della separazione tra scienza ed etica. Il culto della scienza era, a parere di Cobbe, la superstizione moderna di fronte alla quale si arrestava il giudizio critico, si chinava in modo reverente il capo. A differenza di quanto accadeva per la religione e il diritto, si pretendeva che le leggi della medicina poggiassero su fondamenti scientifici non soggetti a giudizio morale, un nefasto nonsenso che proteggeva medici e fisiologi dalla responsabilità.

 Così il sapere si riduceva a fredda conoscenza e la conoscenza ad una forma di potere, ad uno strumento di controllo sulla natura e gli altri esseri umani, un sapere incapace di valutare criticamente i suoi stessi presupposti e obiettivi, che ignorava i propri limiti e si riduceva ad una macchina accumulatrice di fatti.

 Possiamo pensare alla verità come a una immensa pila di fatti sovrapposti ordinatamente in una piramide di una scienza come la piramide di teschi di Timur? Collezionare un milione di fatti, verificarli, classificarli e tramandarli alla generazione successiva che aggiungerà altre migliaia di fatti e ricostruirà la piramide su una base diversa e con un piano diverso? Se questa è la verità di cui la scienza può vantarsi, allora ha raggiunto il suo scopo28.

 Nel 1883 nella volontà di fustigare i fisiologi, Cobbe scrive il suo saggio più mordace: Science in Excelsis. In esso ella immaginava che gli angeli, dopo secolari speculazioni sul libero arbitrio e la predestinazione che non avevano portato ad alcun risultato, si rivolgessero alla scienza e in particolare ai metodi della fisiologia e decidessero di praticare la vivisezione su esseri inferiori, non già sugli umani, ma su quegli eminenti fisiologi che avevano dedicato la loro vita all’avanzamento del sapere scientifico. Era giunto il momento di verificare se i risultati delle sperimentazioni sugli animali avessero validità per gli umani, un quesito che, nonostante il sacrificio di un numero enorme di esseri viventi, era rimasto insoluto. La parte centrale dello scritto è costituito da una serie di repliche dell’arcangelo Raffaele alle proteste dei fisiologi.

 Noi siamo angeli e voi siete uomini; e in base alla vostra stessa logica abbiamo il diritto di fare di voi ciò che vogliamo […]. Inoltre le scimmie, come voi stessi avete dimostrato, sono molto vicine a voi, mentre noi angeli rifiutiamo ogni legame con voi miserabili mortali […] Siamo più forti e abbiamo intenzione di trattarvi alla stessa maniera in cui avete trattato i cani. […] La Pietà è fuggita di fronte alla Scienza che sola d’ora in avanti, guiderà le nostre azioni29.

 Mentre calava il sipario si udivano in lontananza le parole: “Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia”. La conseguenza più tragicamente distruttiva, a parere di Cobbe, era l’annientamento del sentimento di compassione, negato, deriso e calpestato dalla nuova idolatria della scienza. Nei suoi numerosissimi scritti non si stancherà di portare le prove – immagini e parole – di questo crimine contro la sensibilità umana.
Nel 1888, in The Scientific Spirit of the Age, Cobbe sosterrà che lo spirito scientifico del tempo, assertivo e analitico, stava sottraendo all’umanità i suoi valori più elevati e stava invadendo ogni aspetto della vita.

 Non sono così cieca da ignorare gli splendidi risultati della scienza fisica moderna, né i benefici che le numerose applicazioni dello spirito scientifico hanno portato in molti campi. È l’intrusività e l’oppressione dello spirito scientifico in ambiti che non gli sono propri e ancora più spesso il suo predominio in sfere in cui il suo posto dovrebbe essere subordinato, contro cui è necessario protestare30.

 Quali erano i metodi della scienza? Si chiedeva Cobbe, dichiarando di volersi limitare solo alle “scienze fisiche”. L’osservazione, l’accuratezza, l’ induzione erano facoltà che possiedono anche gli animali: una volpe è una acuta osservatrice, è capace di interpretare la realtà, i pericoli, le probabilità e di raggiungere una vera conoscenza, per esempio del funzionamento delle trappole. Ma gli esseri umani, al fine di raggiungere la completezza della loro personalità avrebbero dovuto coltivare l’immaginazione, il sentimento poetico, artistico e religioso.

Con il suo materialismo, la negazione dell’etica ridotta a “comoda regola per ogni categoria di animali intelligenti”, il darwinismo aveva distrutto la possibilità “di reverenza” per i dettami della coscienza. Lo spirito scientifico aveva minato i fondamenti stessi della morale, era una dottrina mortifera che riduceva ogni cosa ad un principio utilitaristico, che paralizzava e atrofizzava le più elevate qualità umane.

 Ci si sarebbe aspettati che la dottrina darwiniana dell’origine dell’uomo avrebbe causato un nuovo slancio di simpatia verso altri popoli e verso gli animali. Ogni biologo oggi conosce decine di ragioni migliori di quelle di San Francesco per chiamare gli uccelli e gli animali “piccoli fratelli e sorelle”. Al contrario, invece di instillare la dolcezza del santo di Assisi, la scienza ha insegnato ai suoi devoti cultori a guardare al mondo come una scena di lotta universale, in cui la regola deve essere: “ognuno per sé e Dio per tutti”31.

 La clinica stessa si stava trasformando in un laboratorio, simbolo e misura della scientificità della disciplina. La vivisezione era il macabro rituale dell’ideale del progresso, celebrazione della morte e del dolore. Una tale visione si avvicina alle critiche contemporanee alla scienza medica. Sull’idolatria della scienza, sulla sua separazione dall’etica e dall’arte, sulla corporazione medica Ivan Illich ha scritto pagine che ricordano quelle di Cobbe:

 Come scienza, la medicina si trova su una linea di confine. Il metodo scientifico contempla esperimenti eseguiti su modelli. La medicina, invece, fa i suoi esperimenti non su modelli ma sui pazienti medesimi. Ma sul vissuto significativo della guarigione, della sofferenza e della morte, la medicina non ci dice di più di quanto l’analisi chimica ci dica riguardo al valore estetico di una ceramica. […] Come membro della professione ogni singolo medico è un elemento inscindibile di una squadra scientifica. La sperimentazione è il metodo della scienza […] ogni cura non è che la ripetizione di un esperimento […] l’insuccesso è attribuito a qualche specie di ignoranza32.

 Ignoranza, avrebbe aggiunto Cobbe, che richiedeva sempre nuove sperimentazioni, all’infinito, su esseri umani e animali. Impossibile dunque riconciliare la scienza con l’umanità aveva scritto nel 1884 in The Right of Tormenting. La scienza ignora l’umanità e non si riconcilierà con nulla che possa rallentare la sua invasione di un centimetro”33. Io non nego, proseguiva Cobbe, che un rimedio per le malattie del nostro “tabernacolo di carne” rappresenti un grande beneficio, ma il prezzo prospettato è troppo alto. Il sollievo dal dolore, il prolungamento della vita non sono i beni più importanti a cui aspirare.
Il tema della consapevole rinuncia a un vantaggio sulla base di principi morali era stato avanzato qualche anno prima anche da Vernon Lee34.

Vernon Lee: la vivisezione come retrocessione morale e disonore

Violet_Paget_-_Vernon_Lee_ca_1870_Nel 1882, infatti, Vernon Lee era intervenuta sulla legittimità della vivisezione, una questione che l’aveva a lungo assillata e che voleva affrontare rifuggendo dalla “deplorevole alternativa del progressivo e disgustato allontanamento dalla scienza o della sofisticazione compiaciuta del giudizio morale”35. Nelle argomentazioni avanzate dagli antivivisezionisti, nelle loro critiche alla scienza Vernon Lee intravedeva il riproporsi di un nuovo dualismo. Coloro che condannavano la pratica sul piano morale erano indotti a rifiutare la scienza e a rivolgersi all’inintelligibile.

 Come una persona che crede nel metodo scientifico, nello sviluppo umano e nell’evoluzione della morale, desidero rivolgermi a coloro la cui indignazione e ripugnanza io condivido pienamente, ma il cui disgusto di fronte ad un abominio favorito dalla scienza li sta portando a cercare un credo filosofico nell’inintelligibile, un codice morale nell’arbitrarietà e un futuro ideale nell’impossibile36.

 La questione doveva essere compresa evitando rigide contrapposizioni come un dilemma morale che presentava due anomalie di fondo. La prima anomalia della vivisezione risiedeva nella relazione tra creature separate in modo netto nei loro interessi e diseguali nel loro potere: da una parte le vittime che non ricevevano alcun beneficio e pativano tutte le pene del sacrificio, dall’altra coloro che compivano il sacrificio e che erano al tempo stesso i soli colpevoli, accusatori e giudici. La seconda anomalia risiedeva nel fatto che ci si trovava di fronte non già ad un male ereditato dal passato che poteva essere eliminato con l’avanzamento del progresso umano, ma di una pratica nuova, che avrebbe potuto svilupparsi indefinitamente, fondata su una filosofia che prometteva un futuro prospero e una coscienza sicura. Vernon Lee richiamava l’attenzione sulle enormi possibilità di legittimazione che la pratica medica rischiava di ottenere in un mondo che aveva abbandonato le antiche certezze e che tendeva ad avere un atteggiamento di “acquiescenza apatica” nei confronti della nuova religione della scienza.
La necessità di prova e di verifica è condizione di ogni scienza. La storia, come la fisiologia, la chimica e la botanica richiedono l’acquisizione di fatti, dati, statistiche e le leggi dell’evidenza sono comuni ad ogni disciplina. La fisiologia è una scienza e il modo di ottenere, verificare, pubblicare, discutere e dimostrare i fatti non può che essere dal punto di vista intellettuale, simile a tutte le altre scienze. Il problema stava nella asimmetria del potere che non consentiva ai fisiologi di valutare la legittimità morale della vivisezione.
Convinta che la vivisezione fosse inutile al genere umano, si proponeva di dimostrare che si trattava di un vantaggio al quale si doveva rinunciare. La maggior parte degli antivivisezionisti facevano appello a un senso astratto di giustizia e di compassione, cadevano in un sentimentalismo che non era in grado di incrinare la fiducia nella scienza. Il vero orrore della vivisezione è quello che si prova di fronte a qualcosa di disonorevole, l’indignazione verso l’inganno, la prevaricazione, a tutto ciò offende il senso profondo della giustizia.

 È lecito infliggere sofferenza a pochi per il vantaggio di molti? Sì, se i pochi fanno parte dei molti e condividono equamente con gli altri la possibilità di soffrire ed equamente condividono la possibilità del vantaggio; No se i pochi sono separati dai molti, se solo loro perdono e soltanto loro sono nell’impossibilità di vincere37.

 Tenere tutti i vantaggi per sé a spese di altri è disonorevole. Affermare che la vivisezione è disonorevole significava per la scrittrice affermare che era contraria agli esiti dell’evoluzione umana, ovvero a quelle caratteristiche morali che si sono lentamente formate nel tempo, al principio morale della reciprocità dei benefici. La vivisezione era dunque una retrocessione nel cammino dell’evoluzione morale, un cedimento nella percezione del male che compiamo verso gli altri per i nostri desideri, mentre la nostra migliore qualità è quella di rinunciare ai nostri desideri per un senso di giustizia. Preferendo il desiderio alla giustizia deformiamo la nostra natura morale e intellettuale e degradiamo la coscienza.

 La tentazione di riconoscere la vivisezione come una pratica legittima è una tentazione molto grande; la vivisezione rappresenta lo strumento più valido, o meglio la scorciatoia più valida per ottenere una conoscenza, a cui sono connessi non solo un gran numero di problemi fisici e spirituali, della nostra vita presente e futura, di salute morale e malattia che hanno quasi un’importanza religiosa per noi che abbiamo rinunciato alle nostre antiche convinzioni, ma […] non ancora temprati dalla forza di una nuova fede che ci chiede semplicemente di fare il bene e sopportare il dolore senza ricompensa – è in realtà un elisir mentale con cui riscaldiamo le nostre anime gelide, nel calore spirituale di una religione della scienza e dell’umanità che ha sostituito la vecchia religione di Cristo e delle sue ferite fino a che il mondo non sarà pronto per la giustizia38.

 La tentazione a cui cedono coloro che non hanno la forza di mettere in discussione la fiducia incondizionata nel progresso umano e preferiscono dare per scontato che tutti i suoi aspetti siano buoni e non sottoporli ad una analisi morale, cedevano ad un atteggiamento di acquiescenza apatica. Per contrastarlo non era sufficiente l’appello alla compassione, ma al senso dell’onore e della giustizia. Se il principio della necessità dell’avanzamento della scienza in vista di una futura diminuzione delle sofferenze umane si fosse radicato nelle coscienze, se fosse diventato “il test morale più elevato”, non ci sarebbe stato più limite al sacrificio, di vite umane e animali, per raggiungere questo bene assoluto. E non ci sarebbe stato limite alla deformazione della verità.

Lind van Hageby e il Brown Dog Affair

lizzi lind af hageby A partire dai primi anni del secolo, l’opposizione alla vivisezione cambiò i suoi caratteri. Nel 1898 Cobbe si dimise dalla VSS, che lei stessa aveva fondato, perché i suoi membri erano ormai disposti al compromesso, ovvero ad accettare una qualche forma di regolamentazione. Fondò la British Union for the Abolition of Vivisection (BUAV), organizzazione attiva ancora oggi e dopo poco si ritirò dalla scena. La personalità di maggior rilievo nel movimento a partire dai primi anni del secolo fu Lind af Hageby39. Nipote del ciambellano del re di Svezia e fondatrice nel 1906 della Anti-vivisection and Animal Defence Society, si impegnò per una medicina alternativa che prendesse in considerazione anche l’origine sociale della malattia. La associazione da lei fondata tentò, benché con scarso successo, di dar vita e viluppo ad un istituto di ricerca fisiologica e patologica, senza ricorso alla vivisezione. Non bastava più, a parere della femminista svedese, deridere e diffamare i fisiologi-torturatori, “i demoni usciti dall’inferno”, come aveva fatto nel secolo precedente Frances Power Cobbe, ora l’attivista doveva essere preparata/o dal punto di vista scientifico, acquisire una conoscenza approfondita del mondo animale, sapere di chimica, geologia, e così via. Hageby inoltre univa l’impegno contro la vivisezione a quello per la diffusione della dieta vegetariana e per il pacifismo e credeva nella connessione e nel rafforzamento reciproco di queste istanze.

 La questione del vegetarianesimo era importante, ma stata la meno condivisa tra le antivivisezioniste del secolo precedente. Benché la congruenza del vegetarianesimo con l’attivismo antivivisezionista si stesse diffondendo in molti ambienti, tra le autrici di maggior rilievo, ad eccezione di Anna Bonus Kingsford, non aveva facile accoglienza. Cobbe, ad esempio, aveva rinunciato al suo sport preferito, la pesca, ma, come anche Blackwell, faceva una distinzione tra uccisione degli animali a scopo alimentare, lecita, e tortura, illecita. Esse, infatti, non abbandonarono mai completamente l’idea della superiorità degli esseri umani rispetto agli animali che nei loro scritti vengono spesso denominati “lower animals” o “brutes”.
Hageby, inoltre, inaugurò un nuovo modo di protestare, quello delle manifestazioni pubbliche di massa, manifestazioni che si susseguirono, in particolare dal 1906 al 1910 durante il brown dog affair. Iscrittasi con l’amica Liesa von Shartau alla London School of Medicine for Women, assistette a numerose sperimentazioni su animali. Nel 1903 apparve il diario della loro esperienza in cui veniva descritto un episodio di una sperimentazione su un cane, sottoposto a ripetuti interventi senza anestesia dai fisiologi William Bayliss e Esnest Starling di fronte ad un’aula di 60 studenti. I due fisiologi usavano ampiamente la vivisezione per verificare se il sistema nervoso controllasse le secrezioni pancreatiche. Al cane, dopo numerose operazioni, venne asportato il pancreas e infine fu consegnato ad uno studente che lo uccise con una pugnalata al cuore.

BrownDog5-March11,1910Le rivelazioni delle due antivivisezioniste diedero avvio al caso giudiziario tra i più noti dell’epoca; esso ebbe una vastissima risonanza sulla stampa e si concluse con la completa assoluzione di Bayliss40. Nel 1906 l’erezione di un monumento di bronzo al brown dog a Battersea per iniziativa degli antivivisezionisti diede inizio a una serie di tumulti accesi da studenti universitari che minacciarono di abbattere la statua fino a che nel 1910 non fu demolita nottetempo dal Battersea Council.

Dopo il processo l’editore del diario consegnò a Bayliss tutte le copie del libro, ripubblicato nel 1913 dalla Anti-vivisection Society, con un ampio resoconto del processo. Il capitolo che fece sensazione, Fun, descriveva il divertimento, i motti di spirito, quello stato d’animo a cui Frances Power Cobbe l’anno precedente aveva dedicato lo scritto Schadenfreude41.

 Stiamo ascoltando un interessante resoconto di “sham-feeding”. Il docente descrive certi esperimenti sui cani tra le risate dei presenti. L’esofago è stato tagliato ed è stata prodotta una fistola, così il cibo ingerito cadeva sul pavimento invece di passare nello stomaco. I cani mangiavano e mangiavano e mangiavano – erano terribilmente affamati – ed erano molto sorpresi nel vedere il cibo cadere; tentavano ancora con lo stesso risultato. Potevano andare avanti in quel modo per ore. Che divertente! Quanto abili erano i fisiologi che avevano predisposto tutto questo. Quanto stupidi erano gli animali! Durante il processo, gli stomaci dei cani producevano succhi gastrici. Questo è un esempio di “secrezione psichica”. Tremendamente interessante! Che abilità meravigliosa!42

 Quando Ernest Starling manifestava, come era solito fare, il proprio orgoglio per le sue ricerche, affermando che gli esperimenti di vivisezione allo stomaco avevano fatto avanzare la conoscenza dei processi digestivi più di quanto non avessero fatto le ricerche di anatomia umana per oltre un secolo, si riferiva agli esperimenti di “sham feeding” oggetto di ilarità degli studenti43.
Il suo lavoro fu ripetutamente criticato sulle riviste antivivisezioniste “Animal’s Defender” e “Zoophilist” e la pratica dello sham-feeding divenne il simbolo della crudeltà, della inutilità e del cinismo dei fisiologi. Di fronte alle ripetute accuse che da decenni gli antivivisezionisti rivolgevano ai fisiologi, ovvero la crudeltà e il disinteresse completo per la terapia, era importante poter dimostrare che le sperimentazioni avevano una qualche utilità terapeutica, non erano dettate da pura brutalità o da curiosità perversa. Le sperimentazioni sullo stomaco erano al centro del dibattito, in particolare l’uso della sonda gastrica, una pratica dolorosa che i medici ancora non padroneggiavano e che intimoriva i pazienti.

 La vivisezione umana – ha scritto Ian Miller – sembrò divenire realtà quando la sonda gastrica iniziò ad esse utilizzata come presunto strumento di tortura e crudeltà nel corso dell’alimentazione forzata delle suffragiste imprigionate a partire dal 1909, una situazione che implicava numerose questioni morali e che fu discussa a livello internazionale44.

 Nel 1909 l’estendersi della protesta delle suffragiste nelle prigioni britanniche attraverso lo sciopero della fame, indusse il Ministero dell’interno a ricorrere all’alimentazione forzata, una pratica che si protrasse fino al 1913. Essa si configurò come una forma di punizione, di tortura e di sperimentazione; molte di coloro che la subirono (anche centinaia di volte) non si ripresero più.

 alimentazione forzata suffragetta

Le analogie tra l’animale vivisezionato e le militanti sottoposte all’alimentazione forzata, tra il laboratorio e il carcere, divennero un tema ricorrente nel discorso suffragista. L’alimentazione forzata era paragonata dagli stessi medici alla pratica “di ingozzare galline” ed era applicata in modo doloroso e brutale45. Il dolore, il senso di impotenza e di soffocamento, l’umiliazione per gesti e parole, l’angoscia per l’indomani, sono ricorrenti nei racconti delle suffragiste che comparvero sulla stampa e nelle memorie pubblicate negli anni successivi46.
Le pratiche mediche nate dall’esperienza del laboratorio avevano dunque assolto a una funzione di stato e si erano rivelate utili strumenti per stroncare la resistenza delle suffragiste. Ancora una volta le affermazioni della medicina erano state raggiunte su individui non consenzienti.
Erano trascorsi pochi anni dall’approvazione della legge che aboliva l’alimentazione forzata, avvenuta nel 1913, quando Ernest Starling diede il suo avvallo all’arma di guerra più efficace del Primo conflitto mondiale: il blocco navale che inflisse enormi sofferenze alla popolazione civile (750.000 morti per fame, in maggioranza donne e bambini). L’illustre fisiologo, in qualità di consulente del Ministero dell’alimentazione e presidente del Food War Committee of the Royal Society, nel 1919 si recò a Berlino su incarico del governo britannico dove poté verificare le condizioni della popolazione civile.

 In Germania si è effettivamente verificata una mortalità causata dall’inedia […]; in una grande città come Berlino si può affermare che 2/3 della popolazione è al di sotto del livello di sopravvivenza; sono molto debilitati […] si muovono lentamente, sono apatici e spenti47.

 Tali conseguenze, affermerà qualche mese dopo in una relazione alla Royal Statistical Society, non erano del tutto impreviste e, per quanto tragiche, dovevano essere accolte come necessarie48.

 Nessun altro mezzo avrebbe potuto essere più efficace per spezzare lo spirito di una nazione che rappresentava un pericolo per la civiltà europea. […] Trascorrerà molto tempo prima che questa nazione possa essere considerata una minaccia per la pace49.

 Era il trionfo di una concezione che molte femministe britanniche avevano messo in discussione nel corso delle campagne contro la vivisezione. Una volta spezzato il legame di congruenza tra mezzi e fini non ci sarebbe stato più limite che non potesse essere varcato.
Nel predire un futuro libero dalla minaccia tedesca, naturalmente, Starling si sbagliava. Come affermeranno molte pacifiste britanniche, il blocco navale e le sue conseguenze avevano gettato il seme di nuove e più terribili sciagure50

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Note

 

1 Citata in Lori Williamson, Power and Protest, cit., p. 116.

2 Per una analisi della legge che, in pratica, lasciava mano libera ai fisiologi si veda Mona Caird, The Inquisition of Science (1903), in Susan Hamilton, Animal Welfare and Anti-vivisection 1870-1910, Nineteenth Century Woman’s Mission, vol. 2, Routledge, London-New York 2004, pp. 82-105.

3 Brooke Montgomery, “Those Candid and Ingenuous Vivisectors”: Frances Power Cobbe and the Anti-vivisection Controversy in Victorian Britain, 1870-1904, Calgary University, 2000, p. 52.

4 Elizabeth Blackwell, Essays in Medical Sociology, vol. 2, Ernest Bell, London 1902, pp. 109-110.

5 Composta da esponenti della classe media, o autorevoli personalità politiche e letterarie (Lord Shaftesbury, noto per il suo impegno contro lo sfruttamento dei bambini era il presidente, Thomas Carlyle e il cardinale Manning erano i vice presidenti; tra gli aderenti: Charles Dickens, Wilkie Collins e John Stuart Mill) la VSS auspicava l’abolizione completa.

6 Elaine Showalter, Female Malady: Women, Madness, and English Culture, 1830-1980, Pantheon, London 1985.

7 Citato in Mary Poovey, “Scenes of indelicate Character”: The Medical “Treatment” of Victorian Women, in “Representations”, n. 14, 1982, p. 145.

8 Edward Maitland, Anna Kingsford: Her Life, Letters, Diary and Work, George Redway, vol. 1, London 1886, vol. 1, p. 82. Si veda il breve profilo biografico alla nota 53.

9 Elizabeth Blackwell (1821-1910) nacque e crebbe a Bristol. Il padre, attivo nel movimento abolizionista, favorì l’istruzione delle figlie. Nel 1831 la famiglia si trasferì a New York dove il padre riprese la sua attività nel ramo della raffineria dello zucchero e la protesta antischiavista. Nel 1849, dopo essere stata rifiutata da molte istituzioni scolastiche, si laurea in medicina, un evento che fece sensazione sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Nel 1849 si iscrive alla Maternité di Parigi, alla specializzazione ostetrica e quindi a Londra al St. Bartholomew Hospital, dove non le fu concesso di accedere ai reparti dove erano ricoverate donne. Nel 1850 ritorna negli Stati Uniti e nel 1853 apre un ambulatorio per donne e bambini poveri che divenne poi la New York Infirmary for Women. A Londra, dove fece ritorno nel 1858, fu iscritta all’albo dei medici, la prima donna a ricevere un tale riconoscimento. Suffragista, attiva nel movimento per l’abolizione del Contagious Diseases Acts e anti-vivisezionista. Si impegnò per l’ingresso delle donne in medicina, convinta che esse avessero un insostituibile contributo da offrire alla professione, soprattutto nell’igiene e nella prevenzioni. la medicina praticata dagli uomini separava l’etica dalla scienza ed era eccessivamente materialista e interventista. ODNB, voce curata da Mary Ann Elston, http://www.oxforddnb.com/view/article/31912.

10 Elizabeth Blackwell, Essays in Medical Sociology, cit., p. 120.

11 Elizabeth Blackwell, The Influence of Women in the Profession of Medicine, in Ead., Essays in Medical Sociology, cit., p. 10.

12 Anna Bonus Kingsford, Unscientific Science

13 Ivi, p. 22

14 Anna Bonus Kingsford (1846-1888), laureata in medicina, suffragista e spiritualista, nacque a Maryland Point, nell’Essex, da una famiglia di origini italiane. Scrisse di teosofia, vegetarianesimo e vivisezione. All’età di 24 anni si convertì al cattolicesimo e criticò la Chiesa per il suo silenzio sulla questione della vivisezione. Nel 1872 acquistò e diresse il periodico “The Lady’s Own Paper” che pubblicò un intervento di Frances Power Cobbe sulla vivisezione. Nel 1874 decise di intraprendere gli studi di medicina, si recò in Francia e si laureò nel 1880; la sua tesi di laurea, The Perfect Way in Diet, fu pubblicata a Londra l’anno successivo; nel 1882 apparve il saggio The Uselessness of Vivisection e l’opera Notes by a Medical Student. ODNB, voce curata da Lori Williamson, http://www.oxforddnb.com/view/article/15615

15 Ivi, p. 92.

16 Ivi, pp. 112-113.

17 Frances Power Cobbe, The Janus of Science, cit., p. 5.

18 Edward Maitland, Anna Kingsford, cit., p. 80.

19 Cobbe e Blackwell non includevano nella loro condanna morale l’allevamento e la macellazione degli animali. L’essere umano per Blackwell è capo del mondo animale ed ha una responsabilità precisa verso le “creature inferiori”. “L’uomo non è il padrone del mondo, ma solo un anello nella catena della vita animale”.

20 Anna Bonus Kingsford, Addresses to Vegetarians, John M. Watkins, London 1912, p. 150.

21 Ead., Unscientific Science. Moral Aspects of Vivisection, 1883, http://www.anna-kingsford.com/english/Other_Related_Works/Texts/OOR-I-Spirit/OOR-I-Spirit-015.htm.

22 Ibidem.

23 Ivi, p. 182

24 Anna Bonus Kingsford, The Uselessness of Vivisection, in “Nineteenth Century”, 1982, p. 182.

25 Frances Power Cobbe, The Medical Profession and Its Morality, in “Modern Review”, 1881, 2, p. 297.

26 Mona Caird, Vivisection, 1895, p. 3.

27 Su Mona Caird, autrice, fino a tempi recenti, assai trascurata dagli studi, si veda: Ann Heilmann, Mona Caird (1854-1932): Wild Woman, New Woman, and Early Radical Feminist Critic of Marriage and Motherhood, in “Women’s History Review”, vol. 5, 1996, 1, pp. 67-95.

28 Ivi, p. 133.

29 Frances Power Cobbe, Science in Excelsis. A New Vision of Judgement, in Barbara T. Gates, In Nature’s Name. An Anthology of Women’s Writings and Illustrations, University of Chicago Press, Chicago-London, pp. 145-154.

30 Frances Power Cobbe, The Scientific Spirit of the Age, cit., p. 128.

31 Ivi, p. 136.

32 Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute (1976), Macro Edizioni-Red Edizioni, Como 1991, pp. 343-344.

33 The Right of Tormenting, Victoria Street Society, London 1884, p. 55.

34 Violet Paget (pseudonimo Vernon Lee) (1856-1935), storica dell’arte e scrittrice, nacque in Francia presso Boulogne. Con la famiglia soggiornò a lungo in Italia, Francia, Germania e Svizzera. Acquisì una profonda conoscenza di quattro lingue e un impostazione internazionalista. Importanti i suoi studi pionieristici di psicologia e teoria estetica e i suoi saggi di viaggio. Femminista e pacifista, durante il Primo conflitto mondiale fu tra le prime a denunciare il blocco navale da parte della Gran Bretagna nei confronti della Germania e previde con lucidità fin dal 1915 le conseguenze del conflitto. ODNB, voce curata da Phillis E. Mannocchi.

35 Vernon Lee, Vivisection: An Evolutionist to Evolutionists, in “Contemporary Review”, vol. 41, 1882, p. 788.

36 Ivi, p. 796.

37 Ivi, p. 800.

38 Ivi, p. 806.

39 Lind af Hageby (1878-1263), si trasferì a Londra nel 1902, scrisse regolarmente per quaranta anni sulla “Anti-vivisection Review” che eli stessa aveva fondato nel 1906. Organizzò il primo congresso internazionale antivivisezionista che si tenne a Londra nel 1909. Durante la Grande guerra fondò il Purple Cross Service per la cura dei cavalli feriti. ODNB, voce curata da Mary Ann Elston, http://www.oxforddnb.com/view/article/40998.

40 Starling decise di non sporgere querela, Coral Lansbury, The Old Brown Dog. Women, Workers, and Vivisection in Edwardian England, The University of Winsconsin Press, 1985.

41 Frances Power Cobbe, Schauenfreude, in “Contemporary Review”, vol. 81, 1902, pp. 655-666.

42 Lind af Hageby-Leisa K. Shartau The Shambles of Science: Extracts from the Diary of Two Students of Phisiology, Bell, London 1903, p. 25.

43 Ian Miller, Necessary Torture? Vivisection, Suffragette Force-Feeding, and Responses to Scientific Medicine in Britain 1870-1920, in “Journal of the History of Medicine an Allied Sciences”, vol. 64, 2009, 3, pp. 348-349. A questo saggio rimando per un profilo più completo di Starling (1866-1927). Si veda inoltre il recente volume di John Henderson, A Life of Ernest Starling, Oxford University Press, Oxford 2005.

44 Ivi, p. 337.

45 June Purvis, The Prison Experiences of Sufragettes in Edwardian England, in “Women’s History Review”, vol. 4, 1995, 1, pp. 103-133; Ian Miller, Necessary Torture?, cit.; Jennian F. Geddes, Culpable Complicity: The Medical Profession and the Forcible Feeding of Suffragettes, 1909-1914, in “Women’s History Review”, vol. 17, 2008, 1, pp. 79-94; Mary Ann Elston, Women and Anti-vivisection in Victorian England, cit.

46 Constance Lytton, Prisons and Prisoners. Some Personal Experiences, Heinemann, London 1914.

47 E. H. Starling, Report on Food Conditions in Germany, High Majesty Stationery Office, London 1919, p. 10. Su Ernest Starling (1866-1927) si veda: John Henderson, A Life of Ernest Starling, Oxford University Press, Oxford-New York 2010; sul rapporto sulle condizioni di salute della popolazione tedesca: William Van der Kloot, Ernest Starling’s Analysis of the Energy Balance of the German People During the Blockade, 1914-1918, in “Notes Rec. Soc. Lond.”, vol. 57, 2003, 2, pp. 185-193.

48 E. H. Starling, Food Supply of Germany During the War, in “Journal of the Royal Statistical Society”, vol. 83, 2, 1920, p. 232.

49Ivi, p. 244. Sulla figura di Starling si veda: W. Van der Kloot, Ernest Starling’s Analysis of the Energy Balance of the German People During the Blockade, in “Notes and Records of the Royal Society of London”, vol. 57, 2, 2003, pp. 185-203.

50 Su questi temi rimando al mio saggio:L’arma della fame. Il blocco navale e le sue conseguenze sulla popolazione civile (1908-1919), in DEP, n. 13/14, 2010, pp. 1-33.
Bruna Bianchi

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