“Non abbiamo linea, siamo tutte curve” intervista al collettivo Mujeres Creando di Michele Bertelli

minilogoblancoProponiamo un’intervista al Colettivo anarcofemminista boliviano Mujeres Creando, apparso su A-Rivista Anarchica nel numero di novembre 2013 (nr. 384).
Gli spunti di riflessione sono molteplici, a partire dalla capacità, tipica dei movimenti latinoamericani, di militare politicamente e al contempo fare attivismo sociale di base, impegnati nelle quotidiane lotte di liberazione, di sopravvivenza, di ribellione.
Dovremmo imparare molto da quelle esperienze, che invece di proporsi demagogicamente e apoditticamente nei confronti delle popolazioni cercano di trovare i punti di contatto e di proporre originali forme di partecipazione diretta alla vita politica e sociale, fornendo strumenti utili alla reale emancipazione totale. Sono forme di attivismo presenti anche nelle nostre realtà occidentali ed europee, ma che faticano a essere la reale espressione di un desiderio collettivo di riappropriazione, o disappropriazione, delle lotte, delle rivendicazioni, delle piccole rivoluzioni quotidiane che costellano le vite di ognun*.
Scelte originali e condivise che sovvertiscono le linee prospettiche del patriarcato onnicomprensivo che riesce ad inglobare anche le migliori speranze rivoluzionarie, per controllare, mitigare, drenare. Esempi ce ne sono a iosa nelle nostre realtà: dal femminismo istituzionalizzato-istituzionale, alla medicina e psicologia pseudopopolari, al collettivismo imposto, alle rinunciatarie battaglie per l’autodeterminazione che sono svilite da legislator* immersi nella melma del potere statale.
Leggendo questa intervista si respira una boccata di ossigeno che può fornirci la speranza che il nostro agire non è vano e che l’internazionalismo è sempre più necessario, non come forma di globalismo neoliberale, ma di reale solidarietà e mutualismo che dichiara l’inutilità dei confini geopolitici. L’indigenismo diviene così constatazione dell’appartenenza alla Terra e non alla nazione, smantellando anche le categorie decolonizzanti e postcolonizzanti occidentali, tanto care a certo femminismo transnazionale pseudolibertario.
Anche nella nostra piccola Italiota potremmo fare esperienza post-tutto, sia coinvolgendo, come già si fa, donne e uomini di ogni cultura, ma soprattutto riconoscendo l’indigenità di ognun* di noi, non rifiutando la propria origine, ma smarcandola da neotradizioni nazional-populiste, e aggiornandola alle nuove esigenze e desiderata. Siamo tutt* indigen*, perché siamo tutt* abitanti della terra, altro-da-umani inclusi!
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mp07bCosì rispondono, a chi le accusa di essere delle “anarchiche selvagge” e di non aver una linea politica precisa, le militanti del collettivo femminista con sede a La Paz. E qui spiegano come la pensano e che cosa fanno.
Arrampicandosi sulle ripide strade che collegano il centro di La Paz al distretto indigeno de El Alto è impossibile non notare come la Bolivia si prepari alle elezioni del prossimo anno. Dall’alto dei cartelli che annunciano la creazione di una compagnia municipale per la gestione idrica, Evo Morales sorride ai passanti, ricordando ai suoi elettori i passi verso il progresso compiuti negli ultimi dieci anni. Eppure improvvisamente, dietro un angolo, o tra due edifici scalcinati, si può incappare nel fugace slogan “Yo apoyo al Tipnis, ¡y qué!” Il Tipnis è un territorio naturale protetto e abitato principalmente da comunità indigene che nel 2011 si sollevò contro la decisione governativa di costruire una superstrada per collegare i dipartimenti di Cochabamba e Beni. La scritta invece è a nome di Mujeres Creando, collettivo libertario femminista formatosi negli anni ’80, a ricordare che quell’idea di progresso è tutt’altro che condivisa nel paese.
“Era come nuotare contro corrente”, dice Mayra Rojas Castro raccontando della sua lunga esperienza nel Mas (Movimento per il socialismo) e in parlamento insieme ai dirigenti di Morales. “Eravamo io, il senatore che aiutavo, Filemon Escobar, e altre due compagne a spingere avanti la nostra commissione, ma tutto il resto era fermo.” Oggi Mayra si occupa dello sportello legale di Mujeres Creando, “dove posso operare meglio, dando un servizio che sia reale.”
Indipendentemente dalle posizioni individuali e collettive, Mujeres Creando non considera il governo come un ambito di reale azione collettiva. Il loro obiettivo è “creare uno spazio dove fare una politica concreta per le donne, che risponda in modo immediato alle loro necessità”, spiega Julieta Ojeada, da anni integrante del collettivo. Spazio teorico che si è concretizzato fisicamente a La Paz e Santa Cruz nella casa della Virgen de los Deseos, protettrice di indigene, puttane, lesbiche, lavoratrici casalinghe e donne indebitate. Perché il femminismo che interessa al collettivo è fuori dalle accademie, e deve saper dialogare e confrontarsi con donne diverse tra loro. “Non possiamo parlare di donna, perché siamo le donne, un universo complesso, composto da signore anziane, giovani, adulte, universitarie, lesbiche, eterosessuali, donne indigene aymara o donne cittadine.”
Eterogenee per scelta
Assumere questa complessità come dato fondante è uno dei punti fermi del movimento, attraversato da persone con una formazione e una storia anche molto diverse tra loro. Borghesi rapite da idee libertarie, militanti del sindacato per i diritti delle lavoratrici domestiche, membri di associazioni per i diritti civili ed ex collaboratori del governo: tutte hanno trovato un loro punto di partenza in Mujeres Creando. “Quello che abbiamo in comune è che ci siamo ribellate all’ambiente da cui proveniamo: chi alla sua classe sociale, chi al primo mondo, chi alla sua comunità indigena,” mi spiega Idoia Romano, che è approdata alla Virgen dopo un lungo peregrinare dalle terre basche di Oñati.
Anche se viene da molto più vicino, il viaggio che ha portato Emiliana alla Virgen dalla sua comunità aymara è stato forse altrettanto lungo: “la mia famiglia conosce le mie scelte e le ha accettate, però la maggior parte del mio villaggio non lo sa, è una società molto chiusa.” Oggi è la responsabile della cooperativa che gestisce i pranzi della Virgen.
Quello che le componenti del movimento chiedono ai loro collaboratori è di attenersi ad alcuni principi di base: autonomia dai partiti politici e dalle ong, orizzontalità, autogestione, rispetto delle scelte sessuali. “Allo stesso tempo noi gli riserviamo lo stesso rispetto,” spiega Julieta, “abbiamo compagne cattoliche che si sono confrontate con il tema dell’aborto (che in Bolivia è illegale), del matrimonio e del patriarcato, si sono aperte, cercando nuove possibilità di relazioni più libere, e sono rimaste con noi.”
L’accento posto sulla praticità della convivenza quotidiana ha sicuramente aiutato il progetto a integrare le sue diverse componenti. Dai locali della Virgen si diffondono infatti le frequenze di Radio Deseo, le colonne del settimanale La Malhablada, la rivista di pensiero femminista Mujer Publica, ma arrivano anche continue visite dall’esterno per l’asilo nido autogestito, la mensa popolare, la foresteria e gli sportelli contro la violenza e di tutela legale. Ognuno di questi progetti è gestito da componenti del collettivo in collaborazione con altri simpatizzanti in totale autonomia. “Per partire con un’iniziativa non abbiamo bisogno necessariamente di una assemblea,” spiega Julieta, “crediamo che ci sia un’etica femminista e certi principi di base condivisi. E se poi ci sbagliamo, abbiamo creato spazi per metterci in discussione.”
All’accusa di essere solo delle “anarchiche selvagge”, Mujeres Creando ha risposto già da anni con una chiara ed evidente dichiarazione di principio, in contrasto con l’ortodossia dei gruppi della nuova e vecchia sinistra: “Non abbiamo linea, siamo tutte curve.” Un percorso sinuoso che difficilmente trova spazio nella rigidità istituzionale, ma che, sull’onda della “guerra del gas” che nel 2003 aprì la crisi di governo che portò alla destituzione del presidente Gonzalo Sánchez de Lozada, aveva saputo accettare anche il compromesso istituzionale, pur di imprimere una svolta duratura al paese.
Diverse esponenti cercarono infatti di partecipare all’assemblea costituente indetta nel 2006. “Sapevamo che non era il nostro spazio di lavoro politico, ma ci sono momenti in cui la realtà ti sollecita a lavorare in situazioni diverse, e questo non significa che stai rinunciando ai tuoi principi,” spiega Julieta, che rivendica l’apporto che come femministe avrebbero voluto dare alla nuova carta: uno stato laico, l’educazione sessuale e il tema della violenza contro le donne.
Diverse di loro videro l’assemblea come una occasione per mettere in discussione il modello di democrazia rappresentativa neoliberale, dato che la richiesta di una nuova costituzione veniva proprio da gruppi sociali mobilitati nel 2003 in difesa delle nazionalizzazioni del gas. Di fatto l’assemblea però fini per replicare una organizzazione basata sui partiti, aprendo a gruppi indigeni e cittadini, ma non ai rappresentanti dei movimenti sociali. Gli attivisti che vollero partecipare dovettero quindi accodarsi a formazioni o gruppi già esistenti, con un risultato, secondo Julieta, quanto meno deludente: nella nuova costituzione “non si discute il servizio militare, né l’accumulazione irregolare di terre per mano dei grandi proprietari terrieri che hanno accumulato ettari duranti gli anni dei governi dittatoriali.”
Mayra lavora però con le nuove leggi promulgate dal governo, e secondo lei qualcosa di buono è stato fatto: “se sai maneggiare puoi ottenere cose positive, come con la Legge su discriminazione e razzismo”, dice, “il problema è che emettono le leggi ma non le comunicano, non le socializzano!” A bloccare il paese sarebbe l’inamovibile apparato burocratico, che sotto Morales è stato a malapena scalfito. “Nei ministeri sono rimaste diverse persone dei precedenti partiti, perché già conoscevano i regolamenti, le procedure”, racconta Mayra, “i nuovi assunti sono di solito indigeni provenienti da diversi luoghi della Bolivia, ma spesso sono andati a occupare ruoli subordinati di assistenza.” Frugando negli archivi delle commissioni, lei e i suoi colleghi sono incappati in progetti che venivano posticipati fin dagli anni settanta e ottanta, ancora immobili.
Né Morales né ong internazionali
A seconda di quale campana si voglia ascoltare, il presidente Boliviano Evo Morales viene solitamente ritratto come nemico giurato del libero mercato e despota populista o araldo del nuovo socialismo in salsa latino americana. Mujeres Creando invece non si è mai tirata indietro nel criticare il presidente da posizioni ben più radicali.
Sonia Flores Luna, che ha lavorato a lungo in organizzazioni di diritti civili a sostegno delle vittime della dittatura, non è mai stata convinta delle posizioni del presidente: “non vedo avanzamenti che favoriscano le donne, l’aborto non viene preso in considerazione, c’è un’alleanza nefasta con i militari, e anche alla polizia sono stati dati tanti privilegi e doti economiche, mentre sono state tralasciate l’educazione dei giovani e la cultura, folklorizzando la società.” Una delle critiche più aspre è infatti quella di promuovere un progetto di egemonia culturale dell’etnia indigena aymara, finora tradizionalmente repressa e senza alcuna voce a livello nazionale. Sospetto che ha guadagnato consistenza soprattutto dopo il conflitto con le comunità indigene del Tipnis, appartenenti principalmente all’etnia guaranì. “Nel momento in cui devono prendere decisioni concrete si svela la loro logica,” accusa Julieta, “che è puramente estrattivista, si basa sullo sfruttamento delle materia prime, sul petrolio e le miniere, e non sono disposti a rinunciarvi per rispetto a nessuna riserva naturale.”
All’interno del collettivo c’è però anche chi conserva una opinione positiva del primo presidente indio della Bolivia. Per Emiliana, che viene da una comunità contadina del distretto di La Paz, gli aiuti ai villaggi stanno finalmente arrivando e le comunità possono esprimere la loro voce per la prima volta nella storia del paese.
Nemmeno la recente Ley contra la violencia (Legge contro la violenza), promulgata in un paese in cui, secondo un recente studio del Difensore del Popolo Rolando Villena, 7 donne su 10 soffrono nel corso della loro vita un qualche tipo di abuso, è stata accolta senza critiche. “Questa legge non protegge integralmente le donne, in quanto nel testo non ci sono menzioni specifiche, puoi essere uomo o donna,” spiega Mayra, “e inoltre dà troppo potere alla polizia, ti devi recare da loro e raccontargli tutto quello che hai passato, c’è una psicologa ma non può certo ricevere tanta gente!”
Prima del luglio 2001 pochi conoscevano l’organizzazione al di fuori della Bolivia. A diffondere il nome di Mujeres Creando fu soprattutto la lunga campagna dei piccoli debitori contro il microcredito e le organizzazioni internazionali, a conclusione della quale il collettivo si trovò a mediare con la polizia durante l’occupazione della Bolivian Banking Supervisory Agency da parte di un gruppo di piccoli debitori armati di dinamite. “Il denaro che arriva dall’Europa a fondo perduto viene capitalizzato da istituzioni che si occupano del microcredito”, mi spiega Mayra, “ma non vi è alcun tipo di controllo sul credito concesso, e così spesso un prestito viene utilizzato per ripianare un debito con un’altra banca, dando origine a un super-indebitamento.” Secondo Julieta, vi erano persone il cui debito era ormai vecchio di dieci anni, e le somme si erano andate duplicando e triplicando a causa degli alti interessi e delle irregolarità nel calcolo.
Da allora, Mayra continua a occuparsi non solo dello sportello contro l’usura bancaria, ma anche di donne in situazione di prostituzione, ragazze incinte che vengono licenziate e ogni altro tipo di abuso lavorativo. “Mi sembra che la sfida sia ogni giorno: viviamo in uno stato di diritto, ma ogni giorno bisogna strigliare i burocrati statali, municipali e bancari,” dice con determinazione. Non sembra avere nostalgia dei suoi giorni nel Mas: “la verità è che preferisco rimanere qui, lontana da quel mondo, dove la gente sa di trovare un appoggio, un referente che li possa aiutare”.
Michele Bertelli

 

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