The Last Stand of the Gorilla. Environmental crime and conflict in the Congo Basin – Rapporto sulla situazione dei gorilla nel bacino del fiume Congo

copertina report gorilla
Nell’ultimo numero miscellaneo di Dep – rivista online di memoria delle donne, si affrontano vari temi da quello dello stupro,  al femminicidio, alla critica femminista alla teoria della guerra giusta e la condizione delle laureate in medicina nella Prima guerra mondiale. La rubrica Documenti presenta due testi tradotti per la prima volta in italiano della scrittrice britannica Vernon Lee.
La rubrica Finestra sul presente è dedicata al Congo e, come di consueto, presentando il rapporto di Human Rights Watch sulla questione degli stupri, oltre ad altri significativi contributi che cercano di offrire un quadro il più possibile articolato della situazione attuale nel paese africano. Per mantenere il fil rouge dell’attenzione ecofemminista, si propone la presentazione del rapporto The Last Stand of the Gorilla. Environmental crime and conflict in the Congo Basin.

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Chi uccide gli animali si troverà un giorno ad uccidere gli umani.
(Dian Fossey)
   Il dossier The Last Stand of the Gorilla – Environmental Crime and Conflict in the Congo Basin, edito nel 2010 dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite e dalla Fondazione norvegese GRID-Arandal, curato da Christian Nellemann, Ian Redmond e Johannes Refisch, presenta un’accurata analisi delle attuali condizioni di questi grandi primati nelle aree del Bacino del fiume Congo (http://www.grida.no/publications/rr/gorilla/).
   I tre redattori sono impegnati nel protezionismo conservazionista di animali a rischio di estinzione e in tematiche ambientali. Christian Nellemann, norvegese, è un funzionario della commissione Rapid Response dell’UNEP, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite. Ha operato in molte parti del mondo occupandosi di temi ambientali ed ecologici, della biodiversità, dei reati contro l’ambiente e gli animali selvatici da parte della criminalità organizzata, contribuendo alla diffusione dei dati raccolti con numerosi scritti e partecipando a diversi gruppi di studio e commissioni internazionali. Ian Redmond, inglese, è un biologo tropicale esperto di gorilla ed elefanti. È noto per il suo impegno a favore dei gorilla di montagna e ha realizzato molti documentari per la BBC e la National Geographic. È il promotore di Ape Alliance-Action for Apes, un’organizzazione internazionale che si occupa della protezione delle grandi scimmie. È stato ingaggiato come esperto per la realizzazione del film Gorilla in the Mist. Johannes Refisch, tedesco, è esperto di ecologia animale e ha ricoperto diversi incarichi presso le università di Bayreuth, di Basilea e dell’Alaska e presso il Museo di Storia Naturale di Monaco. Ha svolto progetti di ricerca e protezione in vari paesi africani, specie nei periodi postbellici in Costa d’Avorio, Liberia e nell’area di Virunga (che copre i confini della Repubblica Democratica del Congo, del Rwanda e dell’Uganda). Da anni coopera con il Progetto Internazionale di Protezione dei Gorilla (IGCP), il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, il Progetto di Cooperazione di Salvaguardia delle Grandi Scimmie (GRASP), soprattutto nella RD del Congo.
   I gorilla, con scimpanzé, bonobo e oranghi, sono definiti grandi scimmie, scimmie antropomorfe e primati nonumani per la loro capacità di camminare eretti, per lo sviluppo della loro massa cerebrale, per le grandi dimensioni e per le similitudini anche genetiche con gli umani. L’etologia e la zoologia riconoscono due specie di gorilla, che a loro volta si suddividono in due sottospecie, con differenze minime: i gorilla occidentali (Gorilla gorilla), classificati in gorilla di pianura (Gorilla gorilla gorilla), con una popolazione di meno di 200.000 soggetti, e gorilla di Cross River (Gorilla gorilla diehli) a rischio estinzione, con una presenza di meno di 300 individui; e i gorilla orientali (Gorilla beringei), distinti in gorilla di pianura (Gorilla beringei graueri), rimasti circa in 750, e gorilla di montagna (Gorilla beringei beringei), di circa 300 soggetti. Grazie al pioneristico e appassionato lavoro di Dian Fossey, i più noti sono i gorilla di montagna, tutt’oggi studiati e protetti dalla fondazione da lei creata, la Dian Fossey Gorilla Fund International.
   I gorilla vivono in una vasta area dell’Africa equatoriale, che comprende molti Paesi, in una zona che si estende dalla Nigeria alle Albertine Rift. Le minacce che li stanno decimando sono dovute principalmente al bracconaggio, ai conflitti armati, alla diffusione dell’agricoltura intensiva, alla deforestazione, alle attività estrattive e minerarie, al cambiamento climatico, alle epidemie – specialmente l’ebola.
   Il dossier che qui presentiamo illustra la situazione delle varie popolazioni di gorilla, con foto mirabili e toccanti, interviste a protagonisti e testimoni dei progetti di tutela, con analisi ambientali, storiche, sociali. I gorilla spesso sono vittime dello specismo antropocentrico, che viene ulteriormente incrementato nei conflitti armati che insanguinano le regioni africane. Divengono merce di scambio per la loro carne considerata edibile e per le parti dei loro corpi esibiti come trofei, a simboleggiare la prevaricazione degli umani sugli altro-da-umani. Tra le parti più ricercate ci sono le mani mozzate, usate come macabri posacenere da ricchi bianchi
occidentali. Le loro famiglie, al pari di quelle umane, sono divise, i figli strappati alle madri, i maschi adulti uccisi, e i piccoli oggetto della tratta verso zoo, circhi e facoltosi privati che li sfruttano per soddisfare gli impulsi di prepotenza e denigrazione.
   I gorilla sono uccisi anche per utilizzare altre parti dei loro corpi, come dita, testicoli e pelliccia, nella medicina tradizionale. La caccia “sportiva” è un’altra grande minaccia per i gorilla, e molte agenzie dedite all’organizzazione di battute di caccia al gorilla beneficiano di enormi profitti economici, come documentato alla fine degli anni Novanta da Roger Cook, un giornalista britannico che fece una lunga indagine su questo tipo di attività. Infine il bracconaggio, praticato soprattutto dalle milizie che imperversano nei Paesi in cui vivono i gorilla, è un’ulteriore costante minaccia per la loro sopravvivenza.
Le milizie, gli eserciti regolari e quelli irregolari, i mercenari si spartiscono i territori e le risorse, desertificando tutte le zone in cui passano. Uccidono umani e altro-da-umani con eguale efferatezza e indifferenza, consapevoli della necessità di “bonificare” i territori per meglio sfruttare ogni singolo acro a favore delle ricche e potenti multinazionali straniere, che imboniscono i dittatori di turno abbagliati dal facile guadagno personale, a scapito delle popolazioni, del territorio, degli animali. Alcuni racconti di bracconieri presenti nel dossier rivelano tutta la brutalità di queste operazioni di devastazione.
   Ofir Drori, fondatore della Last Great Ape Organization (LAGA), afferma che le attuali leggi per la salvaguardia dei gorilla esistono, ma la corruzione diffusa ne impedisce di fatto l’esercizio. Gli stessi funzionari governativi sono troppo spesso implicati nel commercio e nella tratta dei gorilla. La situazione attuale è di acuta crisi e non sembrano esserci vie d’uscita. I metodi finora usati dalle associazioni per la protezione dei gorilla, quali la sensibilizzazione delle popolazioni, l’educazione e la formazione, oltre agli accordi governativi, non hanno sortito grandi effetti. Anzi, la situazione, per tutti gli animali presenti nei territori preda di guerre e saccheggi, si sta sempre più deteriorando (p. 33).
   L’habitat dei gorilla delle foreste è un bottino appetibile per le attività estrattive e minerarie che producono coltan, cassiterite, oro, diamanti, petrolio, cobalto e uranio. Troppo spesso i gorilla sono uccisi per fornire carne ai lavoratori di questi scempi, loro stessi vittime di fame, miseria, saccheggi, violenze, soprusi. Negli anni Ottanta il Ministero delle Foreste congolese riportava che ognuno dei 500 cacciatori autorizzati per le attività venatorie, garantivano l’alimentazione carnea ad almeno 10 persone, e che preferivano di gran lunga la carne dei gorilla a quella di altri animali. In anni più recenti, la quantità di carne di animali selvatici consumata è arrivata a cinque milioni di tonnellate ogni anno.
   La Repubblica Democratica del Congo, uno dei tre paesi africani più vasti, è ricchissima di risorse, ma al tempo stesso è uno dei paesi più poveri al mondo. La povertà e la corruzione endemiche di queste terre hanno effetti negativi sia sugli umani che sugli altro-da-umani. Persino il Documento sulla Strategia per la Riduzione della Povertà e per lo Sviluppo del 2006 del Fondo Monetario Internazionale, organismo neoliberista di controllo dei flussi finanziari e dei mercati internazionali, dichiara la necessità di ridisegnare la gestione delle biodiversità, con particolare attenzione alle foreste e al loro habitat, attraverso il coinvolgimento delle comunità locali.
   In Congo ci sono 3 parchi nazionali, 4 riserve faunistiche, 4 tra riserve naturali e santuari per grandi scimmie. I gorilla sono presenti nei parchi nazionali di Odzalakokoua (uno dei primi dell’Africa centrale, creato nel 1977) e di Nouabale-ndoki (nel nord del paese), nella riserva comune (Community Reserve) di Walikale, nei santuari di Lesio Louna (che sta sostenendo il Progetto per la Protezione dei Gorilla) e di Lossi, dove vivono in completa libertà, monitorati e protetti dai rangers, nonostante le incursioni di bracconieri, truppe regolari, miliziani e mercenari.
   Samuel, un ex miliziano rwandese, che non aveva mai visto i gorilla prima della guerra, ne uccise diversi, su incitamento dello stesso esercito congolese, che lo convinse che così avrebbe potuto trarne guadagno, divenendo egli stesso un consumatore di carne di gorilla e di altri animali selvatici (p. 25).
   Peter Kabi, un ex cacciatore e uccisore di gorilla, riporta il suo incontro con un gorilla maschio adulto (silverback) mentre questi stava mangiando delle banane dalla piantagione della famiglia Kabi. Quando il gorilla si accorse della sua presenza lanciò un urlo terrificante e si allontanò. Ripresosi dallo spavento, Peter inseguì e uccise il gorilla. In un sol colpo aveva liberato la piantagione dalla minaccia del gorilla e aveva garantito una notevole quantità di carne sia per la famiglia che per il commercio. Successivamente, con l’ausilio della Wildlife Conservation Society ha compreso la necessità di salvaguardare l’ambiente e questi primati, adottando un diverso stile di vita (The Last Stand of the Gorilla, p. 47).
Tra i compiti della Convenzione Internazionale delle Specie in Pericolo CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) vi è proprio la protezione dei gorilla, con l’istituzione nel 2006 della GRASP (Great Ape Enforcement Task Force), che, assieme ad altri organismi internazionali, monitora la situazione del commercio e della tratta dei gorilla. David Smith, corrispondente di The Guardian, da anni denuncia il costante aumento del numero di piccoli di gorilla catturati e poi venduti per cifre esorbitanti ai mercati di specie esotiche in tutto il mondo.
   Radar Nishuli, da 25 anni capo guardiano del Parco Nazionale congolese di Kahuzi-Biega, ritiene che l’interesse internazionale per la causa dei gorilla sia fondamentale, a partire dalla promozione dell’anno internazionale dei gorilla da parte delle Nazioni Unite nel 2009, che ha consentito la diffusione della conoscenza della vita e delle abitudini di questi primati. Se, continua Nishuli, le persone possono contare su qualcuno che le protegga, i gorilla invece sono lasciati soli. Ma nonostante le guerre e le difficoltà i ranger del Parco difendono i gorilla e ogni giorno garantiscono la loro salvaguardia dai mille pericoli che incombono, perlustrando tutto il territorio protetto (p. 55).
  Serapio Rukundo, Ministro ugandese per il Turismo, l’Ambiente e le Antichità, indica gli aspetti turistici della presenza dei gorilla, dato che l’Uganda ospita oltre il 50% delle poche centinaia di gorilla di montagna sopravvissuti. Rukundo afferma che osservare i gorilla è osservare dei cugini degli umani, per il loro comportamento relazionale, affettivo e sociale nei loro gruppi di appartenenza. Tutti sono implicati nella conservazione e protezione dei gorilla e degli altri primati, essendo patrimonio di ognuno e svolgendo un ruolo importante nella salvaguardia delle aree selvatiche (p. 39).
   Di avviso simile è José Edmundo Bononge, Ministro congolese per l’Ambiente, la Protezione della Natura e il Turismo. Dichiara che il Congo è molto attento alle questioni ambientali e protezioniste, dato che il Paese ha una ricca biodiversità. Le risorse idriche congolesi rappresentano la metà di tutta l’acqua africana. I gorilla, presenti su tutto il territorio congolese, sono molto forti, ma estremamente dipendenti dall’ambiente in cui vivono, specie nelle aree ancora in conflitto. Infatti questa specie non può sopravvivere senza la foresta e la foresta non può stare senza i gorilla, in una reciprocità fondamentale, che sono patrimonio sia del Congo e sia di tutti. Anche gli umani dipendono dalla foresta per l’acqua e per tutte le risorse ivi presenti. E sono strettamente collegati ai gorilla, alle grandi scimmie e a tutte le altre specie. La difesa delle terre, dell’acqua, del clima, dei nonumani e degli umani è una priorità per tutti (p. 40).
   Melanie Stiassny, curatrice della sezione ittiologica del Museo di Storia Naturale di New York, conoscitrice del fiume Congo e della sua fauna ittica, ribadisce l’importanza della salvaguardia del fiume perché si collega alla salute delle sue acque lungo tutto il suo percorso fino alla foce nell’Oceano Atlantico. Secondo Stiassny, i gorilla hanno un ruolo molto significativo nella protezione della foresta e di conseguenza nella salvaguardia del fiume. Proteggendo il fiume, si proteggono i pesci e si proteggono gli abitanti, in un circolo virtuoso che non può
essere spezzato (p. 42).
   Peter Walsh, bioantropologo, fondatore dell’associazione VaccinApe, dichiara che tra i pericoli per i gorilla ci sono le infezioni e le malattie. Tra queste le più fatali sono il virus dell’Ebola, che negli ultimi 15 anni ha decimato oltre 1/3 dei gorilla, e le malattie favorite dalla presenza di turisti e ricercatori nei luoghi frequentati solitamente da questi primati. Questo rievoca le tragiche memorie dei flagelli provocati agli umani dalla conquista coloniale di molte aree della terra. Con la sua associazione Walsh cerca di individuare i modi per eliminare o almeno limitare le morti per questi contatti infettivi, attraverso i vaccini che stanno introducendo nelle popolazioni di primati prima che siano colpiti specialmente da ebola e morbillo (p. 57).
   Gladys Kalema-Zikusoka, veterinaria, fondatrice del Conservation Through Public Health (CTPH), ha “conosciuto” i gorilla durante il suo tirocinio e ha subito avvertito la stretta parentela tra umani e gorilla. Kalema-Zikusoka, consapevole delle gravi minacce cui sono esposti i gorilla, afferma che è molto importante ch questi pericoli siano riconosciuti. Molte delle gravi malattie che decimano questi primati sono proprio causate dagli umani, e per questa ragione è basilare per salvare i gorilla, garantire le cure sanitarie e mediche anche agli umani (p. 61).
   Inogwabini Bila Isia, del WWF congolese, opera in questo settore e studia i gorilla dal 1993. I gorilla giocano un ruolo importante per l’ambiente poiché con i loro spostamenti garantiscono la diffusione dei semi delle varie piante, spostamenti che cominciarono a ridursi con i primi conflitti armati congolesi, che decimarono i gorilla (p. 64).
   Rosette Chantal Rugamba, già responsabile dell’Ufficio Sviluppo del Rwanda, attesta le enormi speranze riposte quando il 2009 fu dichiarato l’anno dei gorilla. Pur nella difficile situazione in cui vivono i gorilla in tutti i paesi, Rugamba intravede dei piccoli miglioramenti, anche in virtù di quello che lei considera il privilegio di essere i custodi di questi primati, consapevole che la responsabilità della loro sopravvivenza sia però appannaggio di tutti gli umani. Ella considera i gorilla soggetti transnazionali, per la capacità che hanno di attrarre attenzione e interesse, in grado di attivare processi di pace, stabilità e salvaguardia ambientale, proprio perché i gorilla varcano i confini per le loro necessità di vita (p. 75).
   Jillian Miller, coordinatrice della Gorilla Organization, sostiene che hanno un’enorme rilevanza le cosiddette riserve di comunità (Community Reserve), realizzate dalle popolazioni locali che supportano il lavoro dei guardiani delle riserve stesse, per la salvaguardia dei gorilla. Si ottengono dei benefici reciproci, tra gli umani e gli altro-da-umani, in quanto chi si occupa di preservare l’ambiente e gli animali, garantisce la propria sopravvivenza (p. 79).
   Inoltre, la vita dei gorilla è condizionata dalle attività minerarie ed estrattive, che stravolgono le aree in cui sono insediati i campi e le attività stesse. Global Witness, un’organizzazione non governativa che si occupa di indagini e campagne contro la depredazione, la corruzione e l’impatto delle strategie delle multinazionali per i proventi dalle loro attività in questo campo, ha spesso accusato diverse aziende di usare i minerali estratti nelle zone di guerra, appoggiate dall’esercito di liberazione democratica del Congo, prezzolando le attività di controllo del territorio, mantenuto in costante conflitto (p. 43).
   Secondo il recente rapporto sulle miniere illegali di coltan (colombo-talantite) in Congo, realizzato nel 2013 da Bennet Bailey per Rights Reporters 1, questi siti sono centinaia, non tutti censibili data l’ampiezza del territorio dove sono collocate, l’inaccessibilità delle zone e il controllo armato che le difende. Intorno a queste miniere si è formato un sistema di corruzione, violenza e depredazione che nessun organismo internazionale militare e diplomatico riesce a scalfire. È diffusissimo il rapimento di bambini e bambine che sono utilizzati come schiavi minatori, i maschi, e schiave sessuali, le bambine, per poi divenire entrambi piccoli soldati (p. 2). L’area è molto instabile, provocando l’esilio forzato di migliaia di persone, costrette a vivere in condizioni terribili, sempre esposte ad epidemie. Queste attività criminali si autoalimentano, portando gravi danni alle persone, all’ambiente e agli altro-da-umani. Secondo l’International Rescue Committee 2, tra il 1998 e il 2007 sono morte in Congo per i conflitti armati oltre 5,4 milioni di persone, gli sfollati sono 1.400.000, 500.000 i rifugiati, 300.000 i bambini soldato, sono perpetrati 1.152 stupri al giorno, 2 bambini su 5 muoiono sotto i 5 anni, oltre 24 milioni, su una popolazione di 30 milioni, di bambini e bambine in età scolare non frequentano le istituzioni scolastiche.
   Una tale situazione di pesante crisi umanitaria grava enormemente anche sugli animali. Infatti esercito regolare e milizie compiono efferatezze nei villaggi e nei campi profughi, luoghi in cui funzionari corrotti vendono carbone per le esigenze quotidiane di quelle popolazioni, risorsa sottratta negli habitat dei gorilla, persino nelle zone dei parchi e delle riserve, provocandone grave danno anche a causa delle frequenti incursioni di truppe provenienti dai paesi limitrofi (p. 19). Per rappresaglia contro i tentativi dei ranger di bloccare i massacri e i traffici illeciti, nel luglio 2007 i miliziani cacciarono e uccisero i 22 componenti della famiglia gorilla Rugendom, sparando a Mburanumwe, Neza e Safari, 3 femmine , e al silverback Senkwekwe. Il cucciolo di una delle femmine a cui era stato sparato dietro la nuca era stato trovato ancora avvinghiato alla madre morta (p. 22).
   Solitamente i gorilla si muovono in un’area che va dai 5 ai 40 km quadrati, e l’attuale grave situazione è ulteriormente inasprita dalla presenza di trappole esplosive e mine disseminate lungo i sentieri da loro percorrono lungo i corsi d’acqua, Così molti di loro letteralmente saltano in aria, o si feriscono gravemente e
muoiono in modo atroce (p. 23). Dal 1994 si svolgono delle osservazioni e dei monitoraggi sulla caccia ai primati, specie ai gorilla, e i dati rilevati nel nord est del Congo, indicano che il tasso di uccisione per mano dei bracconieri è di oltre il 5%. Nel Congo settentrionale ogni anno sono uccisi tra i 400 e i 600 gorilla, e nell’area del bacino del fiume Congo sono 4.500 i gorilla morti a causa della caccia, Nell’area di Kilou sono uccisi per la loro carne il4% dei gorilla, per arrivare al 50% ogni anno (p. 47).
   Si stima che ogni anno siano uccisi almeno 4.500 gorilla. Per fronteggiare questo ecocidio si stanno mettendo in atto piani di coinvolgimento dei Paesi in cui vivono i gorilla, considerando che spesso questi primati migrano da un confine all’altro, con piani di tutela e salvaguardia dell’habitat e creare delle aree protette. Si svolgono anche massicci interventi di formazione e preparazione dei responsabili dei parchi e dei ranger, loro stessi sottoposti a continue minacce e a rischio di uccisione: nel solo Parco di Virunga negli ultimi 15 anni ne sono stati uccisi ben 190 (p. 7). Oltre 200 sono i ranger uccisi nell’ultimo decennio nell’area dell’Albertine Rift (p. 11) e nel Parco di Kahuza-Biega si calcola che 2 ranger siano stati uccisi, 4 siano stati feriti e 7 siano stati rapiti dal FDLR (Forces démocratiques de libération du Rwanda) dal 2000 al 2010 (p. 21).
   I punti individuati nel Rapporto per i programmi di salvaguardia dei gorilla sono: il rafforzamento del Monuc (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo); l’incremento delle azioni coordinate a favore dei gorilla da parte dei governi dei Paesi in cui vivono questi primati; gli investimenti in risorse per lo sviluppo di queste azioni; l’individuazione di fondi per la formazione di funzionari pubblici, polizia e rangers per contrastare i crimini contro i gorilla, i delitti ambientali e contro tutti gli altri animali; favorire politiche contro la corruzione; la predisposizione di strumenti giuridici locali e internazionali su questi temi; la promozione di collaborazioni fra gli organismi internazionali e le Nazioni Unite; la messa in opera di risorse e di fondi per lo studio e la valorizzazione dei gorilla.
   Per chiudere questa presentazione è doveroso richiamare l’attenzione sulle enormi risorse, capacità ed intelligenza sia dei singoli gorilla che dei gruppi di cui fanno parte. Individui capaci di pensare e agire in modo etico. Emblematica è la vicenda, apparsa in un articolo di Ker Than pubblicato su National Geographic News nel luglio 2012, di due giovani gorilla, Rwema – maschio – e Dukore – femmina, che avendo visto morire in una trappola la giovane gorilla Ngwino, del loro clan Kuryama, hanno cercato, scovato ed eliminato le altre trappole. Questo episodio, riferito dagli studiosi del Karisoke Research Center della Fondazione Dian Fossey e del Mountain Gorilla Veterinary Project, che monitorano il territorio del Parco, coadiuvati da guardiani locali, hanno ricevuto la segnalazione da alcuni testimoni. I due giovani gorilla sono stati visti mentre insieme hanno neutralizzato le trappole che erano sfuggite alla bonifica di uno dei battitori che si occupa proprio di questo. Un tale comportamento, giudicato dagli esperti una conferma delle capacità di osservazione, comunicazione, progettazione e trasformazione della realtà di questi primati, è annoverabile tra le azioni di vera e propria resistenza e ribellione al dominio degli umani sugli altro-da-umani.
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note
1 Rights Reporter, Rapporto RD Congo, 2013.
2 International Rescue Committee, American Journal of Public Health, GAO-08-562T, ONU IDH 2011.

 

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