Livorno: gli orti urbani occupati. La “resistenza urbana” in contrasto alla cementificazione e all’incuria – di Egon Botteghi e Michela Angelini

livorno
Nell’ottobre del 2013  il Comitato Precar* e Disoccupat* di Livorno e l’Ex Caserma Occupata, hanno preso possesso  di un pezzo di campagna rimasto “imprigionato” in mezzo ai palazzi residenziali dei quartieri Fabbricotti e San Jacopo nel cuore di Livorno. L’intento è quello di salvare l’ultima area verde nel centro della città da un’inutile cementificazione  per restituirla alla gente ed al quartiere avviando cento piccoli orti.
Percorrendo Via Dell’Ambrogiana si ha la netta impressione di camminare per una strada di un antico borgo agricolo. In quella zona ricca d’acqua, infatti, sorgevano  le fattorie storiche della città. E così è rimasto fino agli anni ’70, quando l’amministrazione decise il cambio di destinazione d’uso e rese la zona edificabile. Si sono susseguiti così per 30 anni proprietà e progetti mai eseguiti e fallimenti d’imprese, lasciando i sei ettari di terreno nell’abbandono e nell’incuria.
Si è quindi creato un interessante movimento dal basso, una “resistenza urbana”,  che si può collocare nell’alveo dei movimenti internazionali e nazionali come Community Open Space, Guerrilia Gardening, Genuino Clandestino.
Alcuni dei punti fondanti del progetto e della vita degli orti sono l’autoproduzione, l’agricoltura naturale, la lotta alla cementificazione, la riappropriazione comunitaria degli spazi, la salvaguardia degli animali e delle piante, la condivisione degli attrezzi, la partecipazione collettiva alle decisioni tramite assemblea settimanale, l’inclusività per tutte le diversità.
A questo progetto partecipano due Anguane: Egon e Michela.

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Di seguito pubblichiamo il manifesto politico degli orti urbani occupati ed il dossier che è stato presentato all’amministrazione della città, da cui si attendono risposte.

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Manifesto politico
Orti Urbani di Via Goito
Storia
A Livorno, come in tutta Italia, sono numerosi gli spazi, sia terreni – pubblici o privati – che strutture in muratura a diverse fasi costruttive, lasciati in stato di abbandono da anni.
Livorno ha già visto diverse strutture in muratura abbandonate essere riconsegnate all’uso sociale, come l’Ex Mutua di via Ernesto Rossi, l’Ex Caserma Cosimo del Fante e l’Ex Osteria “La Bilancia” in via dei Mulini. Questo manifesto vuole, però, focalizzare l’attenzione sul terreno di 60.000 mq, compreso tra via Goito, via dell’Ambrogiana, via dell’Erbuccia, via Corazzi e via da Verrazzano.
Quest’area, che fino al 1973 era seminativa, è stata tramutata in area per servizi, dando poi la possibilità a quelli che erano i proprietari di edificare sul 20% del totale. Da quel giorno ad oggi alla proprietà si sono susseguite ben 5 cooperative edili. Teniamo a sottolineare che tutte queste ditte hanno fallito nel compito di rivalutare il territorio, nonostante la conversione di questo terreno ad edificabile, infatti nessuno dei progetti presentato all’amministrazione comunale – comprendenti impianti sportivi, centri commerciali, palazzi abitativi, strade, parcheggi – è mai partito. Di fatto l’ultimo ed unico uso per cui questo terreno è stato utilizzato è la coltivazione. Coop Italia, l’ultima delle cooperative che si è susseguita alla proprietà, è fallita portando con sé circa 30 milioni di euro di debiti verso soci, fornitori e banche: ci risulta difficile non includere questo terreno tra quelli bersaglio di speculazioni edilizie.
In 35 anni di incurie, un terreno situato in pieno centro a Livorno, storicamente adibito a coltivazioni e sottratto alla cittadinanza per realizzare opere mai avviate, è stato lasciato in completo stato di abbandono – ad eccezione di piccole parcelle curate dagli abitanti della zona – trasformandosi, così, in una sterile boscaglia di rovi e piante infestanti, dove non adibito a discarica abusiva1.
Questo è lo scenario che ci siamo trovati davanti lo scorso ottobre, mese d’inizio dell’occupazione da parte del Comitato Precari e Disoccupati di Livorno, di quella che è l’ultima grande area verde del centro cittadino sottraibile alla colata di cemento che negli ultimi anni ha investito Livorno.
Dieci mesi d’occupazione: Gli orti urbani, progetto di condivisione
Dieci mesi fa abbiamo deciso di rendere alla cittadinanza un bene pubblico che per 35 anni è stato ad essa sottratto:
il progetto “Orti Urbani di via Goito” ha previsto fin da subito il coinvolgimento del quartiere e degli aderenti al comitato precari e disoccupati, per poi allargarsi a tutta la cittadinanza Livornese.
Sono stati necessari più mesi di lavoro per rendere accessibile il terreno alla cittadinanza e per ripristinarlo: è solo nella primavera del 2014, infatti, che l’area torna ad ospitare orti urbani, serviti dall’acqua di un pozzo, anch’esso recuperato con non pochi sforzi, un’area di verde pubblico, attrezzata con giochi per bambini e progetti di aggregazione sociali.
Gli orti urbani
Ad oggi sono stati adibiti ad area coltivabile circa 100 appezzamenti da 50 mq ciascuno ed è stato ritrovato, ripristinato e messo in sicurezza uno dei pozzi storici, che fino a 20 anni fa veniva quotidianamente utilizzato per irrigare i campi. Dalle analisi effettuate risulta che l’acqua è ottima per l’irrigazione e, con minimi interventi, potrebbe essere resa potabile per un distributore pubblico d’acqua, assente nelle vicinanze. Sono state realizzate un’area per lo stoccaggio e la formazione del compost, nell’ottica di riciclare e non creare rifiuti, e un’area adibita a semenzaio, dove vengono prodotte piantine biologiche a partire da semi rigorosamente biologici e non OGM, che possono essere utilizzate sia per la coltivazione degli appezzamenti che cedute a cittadini che desiderino coltivarle.
Ci siamo dotati di un regolamento interno che impone la coltivazione biologica, con il divieto di utilizzo di qualsiasi prodotto chimico tossico per piante o animali, compresi erbicidi, antiparassitari e fitostimolanti. Abbiamo deciso di bandire i semi OGM e vengono promosse la coltivazione e lo scambio di semi autoprodotti, rari ed antichi. Viene promossa l’agricoltura sinergica e sono vietate le monocolture.
Gli orti, che sono al centro del progetto sociale, hanno dato l’opportunità a giovani, disoccupati, precari ed anziani di poter usufruire di un pezzetto di terra da coltivare. Tra questi ci sono studenti di agraria, genitori con figli, anziani, che si son visti rifiutare un orto comunale perché finiti fuori graduatoria, precari e disoccupati che hanno la possibilità di ricavarne un piccolo reddito indiretto. Ogni ortolano contribuisce mensilmente con una quota, che viene utilizzata per le spese di gestione e per l’acquisto di attrezzi ad uso della collettività. Sono in progetto un orto comune da lasciare in gestione a disoccupati e precari, un orto per i bambini e un’area da adibire ad alberi da frutto.
Area verde
All’angolo tra via Goito e via dell’Ambrogiana, punto d’ingresso al terreno, è stata adibita un’area verde attrezzata con giochi per bambini, costruiti con materiali di riciclo. L’area, di circa 1000 mq, è stata spianata e liberata dai rifiuti. Accanto a questa, in una zona ombreggiata, è stata predisposta un’area ristoro attrezzata con tavolini, sempre aperta al pubblico.
Aggregazione Sociale
Gli Orti Urbani sono prima di tutto luogo di condivisione; fulcro del progetto e unico organo deliberativo è l’assemblea settimanale. È questo il momento in cui viene discusso collettivamente di proposte e di eventuali problemi e dove viene organizzato il lavoro per la manutenzione e la pulizia settimanale, per le opere di miglioramento e per lo svolgimento di iniziative sociali, lavoro che dev’essere comunque suddiviso equamente tra tutti gli aderenti al progetto.
Una zona del terreno è stata affidata all’Associazione di promozione sociale Metagorà che, dopo anni spesi nella ricerca di uno spazio pubblico dove allestire un’opera collettiva vivente permanente, ha trovato negli Orti Urbani la terra dove poter mettere le radici del proprio progetto di integrazione sociale2.
Si sono già susseguiti, e si susseguiranno incontri per confrontarsi sui metodi di coltivazione e su temi di interesse sociale, oltre a percorso gastronomici a base di ortaggi auto-prodotti in loco. Sono previste giornate pubbliche ed aperte a tutti per lo scambio di semi, per la costruzione di beni utili con materiali riciclati, come forni d’Argilla o pannelli solari. Lo spazio è stato reso disponibile a gruppi teatrali e musicali, che hanno modo di utilizzarlo per fare prove e per esibirsi durante gli incontri conviviali. Numerosi sono i bambini che sfruttano l’area per giocare e per poter toccare con mano piante ed animali, imparando ad approcciarsi e a rispettare un ambiente naturale che, diversamente, difficilmente troverebbero in città. Per loro stiamo pensando a percorsi educativi che possano insegnargli sia ad approcciarsi alla terra ma anche a conoscere la flora e la fauna presente in questo fazzoletto di terra.
In pochi mesi, quel terreno che per anni è stato assalito da rovi e speculazioni edilizie, ha trovato nuova vita, diventando uno spazio condiviso, frequentato tanto dal quartiere quanto da tutta la cittadinanza Livornese, prova ne sono l’ultima iniziativa pubblica, l’apericena vegan itinerante dello scorso 20 luglio, che ha visto la partecipazione di oltre 400 persone e le oltre ???????? firme di sostegno al progetto che abbiamo raccolto in pochi mesi
No alla cementificazione
Il collettivo Orti Urbani di Livorno sta sì occupando un terreno privato, ma un terreno privato che fin da ottobre scorso è in liquidazione, che non ha mai avuto alcun tipo di delimitazione o indicazione di proprietà privata, un terreno che, secondo il piano regolatore, per l’80% dev’essere comunque destinato ad “area servizi” per la comunità. Il lavoro che stiamo portando avanti si inserisce perfettamente in quest’ottica ma introducendo novità nella definizione di “area servizi”: non più parcheggi e palazzi, di cui la città è già piena, ma orti per disoccupati, precari, famiglie ed anziani. Non strade o centri commerciali ma aree di verde pubblico, punti di incontro e ristoro collettivo dove quartiere e città possono giovare di un arricchimento sociale e culturale, slegato dal profitto e capace di rispolverare la cultura contadina, basata su un modello di società a km0, che in Italia sta scomparendo per l’imporsi dell’industria agricola, delle multinazionali e di una società sempre più orientata al consumismo, alla globalizzazione e sempre meno interessata al contesto locale.
Livorno è piena di scheletri in muratura mai completati, che hanno svuotato le tasche di speranzosi investitori e di case vuote, perché sfitte o in vendita. Livorno ha bisogno di un piano di ristrutturazione e messa in sicurezza delle case di edilizia popolare, che lasciate in balia del tempo, in assenza di manutenzione, ora vengono murate e dichiarate inagibili, lasciando per strada persone in difficoltà. Non sarà un’altra colata di cemento a risolvere i problemi di una città che da troppi anni è mira di speculazioni edilizie: riteniamo quindi necessario proteggere questo ultimo fazzoletto verde della città di Livorno per la realizzazione di un progetto alternativo, ecologico, con forte vocazione sociale e fruibile da tutta la cittadinanza.
Condizioni ambientali del terreno
Qualsiasi intervento strutturale sul terreno in oggetto, classificato con pericolosità idrogeologica di 2^ livello, determinerebbe il coinvolgimento e la deviazione delle falde acquifere sotterranee, da cui attingono i pozzi, con probabile inquinamento e peggioramento della qualità delle acque, e conseguente danno ecologico per tutta la zona.
Non meno grave risulterebbe l’impatto sull’ecosistema locale, ad oggi conservato grazie all’attenzione, all’indirizzo biologico e all’impronta ecosostenibile del progetto: la flora e alla fauna del luogo scomparirebbero a seguito della cementificazione e dell’antropomorfizzazione dell’area.
Considerazioni legali
Nella sentenza Cons. Stato, sez. IV, 20 maggio 2014, n. 25633, che ha ritenuto illegittimo il piano regolatore generale (P.R.G.), risultato non adeguato al piano di assetto idrogeologico (P.A.I.), si legge:
– “l’esatta considerazione del fabbisogno abitativo è elemento essenziale per la corretta costruzione del piano, non solo nelle sue linee essenziali, ma anche per la corretta definizione degli standard urbanistici, necessari per conseguire la razionale utilizzazione del territorio”. Alla luce delle decine di abitazioni vuote sparse per il quartiere, siamo fermamente convinti che non ci sia alcuna necessità di costruire nuovi edifici ad uso abitativo.
– “i piani e gli strumenti di pianificazione connessi alla tutela dell’assetto idrogeologico del territorio hanno propria complessiva autonoma rilevanza ai fini della pianificazione del territorio”. Considerando quanto illustrato riguardo le condizioni idrogeologiche del terreno, anche alla luce dei ripetuti eventi alluvionali e sismici che hanno recentemente colpito la nostra regione, ci chiediamo se non sia il caso di rivedere il piano regolatore prima di procedere ad ulteriori edificazioni, onde scongiurare inutili pericoli per la popolazione.
– la legge regionale 1/2005 decreta che “nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti”. Tale legge, verrà presto sostituita con la p.d.l. reg. Toscana n. 282, norme per il governo del territorio (al vaglio della giunta), che oltre a ribadire l’importanza di inserire nella pianificazione territoriale e urbanistica regole precauzionali per la prevenzione dei rischi idrogeologici, prevederebbe, per un terreno non attraversato da urbanizzazioni come questo, il divieto di costruzione di nuovi edifici a scopo residenziale.
Gli intenti del collettivo Orti Urbani di Livorno sono quindi:
  1.  impedire la cementificazione dell’area verde compresa tra via Goito, via dell’Ambrogiana, via dell’Erbuccia, via Corazzi e via da Verrazzano, dando la gestione di questa superficie a cittadini disposti a cooperare per la creazione di una zona che ospiti orti urbani, aree di verde pubblico e progetti d’aggregazione sociale, facendo di questo terreno un bene comune disponibile a tutti
  2. creare percorsi sperimentali di custodia del bene comune da parte della comunità di persone che si unisce con questo intento, mantenendo una forte relazione con il quartiere e con la cittadinanza livornese.
  3.  sostenere l’esperienza di ritorno alla terra come opportunità di auto-reddito.
  4. promuovere l’agricoltura naturale come strumento di autodeterminazione alimentare (cibo genuino ed economico prodotto nel rispetto delle terre che ci ospitano) e di promuovere la salvaguardia del patrimonio agro-alimentare, anche tramite lo scambio di semi autoprodotti e antichi, nel pieno rispetto dell’ecosistema che ci ospita.
  5. garantire l’uso e la custodia comunitaria degli spazi, delle acque e degli attrezzi messi a disposizione.
  6. innescare percorsi di inclusione che coinvolgano anche bambini, anziani, stranieri, precari, disoccupati e, in generale, qualsiasi persona portatrice di diversità che desideri avvicinarsi al progetto, attraverso pratiche di accoglienza, progetti di partecipazione al lavoro e creazione di progetti mirati.
  7. promuovere stili di vita sobri, comprendenti il risparmio dell’acqua e la riduzione di sprechi e rifiuti, l’auto-costruzione e l’auto-recupero di materiali di scarto come prassi da prediligere nel rispetto dell’ambiente.
  8. stimolare e accogliere tutte le forme d’arte e le iniziative in linea con lo spirito del progetto, la cui prima vocazione è quella di coltivare i rapporti sociali.

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NOTE
1 http://www.senzasoste.it/interventi/orti-urbani-di-via-goito-continuano-i-lavori
2 https://www.facebook.com/download/243457352510419/Presentazione%20OCV%20x%20orti%20urbani%20.pdf
3  http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Consiglio%20di%20Stato/Sezione%204/2010/201007994/Provvedimenti/201402563_11.XML

 

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ORTI URBANI DI VIA GOITO: DOSSIER RIGUARDANTE LA SITUAZIONE DEL TERRENO COMPRESO TRA VIA GOITO, VIA DELL’AMBROGIANA, VIA DELL’ERBUCCIA, VIA CORAZZI E VIA DA VERRAZZANO

  1. Presentazione
Il comitato precari e disoccupati, muovendosi nella direzione di sviluppare un approccio critico alla società lavorativa odierna, cercando soluzioni alternative alla disoccupazione e alla precarietà, lo scorso 12 ottobre ha deciso di occupare il terreno all’angolo fra via Goito e via dell’Ambrogiana, uno spazio di quasi 6 ettari che da circa 20 anni versa in stato di abbandono, per dare un forte segnale politico all’amministrazione comunale e allo stesso tempo dare una risposta diretta a chi si trova in una situazione lavorativa instabile e/o socialmente sfavorevole. Il progetto elaborato, ed in parte attualmente realizzato, consiste nella realizzazione di orti urbani a coltivazione biologica a gestione condivisa, ovvero appezzamenti da 50 mq coltivabili da chiunque ne faccia richiesta, unitamente alla gestione collettiva degli spazi non coltivati adibiti ad area verde o ricreativa. Attualmente sul terreno sono sorti circa 100 orti, un’area verde pubblica con giochi per bambini costruiti in materiale riciclato, un punto ristoro attrezzato, utilizzato anche come area spettacoli e uno spazio curato dall’associazione di promozione sociale Metagorà, che ha qui radicato il proprio progetto di integrazione sociale1, un’opera vivente collettiva che unisce arte e agricoltura.
  1. Motivi dell’occupazione
La scelta di occupare questo luogo si ascrive a diverse motivazioni, tutte di natura fondamentale:
  • Proteggere dalla cementificazione e dal degrado l’ultima grande area verde del quartiere San Jacopo Fabbricotti e di tutto il centro di Livorno, area inestimabile perché per le sue caratteristiche è a tutti gli effetti un vero e proprio pezzo di campagna nel centro cittadino.
  • La legge regionale 1/20052 decreta che “nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti”. Tale legge, verrà presto sostituita con la p.d.l. reg. Toscana n. 2823, norme per il governo del territorio (al vaglio della giunta) che, oltre a ribadire l’importanza strategica di inserire nella pianificazione territoriale e urbanistica regole precauzionali chiare per la prevenzione e mitigazione dei rischi idrogeologici, prevederebbe, per terreni non attraversati da urbanizzazioni (come questo) il divieto di costruzione di edifici a scopo residenziale. Riguardo al rischio idrogeologico ricordiamo che la sentenza Cons. Stato, Sez. IV, 20 maggio 2014, n. 25634 ha ritenuto illegittimo il piano regolatore generale (P.R.G.) perché non adeguato al piano di assetto idrogeologico (P.A.I.); inoltre in tale sentenza si ritiene che “l’esatta considerazione del fabbisogno abitativo è elemento essenziale per la corretta costruzione del piano, non solo nelle sue linee essenziali, ma anche per la corretta definizione degli standard urbanistici, necessari per conseguire la razionale utilizzazione del territorio”. Quanto appena citato, assieme alla sopracitata legge 1/2005, ci fanno domandare quali siano state le motivazioni per concedere la costruzione di nuove abitazioni ad uso privato in questo quartiere, già saturo di alloggi vuori delle più svariate metrature e composizioni.
  • Dare alla città progetti sostenibili sia dal punto di vista ambientale e paesaggistico che da quello sociale. Siamo convinti che uno dei principali scopi del nostro progetto sia la possibilità di sostenere quelle che sono le fasce sociali più disagiate, nel pieno rispetto della tutela ambientale, per questo scopo è stata prevista la creazione di soli piccoli appezzamenti di terra da destinarsi a coltivazione biologica d’ortaggi, assegnati in via prioritaria a pensionati, famiglie numerose, stranieri, precari e disoccupati.
  1. Permettere e divulgare il diritto all’autodeterminazione alimentare, ovvero il diritto ad un cibo genuino, economicamente accessibile, prodotto nel rispetto delle terre che ci ospitano. Per arrivare a questo ci ispiriamo anche ad esperimenti già avviati sul territorio italiano, come l’esperienza campi aperti, avviata nel Bolognese, dalla quale è sorto il progetto nazionale di Genuino Clandestinoi. Il progetto Orti Urbani si muove anche in sintonia con il community open space movementii, movimento diffuso in tutta Europa e nel continente americano, che ha come scopo la riappropriazione delle aree verdi pubbliche e private con progetti dal basso, che mirano all’autogestione di tali aree da parte di cittadini che si fanno carico dell’identificazione del terreno, della progettazione e della gestione dello stesso, garantendone l’accesso a tutta la comunità.
  1. Storia del terreno
Il terreno, storicamente adibito a coltivazioni, ha visto modificare la sua destinazione d’uso per la prima volta nel 1973, con il piano regolatore Insolera, che prevedeva un piano di edilizia economica popolare (P.E.E.P. 10). In particolare, per il terreno in oggetto, era prevista la trasformazione in area da adibire a verde pubblico ed impianti sportivi. La destinazione d’uso viene nuovamente variata nel 1986, prevedendo la costruzione di un centro commerciale (Superal – Pam). Bisogna aspettare il 1998 e l’amministrazione Lamberti per arrivare all’attuale destinazione d’uso di terreno per l’edilizia privata, ma con volumetria di costruzione inferiore a quella attuale, che stata recentemente aumentata durante il secondo mandato dell’amministrazione Cosimi.Negli anni ’70 il terreno, di proprietà del Sig. Martorini, era dato in  affitto al sig. Piero Mancini, che lo coltivava. Il sig. Mancini, fino al giorno del passaggio di proprietà del terreno alla Superal, ha permesso a residenti del quartiere di coltivare una piccola fetta di terreno ad ortaggi. Beneficiari di tale concessione erano Giancarlo Domenici, Jacopini, Renzo e Piero Bendinelli e Luigi Vanni. Al momento della vendita la Superal intimò lo sgombero all’ultimo beneficiario rimasto a coltivare l’orto, Piero Bendinelli, il quale chiese di applicare la legge sull’usucapione tentando di dimostrare che la concessione fosse durata più di 20 anni. Durante il processo (1994) emerse che i 20 anni non erano trascorsi, ma le parti trovarono ugualmente un accordo: venne concesso al sig. Bendinelli di contivare il terreno fino al giorno d’inizio dei lavori di costruzione, che però non iniziarono mai. Togliendo questo piccolo fazzoletto di terra, che è ancora oggi adibito ad orto, il resto del terreno, nel disinteresse e nell’incapacità tanto dell’amministrazione pubblica, quanto dei privati, è stato lasciato a sé stesso. Dal 2009 e fino al 2011 il terreno, sotto la proprietà di Coop Italia, a seguito di lamentela da parte degli abitanti dei palazzi adiacenti è stato oggetto di manutenzione. Inizialmente la pulizia voleva essere effettuata esclusivamente con mezzi meccanici, che misero a rischio il pozzo settecentesco che, sormontato dalla vegetazione, era difficilmente identificabile dagli operatori. Occorse l’intervento di Luigi Vanni, che bloccò le ruspe e richiese l’intervento dei vigili urbani, per salvare un bene storico che altrimenti sarebbe andato distrutto. Dal 2011 l’area non è più stata ripulita ma, anzi, è stata trasformata in discarica a cielo aperto per raccogliere abusivamente macerie, come quelle provenienti dalla ristrutturazione di palazzi in zona piazza Chayes e, in generale, di qualsiasi ditta edile che scaricava lì, fuori da ogni controllo, i propri scarti di costruzione. Contattato l’ufficio ambiente, il responsabile, Sig. Gonnelli, decise di mandare i vigili a fare un sopralluogo e, in questa occasione, fu il Vigile Ursi a notificare sia lo stato di abbandono del terreno sia l’uso a discarica, che comprendeva non solo macerie ma anche elettrodomestici. Contestualmente vennero anche effettuate rilevazioni per verificare la presenza di amianto ma l’area né risultò priva.
  1. Rischio idrogeologico
La zona risulta essere altamente pericolosa dal punto di vista sismico. Dopo le ultime scosse di terremoto di una certa rilevanza succedutesi a Livorno, lo stesso Gonnelli identificò l’area compresa tra Via montebello – Viale Mameli, Viale Nazario Sauro fino la statale Aurelia (quindi i quartieri San Jacopo e Fabbricotti) come la più pericolosa della città. Il rischio idrogeologico per il terreno in oggetto è stimato a livello 2 (consultabili all’ufficio urbanistica della città), cosa che non stupisce se si conosce la storia di questa zona della città: è noto che prima dell’urbanizzazione dell’area correvano fossi lungo via Mameli e lungo via Montebello e che la falda che scorre sotto al terreno in oggetto era in precedenza un torrente che sgorgava alla fonte di Acquaviva, di cui oggi possiamo trovare traccia solo grazie al pozzo sito nell’area del circolo ufficiali della Marina Militare.
  1. Non serve altra cementificazione

Considerando, come detto in precedenza, che i piani regolatori dovrebbero considerare l’effettivo fabbisogno abitativo in una data area, riteniamo completamente inutile e dannoso procedere a nuove costruzioni in quartieri come Fabbricotti e San Jacopo, dove sono disponibili, sia in vendita che in affitto, decine e decine di immobili delle più svariate composizioni.
Teniamo a sottolineare, inoltre, che tutte le ditte che si sono succedute alla proprietà per rivalutare l’area con opere in calcestruzzo si sono dimostrate incapaci di avviare qualsiasi progetto presentato all’amministrazione comunale. Di fatto l’ultimo ed unico uso reale cui è stato oggetto questo terreno è quello agricolo e, di fatto, la cittadinanza ha dovuto attendere l’intervento del comitato precari e disoccupati per veder finalmente terminare il degrado che colpiva questo terreno e per veder avviare il primo progetto di rivalutazione pensato per quest’area.
  1. Le reazioni della cittadinanza
Il progetto avviato sul terreno in Via Goito ha da subito mostrato la sua forte vocazione sociale e la volontà di coinvolgere tanto il quartiere quanto tutta la cittadinanza Livornese, in momenti di aggregazione sociale, pensati sia per mostrare quali idee volessimo realizzare per quell’area sia per creare momenti d’incontro a scopo ludico e di formazione.
Si sono già susseguiti, e si susseguiranno incontri per confrontarsi sui metodi di coltivazione e su temi di interesse sociale, oltre a percorso gastronomici a base di ortaggi auto-prodotti in loco. Sono previste giornate pubbliche ed aperte a tutti per lo scambio di semi, per la costruzione di beni utili con materiali riciclati, come forni d’Argilla o pannelli solari. Lo spazio è stato reso disponibile all’associazione di promozione sociale metagorà e a gruppi teatrali e musicali, che hanno modo di utilizzarlo per fare prove e per esibirsi durante gli incontri conviviali. Numerosi sono i bambini che sfruttano l’area per giocare e per poter toccare con mano piante ed animali, imparando ad approcciarsi e a rispettare un ambiente naturale che, diversamente, difficilmente troverebbero in città. Per loro stiamo pensando a percorsi educativi che possano insegnargli sia ad approcciarsi alla terra ma anche a conoscere la flora e la fauna presente in questo fazzoletto di terra. Tutto questo ha portato ad un forte avvicinamento dei cittadini livornesi, che hanno preso parte a più cene di autofinanziamento, l’ultima delle quali ha contato ben 400 presenze, e che hanno sottoscritto il nostro appello per difesa di questa zona del quartiere che ha ad oggi raggiunto le …………… firme
Premesso che:
  • i residenti del quartiere non tollererebbero nuovi insediamenti urbanistici perché comportano inevitabilmente nuove opere di cementificazione, a scapito del poco verde cittadino rimasto
  • il progetto da noi avviato gode di un largo consenso, verificabile, come già detto, dall’imponente partecipazione della cittadinanza alle nostre iniziative e dal successo della raccolta di firme
  • ci sono decine e decine di cittadini in lista che attendono un appezzamento da coltivare
  • il nostro progetto si inserisce in un contesto di movimento internazionale per la riappropriazione di spazi verdi a beneficio della comunità, perché a forte vocazione socialeiii
Vorremmo non solo che l’amministrazione comunale, segnando un taglio netto con le amministrazioni precedenti, appoggiasse pienamente il nostro progetto, ma anche che procedesse con un censimento ufficiale di altre zone sul territorio urbano livornese, sia pubbliche che private, da destinare alla coltivazione condivisa. A questo scopo siamo disponibili ad avviare un dialogo costruttivo che permetta rapidamente di raggiungere tali obiettivi.
Questo documento sarò presentato a tutte le forze politiche rappresentate in comune, ai partiti e alle associazioni presenti sul territorio oltre che alla stampa.

2 http://www.provincia.pisa.it/uploads/2007_09_25_13_05_36.pdf

3 http://www.consiglio.regione.toscana.it/upload/pdl/2013/pdl282_rel.pdf

i Manifesto politico di Genuino Clandestino
Genuino Clandestino nasce nel 2010 come una campagna di comunicazione per denunciare un insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha resi fuorilegge. Per questo rivendica fin dalle sue origini la libera trasformazione dei cibi contadini, restituendo un diritto espropriato dal sistema neoliberista.
Ora questa campagna si è trasformata in una rete dalle maglie mobili di singoli e di comunità in divenire che, oltre alle sue iniziali rivendicazioni, propone alternative concrete al sistema capitalista vigente attraverso diverse azioni:
  • Costruire comunità territoriali che praticano una democrazia assembleare e che definiscono le proprie regole attraverso scelte partecipate e condivise;
  • Sostenere e diffondere le agricolture contadine che tutelano la salute della terra, dell’ambiente e degli esseri viventi, a partire dall’esclusione di fertilizzanti, pesticidi di sintesi, diserbanti e organismi geneticamente modificati; che riducono al minimo l’emissione di gas serra, lo spreco d’acqua e la produzione di rifiuti, e che eliminano lo sfruttamento della manodopera;
  • Praticare, all’interno dei circuiti di economia locale, la trasparenza nella realizzazione e nella distribuzione del cibo attraverso l’autocontrollo partecipato, che svincoli i contadini dall’agribusiness e dai sistemi ufficiali di certificazione, e che renda localmente visibili le loro responsabilità ambientali e di costruzione del prezzo;
  • sostenere attraverso pratiche politiche (come i mercatini di vendita diretta ed i gruppi di acquisto) il principio di autodeterminazione alimentare ovvero il diritto ad un cibo genuino, economicamente accessibile e che provenga dalle terre che ci ospitano;
  • salvaguardare il patrimonio agro alimentare arrestando il processo di estinzione della biodiversità e di appiattimento monoculturale;
  • sostenere percorsi pratici di “accesso alla terra” che rivendichino la terra “bene comune” come diritto a coltivare e produrre cibo; sostenere esperienze di ritorno alla terra come scelta di vita e strumento di azione politica;
  • sostenere e diffondere scelte e pratiche cittadine di resistenza al sistema dominante;
  • costruire un’alleanza fra movimenti urbani, singoli cittadini e movimenti rurali, che sappia riconnettere città e campagna superando le categorie di produttore e consumatore. Un’alleanza finalizzata a riconvertire l’uso degli spazi urbani e rurali sulla base di pratiche quali l’autorganizzazione, la solidarietà, la cooperazione e la cura del territorio;
  • sostenere le comunità locali in lotta contro la distruzione del loro ambiente di vita.
Genuino Clandestino è un movimento con un’identità volutamente indefinita. Al suo interno convivono singoli e comunità in costruzione, è aperto a tutt*, diffida di gerarchie e portavoce e non richiede nessun permesso di soggiorno o diritto di cittadinanza; è fiero di essere Clandestino e porterà avanti le sue lotte e la sua esistenza con o senza il consenso della Legge.
Chiunque si riconosca nei principi di questo manifesto potrà divulgare e usare lo stesso per rivendicare le proprie azioni. Genuino Clandestino è un movimento antirazzista, antifascista e antisessista. Per maggiori informazioni: http://genuinoclandestino.noblogs.org/.

ii Un veloce resoconto sull’ambiente storico recente e sui principi del Community Open Space Movement in cui la “ Collettività Orti Urbani Livorno” s’inserisce:

Quarant’anni fa il tessuto urbano delle grandi e medie città americane ed europee era contrassegnato da numerosi spazi abbandonati. Questi luoghi, sia pubblici sia privati, erano considerati zone con un impatto negativo sugli abitanti d’interi quartieri. Le cause di questo fenomeno sono state molteplici: grandi progetti sbagliati o mai conclusi di rinnovamento urbano; esodo dalle città della classe media, nei quartieri dormitori, con il relativo abbandono dell’edilizia privata; “red lining” o vero, la mappatura finanziaria che escludeva “alcune zone”; la seguente crisi fiscale delle grande città con conseguente declino dei servizi municipali, in particolare per il mantenimento del verde e delle aree pubbliche; molte città(Livorno incluso) si sono buttate sul mattone e sugli oneri di urbanizzazione per far tornare i conti nelle casse, in questo modo dando via ad una cementificazione selvaggia che ancora oggi ci troviamo a subire e combattere.

In risposta a questa situazione è nato il “Community Open Space Movement”. Nei ultimi decenni in moltissime località sono sorte iniziative di < base > per la progettazione, la realizzazione e la gestione degli spazi verdi urbani, sia pubblici che privati. Queste esperienze, comunemente chiamate “Community Open Space Projects”, sono caratterizzate da un approccio comunitario e partecipativo. Il coinvolgimento della < comunità > (abitanti, utenti) in questi progetti si evidenzia su quattro livelli:

  1. la scelta del luogo che, spesso avviene attraverso l’occupazione abusiva dagli stessi abitanti

  2. progettazione e pianificazione partecipata

  3. Gestione e manutenzione ad opera degli abitanti

  4. Acquisto della proprietà in forma sociale

Scelta del Luogo. Non stiamo qui a elencare tutte le ragioni individuali e tutti i dati e ricerche accumulati negli anni, quelli li potete approfondire voi stessi usando il Web. Basilarmente si può sintetizzare con due parole: il Debito e la Fame. Però, da accennare, che numerose ricerche hanno dimostrato non solo l’impressionante quantità di tali iniziative ma, soprattutto, la loro qualità ed utilità. Innanzi tutto, i luoghi costruiti dalla “comunità” alimentano il senso di appartenenza, con una netta riduzione della criminalità e del vandalismo nell’intero quartiere, cosi come del fenomeno degli spostamenti o dell’abbandono edilizio. Inoltre, gli utenti utilizzano maggiormente, e con più soddisfazione, gli spazi progettati e gestiti dagli abitanti stessi. Infine, si realizza un notevole risparmio municipale nel trasferire la gestione e la manutenzione di questi spazi dal comune ai vari consorzi di quartiere.

Progettazione/Pianificazione Partecipata. Questa metodologia ha origine negli USA verso la fine degli anni Sessanta. Inizialmente, in risposta ai grandi progetti di rinnovamento urbano e di costruzione della rete autostradale nazionale imposti dal governo federale alle amministrazioni locali. Oggi, i numerevoli “contro piani” sono proposti da comitati di quartiere attivi in aree in cui le percentuali di disoccupazione e povertà sono molto elevate. Questi “contro piani” sono quasi sempre elaborati in collaborazione con architetti ed urbanisti impegnati nella lotta per la giustizia socio- economica e ambientale. Le forme di assistenza offerte: sviluppo del “design program” insieme agli abitanti, preparazione di progetti esecutivi, stima dei costi, identificazione di fonti di finanziamento, direzione dei lavori. Inoltre oggi, forme di assistenza tecnica in molti casi vengono offerte da uffici municipali, associazioni ambientaliste o culturali. Addirittura, in alcune città, all’interno dei municipi sono stati istituiti uffici o programmi permanenti con il compito di fornire assistenza tecnica ai comitati di quartiere, alle associazioni o ad altri gruppi spontanei che ne facciano richiesta.

Costruzione Partecipata. Per ridurre i costi di costruzione e soprattutto per valorizzare la manodopera locale si sono spesso realizzate esperienze di autocostruzione. In alcuni casi queste esperienze si sono rivolte a programmi e risorse municipali o nazionali già esistenti (per esempio, sovvenzioni per le cooperative, programmi estivi di formazione-occupazionale per giovani svantaggiati, tirocini per scuole o società edili/giardinaggio). In altri casi sono stati formati gruppi di volontari guidati da operai specializzati residenti in zona. La preparazione del terreno che richiede macchine pesanti o lavori specializzati è spesso affidata agli uffici competenti del comune o è stata svolta in collaborazione con società private legate ai cittadini da accordi d’impegno sociale che hanno offerto i loro servizi a prezzi bassissimi. Spesso i materiali (piante, terra, mattoni, legno, ecc.) sono donati dagli enti di assistenza tecnica, a loro volta finanziati dagli enti pubblici.

Gestione e Manutenzione. Come conseguenza logica, gli spazi aperti progettati con la partecipazione sono spesso gestiti e mantenuti dalla comunità. Il lavoro è svolto da gruppi volontari formatosi all’interno dell’associazione o comitato che ha realizzato lo spazio. Spesso, l’assistenza tecnica è offerta dagli enti locali o dai technical assistance groups. I finanziamenti per la manutenzione e la gestione provengono da diverse fonti: autotassazione, forme creative di raccolta fondi, appositi programmi governativi, donazione da privati, da fondazioni filantropiche, da industrie, da commercianti o da banche locali. I risultati della gestione comunitaria:

  1. I costi sono minori di quelli delle aree gestite dai comuni.

  2. Gli spazi sono maggiormente rispettati

  3. Le riparazioni richiedono minor tempo

Forme di Proprietà Comunitaria. Infine, per garantire che gli spazi comunitari siano affidati in maniera permanente ai cittadini, con un controllo effettivo e per un tempo indeterminato, viene stipulato un contratto di affitto (gratuito o a bassissimo costo) fra l’associazione di quartiere e il comune, per periodi piuttosto lunghi compresi fra 10 e 99 anni. Questi spazi non sono “semiprivati” e, per legge, devono restare accessibili al pubblico. Di recente un’altra forma si è sviluppata che prevede il trasferimento di proprietà dal comune o da un privato con la mediazione del comune alla comunità, un’associazione di base o un comitato di quartiere che si sia costituito come soggetto giuridico. Per facilitare tale processo si sono sviluppate le cosiddette Fondazioni per i terreni pubblici Land Trusts.

iiiPotenziale Sociale dell’Iniziativa o Vero, Piccoli passi verso la Sostenibilità.
Mentre gli spazi verdi tradizionali sono soprattutto “passivi” (relax, passeggiate, giochi convenzionali inamovibili), gli spazi comunitari nati con la partecipazione della gente prevedono numerose attività quali giardinaggio (soprattutto orti, ma anche piante ornamentali, orti botanici, ecc.), eventi di natura artistico-culturale (spettacoli, mostre, fiere, programmi di educazione ambientale, ecc.), gioco e lavoro (parchi autocostruiti, laboratori artistico – artigianali) e cosi via.
I progetti della comunità non solo sono spesso su piccola scala e diffusi sul territorio, ma oltretutto non richiedono costi elevati.
Grazie al fatto di trovarsi nelle vicinanze delle case e delle scuole, questi spazi riducono la necessità di viaggiare e di usare mezzi motorizzati, aumentando l’autonomia e l’accessibilità dei “non-motorizzati>”
Si trattano di progetti che privilegiano la riqualificazione, utilizzando spesso materiali di ricupero e installando strutture per la raccolta differenziata dei rifiuti.
Grazie alla priorità attribuita all’accessibilità e alla mobilità non motorizzata, la loro presenza ed i processi innescati ha spesso portato alla trasformazione delle strade adiacenti in aree pedonalizzate.
Sono ambiti che, tendono conto delle diversità presenti nel contesto sociale, ambientale e funzionale, rappresentano luoghi d’incontro per diverse fasce d’età e culture, in creando un uso misto evitando la monofunzionalità.
I forti legami con gli elementi naturali favoriscono una maggiore attenzione alle piante commestibili e locali, al rapporto con l’acqua nelle aree urbane, ai cambiamenti stagionali.
Privilegiano gli aspetti sociali, hanno contribuito alla riscoperta del vicinato e alla riqualificazione di altri aspetti all’interno dei quartieri, come la sicurezza sociale, il ricupero abitativo, lo sviluppo economico locale, ecc..
Esperienze singole hanno spesso prodotto una mobilitazione più generale della zona integrando, anche fisicamente, questi spazi in “reti di verde urbano” ; percorsi verdi, percorsi pedonali integrati, musei all’aperto, ecc..
I luoghi elaborati con la partecipazione sono fortemente coinvolgenti e richiedono una sempre maggiore partecipazione ai cittadini, e ai bambini in particolare, in quanto non sono immodificabili, anzi non sono mai finiti; inoltre includono ambiti di partecipazione permanente che innescano processi contagiosi capaci di stimolare la partecipazione in altre sedi.

 

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