Ebola: Quando l’ecologia si scontra con l’economia – di Michela Angelini

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Il conto entropico fu esorbitante. Tutta l’energia disponibile nell’area mediterranea, in Nordafrica, in gran parte dell’Europa continentale – a ovest fino alla Spagna e a nord fino all’Inghilterra – era stata risucchiata dalla macchina imperiale romana. Terre deforestate, suolo eroso e una popolazione umana impoverita e piagata dalle malattie costituivano l’eredità dell’impero. Ci sarebbero voluti cinquecento anni prima che l’Europa cominciasse a risollevarsi.
Jeremy Rifkin, L’età dell’Empatia – La termodinamica di Roma
Sono numerosi i patogeni che vengono tenuti in vita da pochi animali, portatori asintomatici, che raramente vengono a contatto con le specie in cui questi producono malattia. Ebola è uno di questi.
Già nel 2006 il virus uccideva migliaia di gorilla, eliminando più del 90% di quelli che incrociava lungo il suo cammino1. A causa della malattia, negli ultimi 30 anni, sono scomparsi un terzo della popolazione mondiale di gorilla e centinaia di schimpanzé2. Ebola potrebbe ridurre la popolazione mondiale di gorilla del 45% in una sola generazione3 e il fatto che ora il virus sia epidemico anche per gli umani non è rassicurante: la primatologa Rebecca Kormos avverte che questo potrebbe portare a nuovi focolai nelle scimmie, perché tanti sono gli umani che vivono ai margini della foresta dove le scimmie vivono4.
La foresta è il cuore dove Ebola è restato dormiente in quegli animali cosiddetti serbatoio, i pipistrelli della frutta. Questi, migrando ed incrociando altre specie di pipistrello, possono facilmente passare il virus da una specie all’altra, aumentandone così la diffusione di varianti dello stesso virus ma comunque restando portatori sani5. Prima di identificare i pipistrelli della frutta come serbatoio sono stati esaminati oltre 1000 piccoli animali in cui si era presentata Ebola, tra questi 679 pipistrelli, 222 uccelli e 129 piccoli vertebrati.
Dalla fine degli anni ’70 stati come la Liberia sono stati usati come laboratori agricoli: le numerose varietà di riso coltivate dal popolo Kpelle con strumenti tradizionali furono sostituite da monocolture e da impiego di prodotti petrolchimici: la Liberia fu indotta a coltivare riso da esportazione in malsane zone paludose. Un’economia sostenibile e produttiva diventò presto dipendente da costosi pesticidi e da investimenti esteri. Gli americani distrussero l’economia, la valuta e l’industria indigena, favorendo società minerarie e produttori stranieri6. La distruzione delle foreste ha un ruolo centrale in tutto questo poiché indispensabile per far spazio a nuovi spazi coltivabili (riso, caffè, olio di palma), per creare strade in grado di raggiungere le miniere (bauxite, diamanti, oro, ferro) o per produrre legname per i mercati esteri. La deforestazione provoca inevitabilmente un’importante riduzione dello spazio concesso alla natura, aumentando le probabilità di incontro, e quindi di contagio, tra la specie serbatoio e le specie dove si sviluppa la malattia: pipistrelli, scimmie e umani.
Oltre alla deforestazione giocano anche un importante ruolo i cambiamenti climatici: i periodi aridi causano un ritardo nella fruttificazione degli alberi e, in corrispondenza dei periodi di forti piogge, proliferano i frutti e le specie che di questi si nutrono. In corrispondenza di tali momenti Ebola circola più facilmente (aumentano i pipistrelli, diversi animali raccolgono frutti precedentemente infettati, gli umani raccolgono frutta e cacciano animali selvatici) ed è proprio in questi momenti che si assiste alle epidemie7.
La deforestazione non causa le epidemie di Ebola, ma le rende enormemente più probabili8 e, forse, non è un caso che i tre paesi dove Ebola sta colpendo in modo più duro abbiano subito un’imponente deforestazione: la Liberia, in soli due anni (2010 – 2012) ha ceduto a compagnie private il 40% delle sue proprietà boschive, dopo aver finanziato con l’esportazione di legname la guerra civile durata dall’89 al 20039. La Guinea ha perso il 20% delle foreste dal 1990 ad oggi, in Sierra Leone quanto resta della foresta potrebbe scomparire entro il 201810.
Inoltre, per questi paesi, non possiamo trascurare le condizioni socio economiche. Liberia e Sierra Leone sono stati devastanti da decennali guerre civili. La Guinea è stata gestita per decadi all’insegna dell’inefficienza e della corruzione dei governi. Il minimo comun denominatore tra i tre stati è la miseria: la Guinea, in particolare, è una delle regioni più povere del mondo, dove il 20% della popolazione vive in condizione di povertà estrema e più della metà in condizione di indigenza. La foresta guineana tradizionalmente ospita piccoli ma numerosi gruppi indigeni, da sempre trascurati dallo stato centrale, che intrattengono scambi con le popolazioni più vicine alla capitale e che, assieme alla foresta, sono in crisi per l’avanzare della deforestazione. Inoltre, la regione della foresta guineana, dove vegetazione e piogge abbondano, è vicina al confine con Sierre Leone, Costa d’Avorio e Liberia, regioni savaniche meno produttive, e si è trovata a dover ospitare migliaia di rifugiati (59000 solo nel 2004)11. I profughi vivono in campi sovrappopolati, al margine della foresta, dove le condizioni igieniche, decenti nei periodi aridi, nel periodo delle piogge sono precarie a causa degli allagamenti che favoriscono il propagarsi di malattie. Nei campi sono frequenti episodi di soprusi e stupro e alcune persone preferiscono addentrarsi nella foresta, dove il cibo è abbondante e non ci sono mafie che ne regolano la distribuzione12. I frutti della foresta, assieme alla carne di piccoli animali che la popolano, sono l’unica fonte di sostentamento per le persone che vivono all’interno o ai margini delle foreste. Le persone che rischiano maggiormente il contagio di Ebola da altri animali sono i cacciatori e chi maneggia le carcasse, poiché la trasmissione diretta tra pipistrello e umani è rara e perché la cottura elimina il virus13. Il contagio è mediato da fluidi corporei (sangue, sudore, saliva, liquidi seminali), il virus non si trasmette per via aerea e non trova vettori negli insetti, cosa che limita fortemente la possibile diffusione in America ed Europa. Il virus ha un periodo di incubazione di 2 – 21 giorni, quindi difficilmente chi è contagiato ha tempo di arrivare ad un aereo e di sbarcare in altri paesi. Inoltre, in occidente un caso di Ebola sarebbe subito identificato perché le febbri emorragiche sono rare, ma lo stesso non vale per i paesi dove l’epidemia è in corso, perché i sintomi di Ebola sono comuni a malattie quali la febbre tifoide o la malaria14. Il mondo comunque trasale. L’epidemia di Ebola potrebbe costare all’economia fino 30 miliardi di dollari nei prossimi 18 mesi, nel caso in cui il virus si diffondesse anche alla Nigeria, locomotiva dell’economia africana perché sede di giacimenti petroliferi, causando un calo del PIL che avrebbe ripercussioni a livello mondiale15. London Mining, che gestisce una miniera di ferro in Sierra Leone, ha perso il 77% del proprio valore in borsa16. Arcelor Mittal, azienda leader nella produzione del ferro, è stata frenata nel suo piano d’espansione in Liberia. Sifca Group ha bloccato l’esportazione di gomma dalla Liberia. L’inglese Weir Group, produttore di attrezzature per minatori, ha perso il 9% dei guadagni a causa di Ebola. Trema anche la Shell, fornitrice di petrolio per le americane Exxon Mobil e Chevro per la possibilità che il virus diventi epidemico anche in Nigeria17.
Ebola è un virus promosso dalla politica colonialista che gli stati del nord del mondo hanno imposto agli stati africani, dalla deforestazione e dai mutamenti climatici dovuti all’inquinamento, dalla povertà in cui le multinazionali costringono gli abitanti dei paesi colpiti, dalle guerre per il controllo delle risorse. Ebola non mette affatto a rischio la vita di europei ed americani ma la loro economia basata sullo sfruttamento. Potremmo, allora, pensare di sconfiggere Ebola semplicemente piantando alberi, smettendo di sfruttare la terra e riscoprendo quelle economie indigene, storicamente compatibili con l’ecologia di quella fetta di mondo, nel rispetto di tutti i popoli, umani e non umani, cui quella terra spetterebbe di diritto? Oppure preferiamo, forse,scovare l’ennesima cura per i popoli bianchi, per far sì che questi possano tornare a dettar legge sulla gestione delle ricchezze dei popoli neri, finché prossima peste non ci separi?

 

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Note
2 http://www.bbc.com/news/science-environment-27896589.
12  Marco Bettini, Polvere rossa, pp. 287 – 288,
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