C’è sempre qualcun@ che ha più pene di un@ altr@

C’è sempre qualcun@ che ha più pene di un@ altr@

di Egon Botteghi

 

 

Tra gli eventi del Catania Pride 2017 è stato organizzato il seguente dibattito, a cui io sono stato invitato:

Negli Usa è in corso un infuocato dibattito, dai toni a volte anche sgradevolmente aspri, sul cosiddetto “femminismo escludente”. Una parte del movimento lgbt afferma sostanzialmente che il concetto di “sesso” non ha nessuna base biologica, essendo solo una costruzione culturale, che ci spinge a vedere come diviso in due polarità quello che è invece un continuum molto variegato. A questa tesi il femminismo radicale obbietta che la differenza tra donne ed uomini è biologica, non culturale, e che l’oppressione della donna si basa sul sesso, non sul genere. Per tale posizione queste femministe sono accusate di essere “Trans-escluding”, ossia di voler escludere dall’appartenenza al sesso femminile chiunque sia nato con un corpo maschile (e viceversa). E’ davvero necessario arrivare alla contrapposizione?”

Ho accolto questo invito da una parte con piacere e dall’altra con un po’ di disagio.

Prima fonte di disagio è la convinzione che a questo dibattito, prima di una persona trans identificata al maschile come me, avrebbe dovuto essere invitata a parlare una donna trans e non volevo quindi essere messo in una posizione “usurpante” e fungere da silenziatore di soggettività ancora più coinvolte della mia.

Una volta però appurato che anche l’organizzazione era di questo avviso e che era stato tentato di avere, prima di me, donne Mtf che però non avevano potuto partecipare (ed aver tentanto anche io di coinvolgerne altre), ho fatto un po’ di pace con questa sensazione.

I motivi di disagio invece legati al titolo dell’evento permangono e su questo mi sono confrontato con i collettivi e gruppi informali queer femministi di cui faccio parte e con cui ci siamo trovat@ a condividere alcune criticità che emergono dal titolo del dibattito.1

Prima perplessità la scelta stessa dell’argomento e cioè un dibattito in corso negli USA:

perché in un Pride catanese dobbiamo parlare di un dibattito statunitense?” Qual è lo scopo e quale l’obiettivo? Questo ragionamento è importante per il contesto italiano? E se è importante bisogna per forza passare per il caso degli Stati Uniti?”

Qualcun@ del gruppo ha ravvisato in questo un assioma “neocoloniale” (ed il problema del neocolonialismo negli studi queer è un problema serio), per cui ricondurre quello che è accaduto o accade in Italia “al dibattito americano come fosse la stessa cosa e non potesse che essere la stessa cosa in base all’assioma neocoloniale per cui ovviamente tutto deve succedere ‘prima’ lì e poi ‘arriva’ qui, ci riporta indietro e diventa una profezia che si autoavvera, dando anche a questi gruppi più importanza di quella che hanno realmente”.

Ripercorrendo infatti le interazioni nel contesto italiano tra movimenti femministi e trans* ci rendiamo conto che, quando si sono presentati degli episodi in cui la transfobia è emersa, le abbiamo elaborati e “l’abbiamo fatto con le nostre modalità, non ce l’hanno insegnato movimenti ‘queer’ più avanti di noi”.

Quindi anche parlare di “terf”2 in Italia può essere problematico perché può dare consistenza ad un fronte che in Italia non è compatto e non è riuscito ad essere incisivo nei movimenti e si rischia di conferirgli una identità “permettendo a loro di soggettivarsi come ‘terf’, vittime degli attacchi de* trans”3.

E questo ci porta ad un’altra criticità della grammatica del titolo scelto per il dibattito.

Sembra infatti che il problema “sia la critica alla transfobia delle femministe terf e non il fatto che ci sia un femminismo che sentenzia su chi sia veramente donne e chi no” e questo ci mette nella posizione di dover “stare sulle difensive contro l’accusa di avere toni ‘sgradevolmente aspri’ invece di avere l’agio di mettere in luce la violenza epistemologica e anche molto materiale di posizioni che negano la soggettività e l’esistenza delle persone trans”.

Altra puntualizzazione al titolo è che non si tratta di “femminismo radicale” ma di “femminismo radicale trans escludente”.

Non tutto il femminismo radicale è infatti transescludente e transfobico così come “il femminismo non è monolitico e ha varie forme ed espressioni , tra cui il femminismo integrato nel patriarcato, il femminismo liberale, etc. Il femminismo è plurimo e va affrontato per ognun* con quale femminismo o quali femminismi ci si sintonizza.”4

All’interno del collettivo anarco-veg-femminista Anguane abbiamo discusso come anche l’uso della parola “transfemminismo” possa essere problematico.

Si ha l’impressione che a volte il suffiso “trans” venga appiccato con molta facilità come una sorta di “trans-washing” e così ci sentiamo tutt@ più figh@ ed inclusiv@ e con la coscienza apposto. Una parolina di moda per fare i nostri gruppi più “cool”, all’ultimo grido, un po’ come è successo alla parola “queer”.

Io stesso che mi sono sempre definito, pre e post transizione, femminista, mi devo interrogare ora se nominarmi transfemminista, essendo trans e femminista? Oppure posso

continuare a dirmi femminista, essendo il mio femminismo vissuto prima come donna e adesso come persona trans*?

Piuttosto che sul nome mi piace riflettere su quello che essere femminista ha portato al mio percorso di transizione e su cosa il mio percorso di transizione ha portato al mio essere femminista, in una relazione di arricchimento reciproco.

E passando dalla mia esperienza personale riflettere su quale arricchimento possano portare le esperienze trans all’interno dei movimenti femministi ( e nel mio caso di Ftm anche ai movimenti di consapevolezza sulla costruzione del maschile).

Innanzitutto la mia riflessione sul costrutto di sesso, che nella mia esperienza si è notevolmente arricchito dopo aver conosciuto attivist@ intersex e ricercator@ alleat@ che si occupano di intersex ed avendo co-fondato con loro il collettivo Intersexioni5, che tra i vari scopi ha anche quello di occuparsi di advocacy per le persone intersex.

Dire che il sesso ha anche una base biologica può avere un senso, ma da questo derivarne che i sessi sono due e circoscrivere tutto il ragionamento ad una cornice binaria, mi sembra voler essere ciechi anche di fronte alla biologia ed alle molteplici epifanie del sesso.

Cosa renderebbe donna una donna e quindi iscrivibile agli spazi femministi: i caratteri sessuali primari? I cromosomi? L’educazione? Le esperienze?

Ad esempio una persona nata con insensibilità agli androgeni, che ha genitali femminili ma cromosomi xy cos’è? Dove va messa?

E non vale dire che queste sono casi eccezionali, non solo perché meno rari di quanto crediamo, ma perché queste eccezioni non vengono per confermare la regola ma hanno un significato proprio, ed il significato è anche quello di mostrarci come il nostro binarismo sia una lente che distorce la realtà.

Purtroppo questa lente è ancora imperante anche in molte produzioni della cultura LGBTQI mainstream, forse perché impregnata dalle discipline psi, a cui si chiede un appiglio per il riconoscimento delle nostre identità e dei nostri diritti.

Così succede che in una guida scritta allo scopo di rispondere all’attacco “della teoria del gender” e distribuita e presentata capillarmente dalle associazioni LGBTQI in tutto il paese6, si scrive subito che il sesso biologico, che è uno dei livelli dell’identità sessuale, è “l’appartenenza dal punto di vista biologico al sesso maschile o femminile, per come è definita dai cromosomi sessuali, dagli ormoni, dai genitali esterni ed interni, e dalla conseguente conformazione complessiva del corpo”7, dando per scontato che i sessi sono due e solo due, dimenticandosi quindi delle persone intersex e di tutta la varietà che esiste a riguardo nel vivente, salvo poi ricordarsi di loro solo nell’ultimo capitoletto.

Per poi proseguire ancora, per spiegare la differenza tra sesso e genere: “Per sesso si intende il corpo sessuato, determinato dall’insieme di caratteri fisici e biologici specifici che, all’interno di una stessa specie, contraddistinguono maschi e femmine, in quanto diversamente proposti alla funzione riproduttiva”8.

Quindi dice bene la mia compagna del collettivo Anguane quando mi scrive:Il sesso ha una base biologica perché è la definizione delle caratteristiche sessuate, che certo possono assumere varie forme. Il tutto parte dall’assunto scientifichese della riproduttività e del controllo sui corpi, quindi sulla bioscienza come espressione del biopotere.”

Perciò la biologia ci dice, se proprio vogliamo leggerla, che i corpi possono avere molte possibilità e che queste possibilità diventano solo due, tagliando, anche fisicamente, tutti i corpi eccedenti, solo se ci interessa la riproduzione, come in un allevamento. Per avere una idea più chiara di questo proviamo a vedere cosa accade in zootecnia quando nasce un cucciolo intersex9.

Questo apparato di controllo binario che strozza la capacità di riflessione di alcuni femminismi e buona parte del movimento LGBTQI è anche il luogo dove ancora vengono consentiti gli interventi cosmetici sui bambin@ intersex10, nonostante che da quest’anno anche la I del nostro acronimo cominci a fare moda nel nostro paese.

Comunque io sono nato donna, il mio corpo biologico era quello di una donna “perfetta” ( per cui potevo godere dei relativi privilegi di essere bianca, di classe media e abile e riproduttiva).

“Come bambina, giovane donna ed infine donna ho combattuto con le unghie e con i denti contro l’invisibilizzazione femminile ed il predominio maschile tipici della mia cultura.

Ho pianto, urlato e scalciato, gridando: “eccomi qui, sono una donna e sono brava e forte quanto voi!”

Ho odiato i maschilisti che cercavano di schernire la mia presenza e quella delle altre donne e che con il loro fare sciovinista cercavano di rimetterci al nostro posto, tutte noi che non volevamo comportarci come meri oggetti aggraziati e pazienti, a disposizione dei loro sguardi.

Così, quando ho sentito questo uomo crescere dentro di me, ho cercato di combatterlo, perché non volevo cedere al nemico.

Sentivo come un tradimento il fatto di lasciare le schiere delle donne per andare ad ingrossare quelle degli oppressori.

Non ero il tipo da saltare sul carro del vincitore!

D’altra parte questa idea che gli uomini transessuali fossero delle donne in fuga dalla loro oppressione e in ultima analisi delle traditrici prodotte dal sistema patriarcale era molto comune nelle stesse femministe italiane fino a qualche anno fa.11

Ma queste posizioni sono state in gran parte elaborate dal femminismo in Italia, così come le ho elaborate io personalmente, riuscendo dopo anni a transizionare senza sentirmi una persona spregevole.

Rivendicare la mascolinità delle donne, che non deve essere vista come un sottoprodotto di scarto dell’oppressione maschile, ma una sfera che può appartenere a molte “motu proprio”, è stato un momento importante, almeno per me…quello che personalmente mi permise di superare il senso di colpa e di immergermi con più tranquillità nel mio genere d’elezione, fu il rendermi conto che comunque la mascolinità che avrei portato in giro, quella degli uomini transessuali, non sarebbe certo stata una mascolinità dominante.

…Per affrancarmi da questo processo di autocolpevolizzazione fu molto importante conoscere le donne transessuali. Il fatto che ci fossero delle persone che erano disposte a fare il cammino che io facevo, ma all’inverso e che avessero il coraggio di scendere le scalinate del potere, dal maschile al femminile, mentre a me sembrava di salirle, rispose alla mia domanda circa i presunti vantaggi sociali che si possono acquisire con la transizione.

Se ci sono delle persone assegnate uomini alla nascita che lasciano questa posizione per rivendicarne una femminile, e che lottano duramente per poter difendere la loro appartenenza al genere percepito, allora era per me chiaro che la transessualità non era ne un vezzo, ne una perversione ne un modo per acquisire punti, ma un modo di essere profondo ed imprescindibile di

alcune persone.”12.

Conoscere donne transessuali, essere io stesso una persona transessuale ha ampliato la mia visione del femminismo e dell’urgenza di questo, piuttosto che annacquarlo e “tradirlo”.

Le persone transessuali possono trovarsi in una posizione “privilegiata” dalla quale poter sconvolgere gli assunti su cui si basa il patriarcato eterosessista e dare quindi un apporto interessante al movimento femminista.

Il modo di viversi il corpo” per esempio “delle persone trans è nella maggior parte molto diverso da quelle delle persone non trans, gli organi acquisiscono un nuovo significato (…) non possiamo pensare che la norma per una donna trans che prenda estrogeni, nelle sue relazioni con gli uomini o con le donne, sia di usare il pene in maniera attiva per penetrare il/la partner o che la normalità per un uomo trans sia di usare la propria vagina per essere penetrato dal pene di un uomo o di un dildo della propria partner”13.

Sia che una donna trans usi il suo pene per penetrare o lo usi in maniera diversa, il significato di questo atto spesso si svolge in una schema differente rispetto a quello eteronormativo e patriarcale “che vede il pene come l’organo attivo che penetra e la vagina come l’organo passivo che viene penetrato”14.

Un altro ambito in cui le persone transessuali possono fare esplodere le aspettative di genere e i significanti tipici del nostro contesto patriarcale è la genitorialità, dove si possono avere delle “pericolosissime” (per il sistema maschilista etero normato) mamme-uomo e dei “terrostici” donne-padri, capaci di minare le fondamenta della nostra “buona società” basata sulla sacra famiglia patriarcale di donne-donne-mamme e di uomini-uomini-padri15.

Ma sopratutto le persone transessuali hanno avuto l’eccezionale possibilità di vivere la stessa società sia come uomini che come donne, nella stessa vita, ed aver quindi attraversato con la propria pelle le differenze di trattamento.

Io ho sperimentato in prima persona e su di me la differenza del parlare in pubblico come uomo o come donna, la differenza di richieste e obblighi verso la propria apparenza corporea e la propria cerchia familiare e come chi si rivolge a me ricerchi il mio sguardo maschile a detrimento di quello femminile.

Ritengo quindi che il lavoro delle femministe (siano donne biologiche o donne trans) e degli uomini che riflettono con consapevolezza sui privilegi maschili (ancora che siano uomini biologici o uomini trans) sia importantissimo ed ancora tremendamente attuale per la decostruzione dei ruoli di genere e del predominio maschile e che sia auspicabile riuscire ad unire le lotte e creare sempre maggiori connessioni tra i movimenti di liberazione e di autodeterminazione, per un’ esistenza dignitosa di tutti gli esseri viventi.”16.

Quello che dovrebbe unirci nella lotta non è la comunanza di genere o sesso o attrazione sessuale, ma la complicità creata dall’appartenenza a una delle categorie sociali oppresse, e la coscienza politica che porta a rifiutare l’oppressione basata su caratteristiche arbitrarie quali il genere, la razza, la classe, la sessualità”.17

Per cui ritengo assolutamente necessari e ricchi di prospettive i luoghi femministi abitati dalle persone trans, dove la loro esperienza e la loro socializzazione può essere messa a frutto per mettere ancora più a nudo il re pastore.

1Il paragrafo che segue è frutto di tali scambi avvenuti per mail, di cui alcune parte sono state riportate neo virgolettato

2Acronimo per Trans-exclusionary radical feminism: femminismo radicale trans-escludente.

3idem

4a.z dalla mailing list del collettivo anarco-veg-femminista Anguane

5http://www.intersexioni.it/

7Ferrari, Ragaglia, Rigliano: “Il ‘genere’ una guida orientativa”

8Icem

9https://anguane.noblogs.org/?p=791

10http://www.intersexioni.it/basta-interventi-chirurgici-e-terapie-non-necessarie-su-bambinie-intersex/

11Cfr: Egon Botteghi: “Talk to Me: An Italian FtM Perspective” in “Manifest. Transitionale Wisdom on Male Privilege” Edited by M.Roher e Z.Keig, Wilgefortis, 2016

12Idem

13Alex B.: “La società degenerata. Teoria e pratica anarcoqueer”, Nautilus 2012

14idem

15Cfr: http://www.intersexioni.it/transessuali-si-nasce-genitori-si-diventa/,

http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=409:genitorialita-trans-come-soggettivita-queer-di-egon-botteghi

16Egon Botteghi, op. cit.

17Alex B., op. cit.

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