Equivoci strategici nella liberazione animale: un ragionamento sui parallelismi tra discriminazioni di specie, di razza e di sesso di Flavia Fechete

Centriamo subito il punto: il movimento di liberazione animale è un movimento politico ed è in quest’ottica che deve essere considerato se si ha l’onestà intellettuale di riconoscere che, a prescindere dalle modalità con le quali è professato dai suoi singoli esponenti, l’obiettivo che persegue poggia su una base comune alle battaglie di ben più vecchia data contro il razzismo, il sessismo e l’omofobia: questa base è la proclamazione dell’arbitrarietà su cui è fondata la discriminazione dei soggetti di cui intende attuare la liberazione. Liberazione che, a livello teorico, va interpretata come sgretolamento dell’impianto ideologico che caratterizza la mentalità degli oppressori e che a livello pratico si traduce nell’approvazione e nell’applicazione del principio di eguale considerazione degli interessi degli oppressi. Un principio di facile comprensione, quest’ultimo, ma che è stato a lungo ed inspiegabilmente dibattuto, anche da insigni pensatori: parità di considerazione non è sinonimo di parità di trattamento e non è espressione, come si tende tuttora erroneamente a credere, di una volontà di umanizzare gli animali. Nessuno si batte per assegnare il diritto di voto ai maiali o una pensione alle galline; molto più semplicemente, si tratta di concedere loro i diritti fondamentali alla libertà di agire in conformità ai loro bisogni naturali e di condurre un’esistenza dignitosa priva di sfruttamento per i fini umani. La discriminazione di cui essi sono vittime è talmente radicata e diffusa che non solo si negano loro interessi così basilari, ma ci si affaccenda anche a trovare argomentazioni per giustificare la prosecuzione degli abusi: alcune sono immediatamente confutabili, altre più sofisticate. In ogni modo, invece che limitarsi ad elencarle immediatamente, è più interessante procedere in maniera intercontestuale evidenziando i parallelismi che intercorrono fra queste opposizioni e quelle proposte per screditare i movimenti precedenti.
Quando, nel 1792, la filosofa Mary Wollstonecraft – madre di Mary Shelley – pubblicò un’opera che sarebbe stata un caposaldo del femminismo per molti anni a venire, Rivendicazione dei diritti della donna, l’illustre filosofo di Cambridge Thomas Taylor rispose, al tempo anonimamente, con una parodia intitolata Rivendicazione dei diritti delle bestie, nella quale cercava di confutare il ragionamento di Wollstonecraft asserendo che, se esso funzionava nel caso delle donne, allora avrebbe avuto senso che si assegnassero gli stessi diritti anche a cani, gatti e cavalli e ciò avrebbe di certo dovuto apparire assurdo ad ogni uomo dotato di ragione. È chiaro che oggi equiparare lo status sociale delle donne a quello degli animali ci sembra paradossale, eppure 224 anni fa Taylor si fece semplicemente portavoce del pensiero dominante dell’epoca in cui viveva; pensiero che ha radici talmente profonde da risalire addirittura a circa diecimila anni prima, quando il passaggio dalla caccia e dalla raccolta all’agricoltura e all’addomesticamento degli animali quali attività di sussistenza posero le basi per la trasformazione delle società prevalentemente matriarcali in società patriarcali.
Esiste dunque un nesso tra oppressione delle donne e oppressione degli animali, che ha origine con l’auto-legittimazione, da parte degli uomini, del proprio dominio mediante l’uso della forza in seguito alla scoperta della propria capacità di intervenire nella manipolazione della natura e degli animali.
Secondo lo storico dell’università di Oxford Keith Thomas, l’addomesticamento degli animali è il punto di partenza dal quale si generò un atteggiamento più autoritario, poiché “il dominio umano sulle creature inferiori fornisce lo schema ideale sulla base del quale furono stabilite molte intese politiche e sociali”. Le donne, neanche a dirlo, figuravano tra le “creature inferiori”, la cui ragione di vita si riduceva – e si riduce ancora oggi, in molte società – alla procreazione degli eredi del prestigio economico e sociale del maschio.
L’etica del dominio, tuttavia, non si limitò alle donne, ma si estese ben presto anche agli altri uomini più deboli – o meno inclini alla bellicosità – con una particolarità: essi venivano castrati. In Mesopotamia, ad esempio, fra le città-stato vincitrici che in seguito a una guerra sceglievano di non uccidere i loro prigionieri, era prassi comune castrarli prima di metterli al lavoro, come si faceva con il bestiame. Come il bestiame essi dovettero patire, in realtà, anche la marchiatura, l’incatenamento e il taglio dell’orecchio; si pensi che in America il marchio a fuoco fu praticato sugli schiavi fino alla fine del Settecento e che esso fu permesso addirittura fino alla metà dell’Ottocento in stati come la Carolina del Sud, l’Alabama e il Mississippi.
Non c’è da stupirsi che le religioni nate in seno a civiltà nelle quali lo sfruttamento degli animali – e dei più deboli in generale – era così radicato legittimassero la presunzione che il mondo era stato creato beneficio dell’uomo.
Si può dire che gli atteggiamenti occidentali verso gli animali abbiano due radici culturali: l’ebraismo e la grecità classica.
Nella Genesi, in seguito alla Caduta – che fu chiaramente colpa di una donna e di un animale – Dio affidò all’uomo “il dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. I sacrifici animali sono frequenti in tutto l’Antico Testamento, a partire da quello che compì Abele offrendo a Dio i primogeniti del suo gregge.
Nel Nuovo Testamento è Gesù stesso a tracciare la linea di demarcazione tra le regole morali valide per gli esseri umani e quelle valide per i non umani: egli trasferisce dei demoni dal corpo di un uomo nudo a quelli di un branco di maiali, dopodiché li induce a gettarsi in mare, anche se è lecito presumere che sarebbe certamente stato capace di scacciarli senza ricorrere ad alcun sacrifico.
Della seconda tradizione che forgiò il pensiero occidentale, quella greca, è invece indicativa la visione della natura di Aristotele: essa è, secondo il filosofo, una gerarchia in cui gli esseri con minor capacità razionali sono fatti per quelli che hanno maggiori capacità razionali. È emblematico, ancora una volta, che non fossero solo gli animali ad essere relegati a strumenti a beneficio dell’uomo, ma anche le donne e gli schiavi, ed in generale tutti coloro che non erano cittadini maschi greci, poiché intrinsecamente inferiori. Nella Politica, Aristotele scrive che i popoli “incivili”, come gli achei e i traci, “sono schiavi per natura, inferiori ai loro simili come lo è il corpo nei confronti dell’anima, o gli animali rispetto agli uomini”. Allo stesso modo è convinto che “la relazione tra maschio e femmina è per natura tale che il maschio è più alto, la femmina più bassa, l’uomo domina e la donna è dominata”.
Non si può attribuire alcuna particolare colpa ad Aristotele: nonostante la sua mente brillante, anch’egli non poté fare a meno di rispecchiare la realtà politica e sociale del suo tempo.
Per capire quanto lontano giunse il pensiero di Aristotele basta considerare la posizione di Tommaso d’Aquino, filosofo cristiano del XIII secolo fra i maggiori esponenti della Scolastica e perfetto esempio della confluenza delle due tradizioni sopracitate. Ricalcando il pensiero di colui al quale si riferiva semplicemente come al “Filosofo”, egli scrisse: “Nessuno pecca per il fatto che si serve di un essere per lo scopo per cui è stato creato. Nella gerarchia degli esseri quelli meno perfetti sono fatti per quelli più perfetti”. Quali saranno mai, questi esseri perfetti, secondo Tommaso? Naturalmente non gli animali, ma ci sarà spazio almeno per le donne? Macché: “La donna non doveva essere creata nella prima creazione delle cose. Dice infatti Aristotele che la femmina è un maschio mancato. Ma niente di mancato e di difettoso vi doveva essere nella prima istituzione delle cose. Dunque, in quella prima istituzione delle cose la donna non doveva essere prodotta”. Il suo scopo sulla Terra è unicamente quello di aiutare l’uomo a procreare, anche se “sarebbe più conveniente che l’uomo fosse aiutato da un altro uomo”.
Nei secoli, la concezione gerarchica al cui vertice c’era l’uomo bianco europeo ed alla base gli animali continuò a consolidarsi e fornì il metro di giudizio per valutare le altre genti. Il colonialismo fu considerato la naturale estensione umana sul regno animale; gli stermini degli abitanti delle terre da conquistare potevano così essere facilmente giustificati – ed anzi incoraggiati – partendo dal presupposto che essi fossero subumani, più simili alle bestie che agli uomini.
D’altronde, gli esseri umani avevano proiettato per tanto tempo le loro caratteristiche peggiori sugli animali, in modo da favorire un distacco emotivo che permettesse loro di non provare alcun rammarico per il tormento a cui li avevano costretti. Di conseguenza, degradare un altro uomo attraverso il paragone con un animale era un triste presagio circa la sorte che l’avrebbe atteso.
Gli indigeni americani furono definiti “bestie selvagge” prima dagli spagnoli e poi dagli inglesi; il filosofo Thomas Hobbes scrisse che essi vivevano “in maniera bruta”, mentre nel 1689 un sacerdote inglese di ritorno dalle Indie Occidentali li descrisse come “superiori alla scimmia appena di uno stadio”.
Durante l’Ottocento, gli scienziati europei elaborarono diverse teorie sulla diseguaglianza umana che collocavano l’uomo bianco europeo sopra i non europei, le donne, gli indiani, gli ebrei e i neri. Sulla base della credenza diffusa che l’intelligenza fosse direttamente proporzionale alla grandezza del cervello, anche gli scienziati americani contribuirono ad avvalorare i pregiudizi. Nel 1906, sull’American Journal of Anatomy fu pubblicato un articolo in cui si sosteneva che, sulla base delle misurazioni del cervello di americani bianchi e neri che mostravano come in questi ultimi la parte posteriore del cervello fosse più grande di quella anteriore, si poteva concludere che i neri rappresentavano una razza intermedia tra l’uomo e l’orango.
Gli epiteti preferiti dai soldati nazisti per rivolgersi agli ebrei erano invece “ratto”, “maiale”, “maiale ebreo”, “porco” e “scarafaggio”. Heinrich Himmler riteneva gli ebrei “spiritualmente e mentalmente molto inferiori a qualsiasi animale”, mentre Joseph Goebbels, durante una visita al ghetto di Lodz all’inizio della guerra, disse che essi vi abitavano come “esseri non più umani. Sono animali”. Nel 1971, in un’intervista, venne chiesto al comandante di Treblinka Franz Stangl: “Se, comunque, il vostro intento era quello di ucciderli, quale era la ragione di tutte quelle umiliazioni, perché tanta crudeltà?”. Egli rispose: “Per condizionare le persone che dovevano materialmente mettere in atto la nostra politica. Per far sì che potessero fare ciò che fecero”.

In seguito a questa breve panoramica è ora forse più facile intuire perché le posizioni di chi equipara gli animali a degli strumenti di cui servirsi siano da biasimare: non solo per il fatto che esse sono sempre state, e continuano ad essere, un veicolo per la violenza verso altri esseri umani, ma anche perché credere che una creatura viva in funzione di un’altra e non per sé è semplicemente un’illusione. Si tratta di un pregiudizio fondato sull’ignoranza o sulla presunzione.
Gli animali non ci devono niente: non sono stati creati da nessuno per noi allo stesso modo in cui le donne non sono state create per gli uomini o gli africani per gli europei. La convinzione che essi ci debbano la carne dei propri corpi perché noi li sfamiamo e badiamo a loro non è affatto diversa da quella di un tempo che gli schiavi dovessero il proprio lavoro ai padroni perché erano questi che fornivano loro cibo e alloggio.
Per questo motivo, la strategia animalista che fa appello alla compassione ed alla bontà è incompleta, oltre che inefficace.
Abbiamo visto che, persino quando si tratta di altri esseri umani, le persone tendono a limitare le proprie simpatie verso gli appartenenti al proprio gruppo; dunque rivolgersi ai sentimenti non porterà che a risultati parziali. Non c’è bisogno di essere amanti degli animali per riconoscere loro il diritto ad essere inclusi nella sfera della nostra considerazione, poiché  la ragione per farlo è una ragione logica che si basa sull’oggettività universale di alcuni principi etici. E a chi replica che l’etica è il campo dove vige un assoluto soggettivismo si potrebbe chiedere se, dovendo scegliere, preferirebbe identificarsi con quella di Hitler o dei mercanti di schiavi oppure con quella di Martin Luther King, di Nelson Mandela o di Gandhi: quasi tutti si accorgerebbero di credere che, effettivamente, certe morali siano meglio di altre.

Libera ispirazione da:
– Liberazione animale, Peter Singer
– Un’eterna Treblinka, Charles Patterson

 

Flavia Fechete, 22 anni, decisa sostenitrice della non-violenza in ogni campo. Il femminismo e l’animalismo sono i due temi di cui scrivo più spesso e a cui sono più felice di dedicare la mia energia, benché sia consapevole di avere ancora molto da imparare. Scrissi questo pezzo l’anno scorso, dopo aver letto due dei miei primi libri sull’animalismo: l’ormai classico “Liberazione Animale” di Peter Singer e “Un’eterna Treblinka” di Charles Patterson. In quest’ultimo in particolare trovai illuminanti le analogie tra le discriminazioni delle diverse minoranze, analogie che con la mia mente acerba, da ventenne, non avevo mai colto a pieno, ma che in qualche modo dovevo aver inconsciamente intuito e che per questo ritenni subito ovvie.

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