Tarana Burke, l’ideatrice di Me Too ci ricorda che è una questione legata alle sopravvissute nere e di colore – Zenobia Jeffries

Tarana Burke

L’atteggiamento predatorio dei bianchi e delle bianche emerge ancora una volta, scippando nome e intenti a un movimento di donne nere e di colore che lavorano per aiutarsi a vivere da sopravvissute alla violenza e agli abusi sessuali.
Tarana Burke in questa intervista svolta da Zenobia Jeffries nei primi giorni di gennaio 2018, ci spiega chi è, qual è il movimento che ha creato, quali sono le attività che svolge e con grande lungimiranza, pur dichiarando le differenze tra #MeToo e il suo Me Too Moviment, si concentra sull’attivismo quotidiano per la giustizia sociale delle donne e delle ragazze nere e di colore.
Ma noi  bianche ancora non capiamo la nostra prospettiva di privilegio.

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I post #MeToo su Facebook, Twitter e Instagram sono stati usati decine di milioni di volte da quando l’hashtag è iniziato a essere usato lo scorso ottobre, quando l’attrice Alyssa Milano ha scatenato la bufera sui social media, postando “Se sei stata molestata o aggredita scrivi ‘me too’ in risposta a questo tweet”. In 24 ore su Twitter l’hashtag è stato usato 850 mila volte e su Facebook 4,7 milioni di persone l’hanno usato in 12 milioni di post.

Ma c’è un’altra storia di “me too”, di un movimento iniziato un decennio fa, prima che esistesse un hashtag.

Nel 2006, Tarana Burke, fondatrice e responsabile di Just Be e a capo di Girls for Gender Equity, ha organizzato il programma del Movimento Me Too. Il suo obiettivo è di dare forza e sostenere le giovani donne di colore, donne delle comunità emarginate e minoritarie, che erano state abusate sessualmente, stuprate o sfruttate. Sono donne che non appaiono sui mezzi di comunicazione come invece accade per le celebrità quali Harvey Weinstein, Matt Lauer, and Louis C.K. Sono delle sopravvissute a molestie e abusi sessuali che accadono quotidianamente sui luoghi di lavoro, a scuola, nelle chiese, nelle case di amici o familiari, nelle strade del loro quartiere. Ma non hanno risorse, status sociale e persino il colore della loro pelle non è accettabile per consentire loro di farsi sentire e notare.

Recentemente ho avuto modo di parlare con Tarana Burke, la fondatrice del Movimento Me Too, delle recenti campagne sui social media e su cosa accadrà al suo movimento nel 2018.

L’incontro è realizzato qui in forma di intervista.

Zenobia Jeffries: Come è iniziato il Movimento Me Too? Come si differenzia dall’attuale campagna sui social media?

Tarana Burke: Il mio lavoro è iniziato per aiutare le ragazze nere e di colore nella comunità dell’Alabama. Ed è cresciuto al punto da supportare donne e ragazze nere e di colore di tutto il Paese. Ora supporta altri soggetti marginali delle minoranze. Si occupa specialmente di sostenere le sopravvissute. Non ha molto a che fare con i perpetratori, perché supporta le sopravvissute. La replica sui social media ha invece dato ampio risalto ai perpetratori, chiamati in causa per rendere conto delle loro azioni. Mentre il Movimento Me Too supporta le sopravvissute agli abusi e alle aggressioni sessuali. Questa è la differenza. Oltre a esserci questioni legate al tema del consenso delle donne.

Jeffries: Sul vostro sito raccontate ad esempio di giovani studentesse costrette con minacce a subire maltrattamenti o a compiere o praticare atti sessuali. Ciò mi ricorda la storia di cui sono venuta a conoscenza recentemente di una giovane madre di St. Louis che ha subito abusi sessuali da parte di un agente di polizia. Andrea Ritchie ha scritto storie simili a questa nel suo libro Invisible No More. Ci puoi parlare delle dinamiche di queste aree grigie per le donne, tra il consenso, l’adesione o la coercizione?

Burke: Esatto, era stata minacciata. Un agente di polizia rappresenta il potere e l’autorità, uno status che immediatamente qualifica questi comportamenti come coercitivi. È molto importante parlare dell’area grigia perché molte di noi la vivono direttamente. La gente parla molto della confusione che provano gli uomini circa il consenso e di come non sappiano cosa e come possono toccare o chiedere. Ma io credo che ci siano questioni inerenti il consenso delle donne perché siamo state socializzate a credere di dover sottostare alle richieste degli uomini. Devi farti andar bene che te lo chieda tre volte, quattro volte e che devi cedere alla quinta volta. E non dico che cedere sia automaticamente un abuso sessuale, ma è senz’altro nell’area grigia. Oppure c’è il caso di coloro che costringono le mogli o le partner ad avere rapporti sessuali. Ciò che emerge nei media è l’idea dello sconosciuto pericoloso, la persona che sta nell’ombra pronta a saltarti addosso. E questo può succedere. Ci sono molti casi di donne aggredite da estranei o minacciate con armi durante una rapina, o altre situazioni simili. Ma molto spesso la realtà è data dalle zone grigie della violenza sessuale. Dobbiamo continuare a dire ai bambini, alle bambine e ai ragazzi e alle ragazze che il consenso è l’unica soluzione di vita.

Jeffries: Come possiamo, sia donne che uomini, orientarci in queste zone grigie?

Burke: Non credo si possa imporre con la politica, la legislatura, l’educazione di trattare un’altra persona come un essere umano. Si può incentivare o presentare le conseguenze delle proprie azioni, ma ad ogni modo esiste il libero arbitrio. Alla fine della giornata dobbiamo veramente interrogarci sul modo di crescere e socializzare i nostri figli e le nostre figlie. Dobbiamo iniziare a parlare loro precocemente del consenso. Sono una grande promotrice dell’educazione sessuale. Penso che l’unico modo che abbiamo per sostenere il cambiamento sia attraverso un diverso approccio delle persone giovani tra loro. Iniziamo a insegnare il rispetto e i limiti molto presto, sin dalla prima infanzia. Dobbiamo specificare il significato di chiedere il permesso. Dobbiamo parlare di queste cose. Ho 44 anni e sono cresciuta durante la campagna Dì di no contro la droga, nel bel mezzo della “guerra alla droga” all’epoca di Ronald e Nancy Reagan. C’erano molte critiche su questa campagna, ma il rovescio della medaglia è che sono cresciuta col messaggio “Dì di no”. Così credo dovremmo avere un simile atteggiamento con i/le giovani circa il consenso. Abbiamo la necessità di immergere questi giovani nell’idea che il consenso è un modo di vivere. Sì, devi chiedere il permesso per toccare qualcuno/a. Credo sia questo il modo di cambiare le cose. Forse questo è il momento di iniziare un cambiamento culturale.

Jeffries: Ho letto un articolo che afferma: “Dobbiamo tenere presente che la creazione di nuove ingiustizie tenta di correggere quelle vecchie”. Ciò significa che mentre cerchiamo di correggere o eliminare la cultura predatoria sulle donne e le ragazze, potrebbe esserci un processo mancante o inadeguato. Sono passati solo due mesi e la gente già parla di regressione. Pensi che questo potrebbe impedire il cambiamento culturale?

Burke: Non penso possa esserci una peggioramento. Ma credo che dobbiamo essere presenti e sapere che potrebbe avvenire e essere consapevoli e pronte a respingerla. Coloro che fanno questo lavoro sanno che la regressione è inevitabile. So cos’è il sentimento implicito insito nel senso di giustizia. E penso che il senso di giustizia sia corretto. Non è una caccia alle streghe come le persone cercano di dipingerla. Non si tratta di questo. Stiamo parlando di due mesi in cui la gente ha interrotto un problema che è profondamente pervasivo nel nostro Paese e nel mondo. La violenza sessuale si presenta come una molteplicità e credo che anche la responsabilizzazione debba essere molteplice. Penso che la gente debba fare un’analisi approfondita, ma dobbiamo anche occuparci di capire chi sia un perpetratore e chi non lo è. A tutti piace pensare: “Ehi, ehi aspetta un attimo, che ne facciamo dei bravi ragazzi? I “bravi ragazzi” hanno bisogno di esaminare su cosa poggia la cultura dello stupro e perdere meno tempo a pensare chi non hanno toccato. Questa è la parte più problematica, perché tutta l’attenzione dei media si concentra sul perpetratore.

Jeffries: Secondo te, ci sono uomini che si occupano di questo. Sono sicura che tu abbia sentito le affermazioni di Matt Damon. Che consiglio gli daresti, dato che ha affermato: “Che ne è di noi bravi ragazzi? Tutti gli uomini sono predatori sessuali?”

Burke: Questa è la parte più problematica. Tutta questa attenzione dei media è focalizzata sul perpetratore. Tutte le discussioni sulla giustizia e il giusto processo si concentrano sul perpetratore. E questo movimento, questo lavoro che dobbiamo fare è invece il supporto alle sopravvissute e interrompere e finirla con la violenza sessuale, laddove esiste. Non so se quello che dico possa essere un consiglio. Qualcuno insorgerà. Coloro che si considerano bravi ragazzi sanno di vivere in un mondo in cui i ragazzi non sono bravi, come dichiarano. E forse il punto è che dovrebbe concentrarsi su ciò che possono fare per aiutare a ridurre la cultura dello stupro. Alzarsi e dichiarare di essere un bravo ragazzo è come un rattoppo: lasciami dimostrare che io sono qualcuno di cui potersi fidare. Non è molto utile oggi. Gli uomini devono parlare con gli altri uomini e aiutare gli altri uomini a divenire ciò che sono.

Jeffries: Le storie che stanno emergendo ora si concentrano sulle persone di alto profilo di Hollywood, dei media, della politica. Al contempo molti altre voci rimangono inascoltate. Pur lodando il lavoro di rottura del silenzio del settimanale Time, Melissa Harris Perry ha detto: “ Ma l’ambiente non è muto. La nostra nazione è stata sorda”. Temi che le risposte, per il timore di licenziamenti etc, potrebbero tappare ancora le orecchie sulla pervasività degli abusi sessuali in altri luoghi?

Burke: Penso sia stata una buona idea. Qualcosa che doveva essere detto. È ciò che sto continuando a divulgare da anni. La gente continua a dirmi: “Non ti senti fortunata che Alyssa Milano o il suo movimento abbia reso noto il tuo lavoro e che ora la gente lo conosca e che tu abbia successo?”. Questo “successo” è a prescindere da chi lo guarda. Sto facendo questo lavoro con successo da 10 anni . Adesso che è famoso, il mio palco è più ampio? Assolutamente. Ho un palco più grande per parlare di ciò che dovrebbe accadere alle sopravvissute alla violenza sessuale, e di come si debba interrompere questa violenza nella nostra comunità. E sono grata per questo. Ma il successo per me è qualcos’altro. Il successo per me non è solo essere riconosciuta o nota o diventare una specie di celebrità del momento. Abbiamo successo quando siamo consapevoli della pervasività della violenza sessuale in tutto il Paese e in tutti i luoghi di lavoro. Non solo a Hollywood.

Jeffries: Alyssa Milano conosceva il tuo movimento e il tuo lavoro? Vi siete incontrate?

Burke: No, non lo conosceva. Alyssa Milano non ha fatto niente di ostile contro di me. Non so se qualcuno le ha suggerito di venire allo scoperto. E quando lo ha fatto, va detto che non solo mi ha contattata ma l’ha messo su Twitter. Ha fatto ogni sforzo per far sapere alle persone quale era il mio lavoro. E ho apprezzato il suo sostegno. E successivamente siamo diventate sodali. Ma il nostro impegno è fondamentalmente differente. I nostri obiettivi sono praticamente diversi. “Non mi aspetto che i media, i media dei bianchi, ci prestino attenzione”.

Jeffries: La storia di Recy Taylor che 70 anni fa fu stuprata da un gruppo di sei bianchi è stata raccontata dai media molto tempo dopo che era accaduta. Questa storia mi ha fatto pensare alle giovani donne che stai aiutando e quanto in modo simile le loro storie siano state ignorate. Gabrielle Union, una sopravvissuta alla violenza sessuale, che è stata stuprata prima di diventare famosa, ha richiamato l’attenzione su queste storie inascoltate solo riguardo alle donne bianche. Tu lavori da molto tempo con le sopravvissute che vivono in comunità vulnerabili. Come ti ha fatto sentire tutto questo?

Burke: Sono combattuta, perché non mi aspetto che i media parlino e rilevino ciò che accade nelle comunità marginali. Siamo dovuti scendere noi in strada in massa per denunciare le brutalità della polizia e dire che “Black lives matter” (Le vite delle persone nere contano). Letteralmente, gli essere umani scendono in strada con cartelli e protestano e interrompono la realtà quotidiana per diventare un evento mediatico convenzionale. Mi piacerebbe che i media mainstream raccontassero che le ragazze nere e di colore hanno denunciato R. Kelly per vent’anni. Abbiamo urlato e gridato a gran voce per lungo tempo e nessuno ha fatto niente.

Jeffries: Questo mi ricorda il post di un’amica su Facebook che ha scritto: “Perché i gemiti delle donne bianche sono sempre più forti delle urla delle donne nere?”

Burke: Perché siamo condizionate a rispondere alle vulnerabilità delle donne bianche.

Jeffries: Ma il tuo lavoro continua sulle comunità vulnerabili delle donne e delle ragazze nere e di colore.

Burke: Assolutamente. È questo che ci vuole per le nostre comunità. Le mie idee sono complesse e variegate perché non mi aspetto che i media, i media bianchi, ci prestino attenzione. Credo che dobbiamo prenderci cura di noi stesse da sole. Ci vogliono altre “Me too” e “Just be” e organizzazioni di base, che già esistono nel Paese, in cui sono impegnate persone che si occupano di salute e benessere delle ragazze nere e di colore e dei gruppi più marginali tra noi cioè le persone queer, i bambini e le bambine e le persone trans. Bisogna essere sicure che ci prendiamo cura di loro. Ho un’amica che dice sempre: “Siamo tutto ciò che abbiamo”. Penso che utilizziamo un sacco di energia preoccupandoci di ciò che i bianchi non fanno per noi. Ed è un pensiero forte. Le persone nere non lo percepiscono talvolta nel giusto modo. “Vogliamo aiutare, supportare quello che hanno da raccontare e occuparci di ciò di cui hanno bisogno in seguito”.

Jeffries: Cos’altro possiamo fare accanto al #MeToo online?

Burke: Questo è il punto. Eccolo qua. Il lavoro di cui sono responsabile, il sentiero che percorro, aiuta la gente a capire com’è un’azione di comunità e cosa significa supportare le sopravvissute. Per me è importante cosa faremo nel 2018, sia online che off line. Aiutare, educare guidare la gente a essere attiva nella propria comunità. È come ciò che fanno i genitori che preparano le linee guida per l’assunzione di insegnanti e operatori della loro scuola. Si devono prendere le impronte digitali degli insegnanti e cercare informazioni sul loro passato per essere sicuri che non siano pedofili? Questo dovrebbe succedere a scuola. E talvolta le scuole non hanno soldi per farlo, o non ne hanno la capacità o semplicemente non lo fanno. Questa è un’azione che i genitori possono fare nel futuro. Penso che quello che dobbiamo essere proattivi nelle nostre comunità. Approfondire gli aspetti basilari delle comunità. Dobbiamo trovare i modi per interrompere le violenze sessuali in ogni luogo, ogni giorno e per sempre. Questo è il mio percorso, aiutare le persone a trovare una soluzione. E trovare modi reali e legittimi di supportare le sopravvissute. Anche se ci sono molte organizzazioni ed enti di supporto nel Paese, ci sono molte comunità senza risorse. E così parte del mio lavoro è di insegnare anche di prendere ciò che si ha e fare ciò di cui si ha bisogno. In Alabama abbiamo molti proverbi su questo.

Jeffries: Ci hai fornito un esempio di ciò che i genitori possono fare nelle scuole. Che cosa si può fare nella comunità, a casa, in famiglia?

Burke: Ci sono indicazioni su come gestire conversazioni delicate e come raccontare le proprie storie. Questo è parte delle attività online. Abbiamo visto questa onda di #MeToo sui social media, ma una delle mie più grandi preoccupazioni è sapere che fare delle rivelazioni è difficile. È facile digitare qualcosa su internet, non realizzando che in quel momento rimarrà vivo per sempre. Vogliamo aiutare e supportare le sopravvissute nelle rivelazioni e nelle loro necessità dopo aver parlato di quello che è loro successo. Continuerò a parlare e a esprimermi, cercando di dare il meglio di me per rappresentare le molte intersezioni che vivo. Sono una donna nera, una madre nera, sono una sopravvissuta alla violenza sessuale, sono una sostenitrice delle sopravvissute alla violenza sessuale. In tutti i modi in cui esisto, queste cose coesistono, c’è un ruolo che svolgo supportando coloro che rappresento con queste caratteristiche. Questo è veramente importante per me.

 

Testo originale

 

Traduzione a cura di a.z.

 

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