L’intersezionalità riposi in pace (o è troppo presto per mollare?) – “Breeze” Ami Harper

La parola-concetto passepartout che negliultimi anni è usata in modo indiscriminato è “intersezionalità”. Come ben descrive Breeze Harper, l’attivismo bianco (anche vegan e animalista/antispecista) se ne è appropriato e non distingue la sua natura originaria che indica i posizionamenti delle oppressioni confondendola con le azioni di lotta che invece sono delle strategie operative, delle prassi che partono dalle considerazioni di status. Questa sintetica e illuminante lezione di attivismo e di teoria politica di Breeze Harper dovrebbe farci riflettere ancora una volta di quanto fagocitante sia il meccanismo del privilegio e di come ognuno/a di noi ne sia spesso inghiottito/a e fatichi a operare l’auspicato smantellamento dei razzismi interiorizzati (così come dei colonialismi, dei sessismi, delle omolesbobitransnegatività, degli ableismi, degli ageismi, etc.). Lei suggerisce di non mollare ma di riappropriarsi del valore politico profondo del concetto che indica le condizioni e di mettere in atto azioni politiche di demolizione delle oppressioni. Potrebbe lasciare che questo concetto venisse imbalsamato nel privilegio bianco, e invece decide di riprenderselo fino a quando potrà esserle di qualche utilità. Un grande insegnamento.

Suggeriamo di leggere anche un’altra posizione critica sull’uso indiscriminato dell’intersezionalità, incrociandola con l’anarchismo e l’anarcofemminismo di Abbey Volcano e J. Rogue, che trovate qui.

 

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Lo scorso anno ci sono stati diversi dibattiti sul modo in cui il veganismo mainstream abbia cooptato l’“intersezionalità”, perdendo il significato e l’intento originari che ne avevano dato vegan e animalisti/e non-bianchi/e.

A prescindere da questo, è evidente che l’“intersezionalità” non smantella i sistemi di oppressione, ma dimostra solo come ogni identità sociale e/o lotta siano “connesse” (per esempio, una persona non è “solo” nera, ma l’identità nera è influenzata dall’orientamento sessuale, dal genere, dalla classe socio-economica, dall’abilità, etc.).

Perché scrivo di “intersezionalità”, nonostante molti/e attivisti/e non-bianchi antirazzisti/e (vegan e non-vegan) abbiano iniziato a reagire con avversione? Lo faccio perché la maggior parte delle persone in USA conosce la realtà solo attraverso un approccio uni-dimensionale.

Se ci si occupa delle analisi del marxismo nero (black marxism) o dei sistemi del mondo decoloniale ci si imbatte nell’“intersezionalità” come “ponte” e modo per muoversi oltre l’uni-dimensionalità o il binarismo, per cercare di comprendere la storia, la politica, l’economia, il sistema alimentare, la legge, etc..

Ho utilizzato il concetto di “intersezionalità”nella maggior parte del mio lavoro dell’ultimo decennio, ma non solo. È una delle molte pedagogie che ho usato (altre sono state il buddismo impegnato, il marxismo nero, l’analisi dei sistemi mondiali decoloniali). Utilizzo l’intersezionalità perché mi sto preparando a organizzare la prossima fase d’azione – che è la “decolonizzazione” e lo “smantellamento” dell’attuale sistema iniquo.

Ho scoperto che molte delle persone con cui ho lavorato o parlato non riesce a addentrarsi nella decolonizzazione e nello smantellamento di questo sistema oppressivo che esiste da oltre 500 anni (almeno qui negli Stati Uniti), fino a che non si è iniziato a usare i concetti di “base” in cui le identità sociali non galleggiano nel vuoto, ma influenzano e sono influenzate dal “sistema”.

L’obiettivo non è rimanere “bloccati” nella spirale del meccanismo per cui “tutto è connesso” (p.es.: l’intersezionalità), ma si deve fare il grande passo per smantellarlo, anche se ciò significa rinunciare a molte condizioni di privilegio bianco. Cito l’aspetto razziale dell’oppressione perché ho una formazione in studi razziali critici e antirazzisti, grazie a una borsa di studio sui consumi etici e avendo scritto sul privilegio bianco nel movimento vegan etico.

È interessante notare che sempre più attivisti/e non-bianchi/e assumono una posizione contro i sistemi oppressivi (ossia la supremazia bianca, il razzismo, il neocolonialismo e il capitalismo neoliberale) sostenendo che l’“intersezionalità” non può creare la giustizia vera o sistemi equi poiché non cerca di abolire l’attuale sistema ingiusto (p.es.: l’attuale definizione inglobata di intersezionalità non eradica i privilegi bianchi liberali, nonostante guadagni sempre più popolarità i/le bianchi/e liberali).

Come si può definire un obiettivo “finale” per smantellare l’attuale modello di equità capitalista neoliberale strumentale, senza affrontare il fatto che non viviamo in uno spazio uni-dimensionale? Come scritto sopra, uso l’“intersezionalità” come uno degli strumenti, ma non l’unico, nei modi seguenti:

  1. viviamo in un sistema ingiusto e non post-razziale. Le nostre identità non sono monolitiche e stagnanti;

  2. non viviamo in una società post-razziale, il razzismo e la supremazia bianca negli Stati Uniti sono sistemici, endemici e normalizzati. Affronto l’inganno di vivere negli USA post-razziali e cerco di smantellarlo. Inoltre, dimostro che la realtà del razzismo è una parte del sistema oppressivo (qui l’intersezionalità entra in gioco con il mio modello pedagogico). Dimostro che il razzismo non opera nel vuoto (nemmeno come atto individuale quando qualcuno si autoproclama nazista), ma è in realtà un razzismo sistemico ed è uno dei pezzi mobili nel sistema morale del capitalismo neoliberale. Per esempio, il razzismo ha bisogno di esistere per favorire il capitalismo (anche il capitalismo “verde” di cui è parte inoltre il consumismo vegano).

  3. Sapendo cos’è l’intersezionalità, grazie a una lezione, uno scritto o un seminario, affermo che si deve abolire l’attuale sistema di oppressione per realizzare cambiamenti realmente giusti perché lo scontato approccio capitalista neoliberale all’“eguaglianza” e all’“impatto sociale” non allevierà mai le sofferenze e lo sfruttamento degli umani e dei nonumani. Non si può imparare l’intersezionalità come un semplice esercizio per analizzare il mondo o fare banali connessioni come in un rompicapo. In questo modo si è imparato che tutto è connesso al carro del capitalismo neoliberale e del neocolonialismo, e pertanto dobbiamo proseguire per liberarsi dalle scelte del capitalismo neoliberale. Per esempio, la decolonizzazione e il marxismo nero.

Perché ho iniziato con l’intersezionalità anni fa e continuo ad usarla

Il mio approccio all’“intersezionalità” proviene dalla consapevolezza e dall’esperienza della condizione delle donne nere negli USA quando Crenshaw per prima ha coniato il concetto qualche decennio fa, epoca in cui non era ancora di moda tra i/le bianchi/e. Per me, il coinvolgimento con l’intersezionalità di Crenshaw è la continuazione con la tradizione radicale nera e le radici del marxismo nero da cui provengo. Così come migliaia di donne nere sono consapevoli che il sessismo, la povertà, il razzismo contro i/le neri e la supremazia bianca sono il risultato del regime di potere dato dalle risorse e dai diritti capitalisti e neocoloniali. Ho sostenuto che la nostra intersezionalità collettiva non è la stessa di quella che ora è in voga, utile per gli affari e le organizzazioni bianche mainstream. Una variazione superficiale sul tema, un’“aggiunta”, spesso usata da quei/quelle bianchi/e cui non piacciono gli effetti negativi del razzismo sistemico.

Tuttavia, abbandono il concetto di “intersezionalità” perché è stata inglobata sempre più da uno sistema che la usa per moda, ma che non vuole realmente demolire il capitalismo e le forme di copertura sistemica della supremazia bianca?

L’intersezionalità riposa in pace (è morta)? No, non sono ancora pronta a seppellirla…

 

 

testo originale
traduzione a cura di a.z.

booklet online

 

 

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