La scienza non scientifica. Aspetti morali della vivisezione – Anna Bonus Kingsford (1888)

Anna Bonus Kingsford nacque nell’Essex in una famiglia di commercianti, ultima di 12 figli. Fin dall’adolescenza si dedicò alla letteratura e alla poesia e a 21 anni accettò di sposare il cugino Algernon Kingsfod, a condizione di restare sempre libera di perseguire le proprie inclinazioni e i propri interessi. Nel 1869 nacque la loro unica figlia, Eadith. All’età di 24 anni, Anna Kingsford divenne vegetariana.

Per contrastare con competenza la pratica della vivisezione, che considerava una forma di violenza estrema perpetrata a sangue freddo, sistematicamente e deliberatamente, Anna B. Kingsford si dedicò agli studi di medicina,  trasferendosi nel 1874 a  Parigi, per iscriversi alla facoltà di medicina poiché in Inghilterra le donne non vi erano ammesse.  Conseguì la laurea in medicina il 22 luglio 1880 con una sua tesi sul vegetarismo, dal titolo “The Perfect Way in Diet”, pubblicata a Londra l’anno successivo e poi tradotta in numerose lingue.

Anna B. Kingsford considerava la sofferenza degli allevamenti, gli orrori dei trasporti e dei macelli, gli incroci che modificavano la struttura fisica degli animali, l’aumento artificiale della popolazione di alcune specie, gli esiti del dominio ingiusto sulla natura. L’alterazione dell’equilibrio naturale tra le specie, la sottrazione di terreno coltivabile per far posto ai pascoli e alla produzione di foraggio, l’adozione di abitudini alimentari sempre meno sobrie si ripercuotevano sulla salute fisica e mentale degli esseri umani e sul loro senso morale.

Nel 1881 fece ritorno a Londra e si avviò alla pratica medica, una pratica rivolta in particolare alle donne,  convinta che la malattia avesse origine dallo svantaggio sociale e dalle condizioni ambientali.

Anna B. Kingsford considerava la vivisezione la pratica moderna della magia nera, che secondo i suoi sostenitori avrebbe dovuto portare ad un progresso scientifico in grado di debellare tutte le malattie e consentire il progresso della conoscenza scientifica e clinica per realizzare una migliore qualità della vita degli umani. Sacrificando nei laboratori di vivisezione milioni di esseri senzienti ogni anno, ci dovremmo garantire il dominio sulla natura, di cui facciamo parte in quanto animali, disrezzando le altre forme di vita che sono reificate e mercificate.

Anna B. Kingsford paragonava la vivisezione alla tortura, e gli scienziati come coloro che massacravano e massacrano senza il minimo segno di pietà e di compassione, le vittime designate, immolate sull’altare della nuova religione positivista: la scienza. Oltre che progetto politico, l’antivivisezionismo fu, per Anna B. Kingsford, anche un impegno morale.

La critica serrata alla scienza e alla tortura della vivisezione illustrata in questo scritto è fondante per una rilettura dell’epistemologia e della storia della scienza, che oltre ad essere un dominio maschile è anche l’ambito in cui si esprimono in modo netto le discriminazioni per specie.

Il brano è tratto da Anna B. Kingsford, “Unscientific Science. Moral Aspect of Vivisection”, in “Spiritual Therapeutics or Divine Science”, William J. Colville and Anna B. Kingsford (Eds.), Educator Publishing Company, Chicago 1888, pp. 292-308.

 

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Sembra che i sostenitori della vivisezione pensino che il desiderio di conoscenza sia sufficiente a giustificare qualsiasi crudeltà e ingiustizia si possa immaginare. Sembra che essi non riconoscano il fatto che ogni ambito della ricerca ha limiti morali e che la ricerca del piacere, della ricchezza, del potere o del sapere in uno stato civile non possono consentire la violazione della giustizia o delle leggi umane.

Nei misteri delle religioni arcaiche di tutto il mondo, si afferma che la caduta dell’uomo è avvenuta quando egli ha sacrificato l’obbedienza morale al desiderio intellettuale di conoscenza. Ah, è una verità originaria e profonda e per questa ragione trova spazio nei capitoli iniziali del libro dell’occulto. Ci sono modi per raggiungere la conoscenza che l’uomo non può usare senza perdere il suo posto nell’ordine divino.

Sappiamo bene che esistono molte pratiche che forniscono risultati estremamente vantaggiosi, ma che non sono legittime e che la civiltà non le tollera. In passato le vite umane erano sacrificate per l’arte. Si dice che un pittore famoso, volendo ritrarre gli effetti della morte violenta, abbia fatto decapitare uno schiavo nero nel suo studio. E un altro artista, noto per aver messo il suo talento al servizio della Chiesa, crocefisse uno sfortunato giovane per assicurarsi un modello

fedele per una pala da altare che ritraeva il Cristo morente.

Tali azioni non rientrano nel novero delle pratiche legittime, qualunque sia il valore artistico del loro risultato. Lo stesso può dirsi per le molte altre scienze inventate dall’uomo per arricchirsi, divertirsi o aumentare il proprio prestigio, ma che sono secondo la moderna opinione comune, inammissibili e bandite.

È necessario che gli uomini comprendano che il mero pretesto della “scienza” non è sufficiente a giustificare le azioni umane. Ci sono scienze di natura legittima e civile, che tendono verso la luce, la saggezza e la giustizia e ce ne sono altre che non sono né legittime né civili e i cui risultati cancellano ogni sentimento, negano l’umanità e distruggono la vera scienza e la vera civiltà. Il progresso realizzato con la vivisezione percorre un sentiero in discesa.

E qui siamo davanti al fatto che la scuola che sostiene la vivisezione è eminentemente di stampo ateo e materialista, mentre quella del pensiero spiritualista è, per la natura stessa della sua filosofia, contraria alla vivisezione. (Naturalmente uso il termine “spirituale” nel suo senso originario, in opposizione a “materiale”, cioè pensando l’universo avente delle basi spirituali e intelligenti. Non uso questo termine se non con questa accezione).

Il materialista non possiede alcuna nozione fondamentale di Giustizia. Per lui qualsiasi cosa è vaga, relativa, inesplicabile. Conosce solo gli atomi fisici, gli elementi chimici, il protoplasma e la teoria dell’evoluzione di forme senza scopo e senza ordine. Dal suo punto di vista nelle sfere oscure agisce solo una forza cieca.

Di conseguenza, la morale non è per lui una qualità specifica e positiva, che ha la sua fonte nell’inviolabile mente divina che dirige e governa tutte le manifestazioni materiali; si tratta semplicemente di una questione di abitudini e convenzioni umane che differiscono in base al tempo, al luogo e alla razza. Colui che adotta questa visione della morale accetta naturalmente le leggi civili come l’arbitro morale dell’azione, e giudica una condotta più o meno reprensibile in base alla considerazione generale del suo paese e del suo tempo. I sentimenti, quali l’onore, la giustizia, il coraggio, la pietà, l’amore, la lealtà non sono che idiosincrasie che variano a seconda del temperamento, e che dipendono nelle loro manifestazioni e nel loro sviluppo da cause fisiche e accidentali. Naturalmente, inoltre, ride degli appelli ai sentimenti e si vanta di essere immune da “attacchi isterici” come “i fanatici sensibili e dall’intelletto debole”. Con queste e altre simili affermazioni, egli dice semplicemente che per lui parole come “pietà” e “giustizia” non hanno senso. Solo una cosa gli appare degna di essere perseguita e ottenuta ed è la conoscenza, sempre e sopra ogni altra cosa, senza limiti e restrizioni nei mezzi per il suo conseguimento.

Il materialista non comprende che la Fonte e l’Essenza di ogni fenomeno, materiale e fisico, l’origine che lui cerca spasmodicamente di interpretare, è la Causa necessaria dell’evoluzione che ha prodotto l’umanità, la cui prerogativa distintiva è la natura morale. Pensare in modo diverso conduce a una confusione illogica e assurda tra la scienza e l’etica, opponendo l’intelletto e gli interessi intellettuali alla giustizia e agli interessi morali dell’essere psichico.

Perciò nega inevitabilmente l’unità filosofica.

Non è raro sentire i difensori della vivisezione, di fronte all’accusa di ingiustizia e immoralità di questa pratica, replicare che il loro è un lavoro di alto valore intrinseco, perché ha come obiettivo il benessere dell’umanità.

Soffermiamoci a considerare cosa significa “benessere dell’umanità”. Cosa significa il termine “umanità”, usato tanto spesso, ma assai poco compreso? Per l’orientamento materialista e vivisettore sappiamo molto bene che l’umanità non è altro che una forma fisica animale della famiglia delle scimmie, una creatura che ha certe caratteristiche con una certa circonvoluzione cerebrale, uno scheletro e degli organi. È il corpo, la forma fisica, che costituisce l’umanità, e questo è tutto. Per la scuola spiritualista di pensiero, l’umanità è la manifestazione di certe caratteristiche e certi principi che non si ritrovano negli esseri privi del senso della responsabilità, una condizione che si è elevata al di sopra dell’animalità in virtù di una particolare capacità etica.

Di conseguenza anche se fosse vero, ma non lo è, che la vita umana fisica può essere salvata e che può beneficiare di pratiche crudeli e spietate, tali attività sarebbero sempre, dal punto di vista umano, completamente ingiustificate. Il genere non può essere salvata o arricchita da interventi che distruggono e defraudano l’umanità. La vita fisica e la salute degli individui sarebbe preservata o acquisita a un prezzo troppo caro attraverso il sacrificio delle qualità elevate che sole costituiscono la superiorità dell’essere umano sulle altre creature.

I paladini della vivisezione pretendono di abbassare lo standard morale della nostra specie al livello degli istinti primitivi di una pura esistenza animale – la preservazione del corpo ad ogni costo. Un tale cedimento comporterebbe la distruzione anche di ciò che è infinitamente più prezioso della nostra vita fisica, che dona all’esistenza valore e splendore: la dignità del sentimento umano e il privilegio della responsabilità.

Cosa si potrebbe dire di una qualsiasi persona che, malata o sofferente, dovrebbe causare la tortura per ore o giorni di animali senzienti con la remota possibilità di scoprire un rimedio per alleviare la propria malattia? Chi di noi, venendo a sapere di una tale azione, non direbbe che quest’uomo non merita di essere salvato? E perché le ragioni di un gruppo di persone che accettano la pratica della vivisezione come mezzo per guarire dovrebbe meritare il nostro rispetto?

Ci può essere solo una risposta. Il genere umano, se impoverito di tutte le caratteristiche che lo arricchiscono e lo elevano, non ha diritto di dominare sugli animali, e la sua salvezza non può in alcun modo essere utile al mondo.

Il re ingiusto, non è più un sovrano, ma un tiranno.

La vivisezione ha le mani insanguinate dalla violenza e dall’abuso della forza. Nessuno dovrebbe cercare il sollievo alle proprie sofferenze, o il rafforzamento del proprio potere a costo dell’agonia dei suoi fratelli inferiori, anche se il rimedio e il miglioramento fossero raggiungibili solo con questo mezzo. Ma sembra che alcuni fisiologi della scuola moderna siano ansiosi solo di provare la nostra origine comune a quella degli animali, e di conseguenza i legami di fratellanza che ci legano a loro, indicare la parentela che ci lega, al fine di confermare il diritto di torturarli e abusare di loro.

Giustificare la pratica della vivisezione con la “legge di natura”, con le abitudini di alcuni animali che uccidono per vivere, è cercare di regolare il comportamento degli esseri più evoluti a quello degli esseri inferiori e si abbassa il codice etico umano a quello del lupo, della tigre o di altre creature irresponsabili e dannose.

Quale è l’aspetto buono di essere un uomo, di essere un “re”, se questo alto rango, questo titolo glorioso, non implicano la superiorità sulla natura selvaggia e sul destino comune? Che senso hanno tutti i misteri dell’evoluzione e della trasmutazione delle forme che, secondo gli insegnamenti della scienza, si sono realizzate in migliaia di anni di faticosa evoluzione da cui noi umani abbiamo ricavato la nostra superiorità in forza morale e in senso di responsabilità se alle dichiarazioni dei vivisezionisti rinunciamo ai nostri reali privilegi e torniamo nel fango vicino all’ultimo e più oscuro dei nostri vassalli?

Già, e a un livello inferiore al loro. Infatti, la “lotta per la sopravvivenza” degli esseri irresponsabili, di cui i vivisezionisti parlano così tanto, raramente implica la tortura, ma solo la morte. I vivisezionisti rivendicano il diritto di infliggere torture, in cui solo pochi animali, per la maggior parte feroci e ripugnanti, sembrano provare piacere. Se dunque è vero che l’uomo ha il diritto di uccidere certi animali, così come ha il diritto di uccidere alcuni uomini, questo diritto non prevede di infliggere orribili e prolungate sofferenze.

Oggi, nei paesi civilizzati, condanniamo i criminali alla pena capitale, ma non al rogo, non alla tortura o alle segrete. Non abbiamo il diritto di infliggere ad un animale innocente i tormenti che la pietà ci impedisce di comminare a uomini colpevoli.

La forza che permette di dominare il mondo non è di tipo fisico, né unicamente intellettuale, ma è soprattutto una forza spirituale e filosofica, che distingue l’uomo dagli animali e la civiltà dalla barbarie.

Infatti, la gloria distintiva dell’umanità si basa sui sentimenti, quelle qualità divine che hanno sempre ispirato le azioni nobili e lodevoli della nostra specie e che sono riconosciute ovunque come l’eredità più preziosa del genere umano.

È probabilmente a causa del fatto che le convinzioni del materialismo soffocano i sentimenti nei suoi sostenitori che essi non riescono a riconoscere quanto inappropriate siano molte delle loro comparazioni tra le pratiche che essi difendono e quelle ritenute utili e necessarie per lo Stato. Un argomento favorito è quello che paragona il mestiere del vivisettore a quello del soldato. Eppure quanto è facile vedere che il sentimento in questo caso gioca una parte enormemente importante e che c’è tutta la differenza del mondo tra il coraggio di chi offre se stesso di propria volontà al pericolo e alla morte e la pusillanimità di chi maltratta e martirizza creature indifese e senza voce.

Dov’è l’analogia tra il laboratorio del vivisettore, con le sue vittime terrorizzate, legate e imbavagliate, sezionate a morte a sangue freddo e il campo di battaglia dove ogni uomo combatte con le armi per la patria e il suo paese ispirato dall’entusiasmo, dall’ambizione e dal desiderio di gloria?

Non c’è nemmeno alcuna similitudine tra le pratiche della vivisezione e le grandi imprese di civilizzazione, come le opere di tecnologia, le esplorazioni di mari sconosciuti e altre attività temerarie che sono evocate per giustificare la tortura scientifica degli animali, i quali non si concedono volontariamente all’aguzzino. Gli uomini che prendono parte al difficile lavoro di costruzione, che partecipano ad avventure che attraversano gli spazi artici o che realizzano altre imprese rischiose, agiscono volontariamente a proprio rischio e pericolo per soddisfazione e vantaggio personali.

C’è un contrasto totale tra il libero sacrificio personale per il bene degli altri e il sacrificio imposto. Il primo è divino, il secondo è infernale. E la vivisezione rappresenta un sacrificio del secondo tipo.

Inoltre, come detto in precedenza, la morte non è tortura. Ricordiamoci che il diritto alla vivisezione per la sua peculiarità differisce da ogni altro diritto assunto dagli umani sugli animali, e che i suoi difensori, se non completamente irrazionali e ignoranti, rivendicano la prerogativa di infliggere non la morte violenta o semplice dolore, ma agonie orribili e prolungate, come quelle di mettere il curaro nelle ferite di un cane e prolungare la sofferenza, ora dopo ora, nel silenzio e nel buio della notte, per lasciarlo morire tra i tormenti nel laboratorio di Paul Bert, il moralista!

È vano appellarsi ai vivisezionisti affinché cessino le crudeltà quotidiane perpetrate nelle loro stanze degli orrori. In passato, quando i preti della Chiesa medievale torturavano e bruciavano gli uomini per salvare le loro anime, sotto gli auspici del SantʼUffizio, il mondo non chiese l’abolizione dell’Inquisizione e delle sue pratiche infami ai prelati e ai decani eminenti delle sacre gerarchie. I sacerdoti del medioevo, come i sacerdoti della scienza odierna, trovarono frasi raffinate per difendersi e definirsi uomini di coscienza e senza fini personali. Tuttavia la controversia tra la Chiesa e il mondo laico fu risolda da quest’ultimo con la condanna della corporazione ecclesiastica e non permangono motivi per recriminare la perdita di privilegi, tavoli da tortura e segrete.

Una scienza basata sulla tortura non può essere una vera scienza così come non è una vera religione quella che si basa sulla tortura. Ciò che vogliamo è una nuova Riforma, ma questa volta nell’ambito della scienza!

Del resto, gli strumenti usati nei nostri laboratori di vivisezione sono simili a quelli medievali. Il moderno arsenale è tale e quale a quello usato nei giorni di Torquemada o di Isabella di Spagna; oggigiorno il muto e innocente cane ha preso il posto dell’ebreo o dell’eretico e le creature che l’uomo considera inferiori sono legate alla ruota e torturate con la speranza di estorcere qualche segreto della loro vita, ignorando completamente che la Natura, offesa e agonizzante, risponde più spesso con una bugia che non con la verità, come fa una vittima umana sul tavolo da tortura.

Sono stati fatti vari tentativi per dissuadere gli antivivisezionisti dalla crociata intrapresa, invitando loro e l’opinione pubblica generale a distogliere l’attenzione e le investigazioni verso altri abusi più o meno gravi: “Perché voi, persone dal cuore gentile, non vi occupate di riformare le pratiche crudeli dei mandriani, dei cocchieri, degli sportivi, dei macellai e così via? Perché non provate ad alleviare la miseria che regna ovunque fuori dai laboratori di vivisezione, prima di attaccare i metodi degli uomini di scienza?”.

A tutto questo replichiamo che ci occupiamo strenuamente di tutte queste cose, ma che ogni sforzo è paralizzato dal fatto che non solo la vivisezione per la sua natura è la più crudele delle crudeltà, e pertanto il principio e la fine dell’offesa, ma che è l’unica tra le crudeltà ad essere tutelata dalla legislazione statale, sebbene altre e minori barbarie siano ufficialmente condannate. Fino a che il principio della crudeltà sarà incoraggiato e mantenuto in vita dalla legge e dalle alte sfere della scienza, tutti i tentativi di estirpare le crudeltà minori risulteranno vani.

Ad esempio, come possiamo insegnare ai nostri figli i doveri dell’umanità verso gli animali, quando durante il loro percorso di studi, imparano gli orrori perpetrati nei laboratori di scienza delle scuole e dei licei da insegnanti e professori venerati e imitati? O come possiamo interferire positivamente nel limitare le barbarie sulle strade, qualora i maltrattamenti sugli animali da parte del brutale carrettiere o del mandriano non si avvicinano alle crudeltà commesse nei laboratori di fisiologia, questi ultimi propugnati dalla legge? Come possiamo esortarlo di smettere di sfruttare il suo cavallo vecchio e malandato, rotto dalla fatica al servizio dell’uomo, quando il risultato della nostra caritatevole interferenza può essere, non il meritato riposo dopo una lunga vita di lavoro, e nemmeno un veloce colpo di mannaia inferto dal macellaio, ma una lunga e orribile agonia in una delle infernali scuole di vivisezione a beneficio della “scienza”?

Sfortunatamente, non possiamo che rimanere in silenzio, pregando nei nostri cuori che la povera creatura abusata possa fare di tutto per morire piuttosto che subire i tormenti fino alla fine della sua vita innocente servendo fedelmente tra le pene dell’inferno. Tutto, piuttosto che il bisturi, la sega e il ferro rovente del vivisettore!

Chiediamo giustizia! Giustizia non solo per gli innocenti e indifesi animali, ma anche per gli uomini stessi.

L’attuale normativa di questo Paese è palesemente ingiusta e ignobile. Attacca i piccoli e rispetta i giganti della crudeltà. Il pover’uomo, che per sopravvivere accidentalmente sfrutta il suo cavallo o il suo asino, è punito dalla legge che protegge i professoroni che sistematicamente scorticano e bruciano vive molte creature viventi.

La legge dovrebbe essere amministrata egualmente per tutti gli uomini, ricchi e poveri, professori o laici, ignoranti o istruiti. Oppure si deve ammettere che non c’è danno nel maltrattamento di animali ammalati, e in questo caso una legge che li protegga è ridicola, o l’uomo che taglia un cane vivo in un laboratorio merita una punizione come l’uomo che frusta il suo cavallo per la strada, e in questo caso la legge non dovrebbe favorire il ceto sociale o il primo malfattore alle spese del secondo. Se la vivisezione è permessa, incoraggiata e finanziata dallo stato, allora le associazioni di protezione degli animali non hanno locus standi e potrebbero essere abolite in quanto anomale, assurde e illogiche.

Un buon cristiano una volta mi disse: “Non potrei mai essere felice nella gioia del paradiso se sapessi che altre anime sono condannate al tormento eterno. Un tale pensiero mi rende amara la felicità”. Bene, ciò assomiglia al sentimento provato dall’antivivisezionista riguardo alla sofferenza delle vittime del laboratorio di fisiologia. Il terribile pensiero che ogni giorno il sole nascente testimonierà l’inizio di centinaia di spietati martiri di creature indifese per la cristianità, il pensiero che ogni sera quando andiamo a riposare il silenzio della notte continuerà a portare ulteriori sofferenze, terrore e morti orribili a queste infelici creature, il pensiero che queste cose hanno luogo non per un accidente o per eventi naturali in luoghi lontani e incivili, ma qui, tra di noi, nel cuore delle nostre città, nella porta accanto, forse nella nostra stessa casa, con azioni legali, deliberate, organizzare e sistematiche, questo fa piangere il cuore, ci amareggia la vita e ci costringe a riflettere che, dopo tutto, la civiltà e il progresso umano non sono altro che deliri febbrili, futili, insignificanti e grotteschi.

E questo accade perché quando un vivisettore ci chiede con rabbia: «Che diritto avete di immischiarvi nelle ricerche degli scienziati? E noi ci rivolgiamo a loro con rabbia maggiore: “Che diritto avete voi di rendere la Terra inabitabile e la vita insopportabile per gli uomini che hanno un cuore nel loro petto?”.

Il punto non è che i fautori della vivisezione non si stancano mai di dichiarare che l’opinione pubblica è incapace di valutare le necessità scientifiche, ma piuttosto che gli scienziati si sono dimostrati incapaci di riconoscere i doveri verso la moralità pubblica.

Se nelle questioni tecniche di fisiologia è giusto considerare il pubblico come “profano”, è ugualmente corretto considerare “profani” gli esperti di vivisezione in relazione ai principi della condotta morale. Una laurea in fisiologia consente loro di atteggiarsi ad arbitri esclusivi dell’etica? O non è piuttosto vero che, essendo loro indifferenti agli interessi della moralità e incompetenti a fare considerazioni psicologiche, considerano i difensori di queste ultime, come degli ignoranti rispetto alle esigenze scientifiche e incapaci di comprenderli, solamente a causa della loro cecità morale?

Ora, il fatto è che la questione è di interesse etico e concreto.

Se la società giustamente rifiuta di riconoscere l’infallibilità della casta clericale riguardo a temi che investono l’opinione pubblica, come ad esempio le persecuzioni per motivi religiosi, è altrettanto giusto rifiutare di ammettere l’infallibilità della casta scientifica e materialista per le questioni che pertengono alla sfera pubblica. Il mondo ha rifiutato il compromesso con l’Inquisizione e con la tratta degli schiavi nonostante gli enormi interessi implicati, e le stesse ragioni che hanno influenzato gli uomini civili ad accordarsi con le istituzioni dovrebbero farlo anche oggi, date le richieste e gli interessi in gioco con la vivisezione.

È vano insistere sul fatto che la maggioranza dei moderni torturatori per la causa scientifica sono uomini istruiti, intelligenti ed eminenti, illustri sapienti, professori venerabili, che sono essi stessi i migliori giudici di ciò che è necessario per la scienza, che possono essere considerati in grado di agire per il meglio, e che sono preminentemente umani e compassionevoli nella loro condotta e nei loro metodi.

Si è detto lo stesso con altrettanta certezza per la maggior parte dei torturatori per motivi religiosi. Anche loro erano uomini del loro tempo, istruiti, riveriti ed eminenti e, come i vivisezionisti, erano spesso gentili e brillanti rappresentanti della società, capi stimati, dignitari statali di alto rango. E non c’è ragione di dubitare che le atrocità di cui furono attenti autori ed inventori furono animate non dall’amore per la crudeltà, ma dallo zelo verso la religione, il progresso della Chiesa e la dedizione per il bene dell’umanità.

Anche le usanze più barbare hanno avuto dei seguaci semplicemente perché erano un’abitudine.

La storia dimostra che l’abolizione dei sacrifici umani e non nei culti religiosi fu a suo tempo considerata come una minaccia per la fede perché espressione di sadismo e degenerazione. I combattimenti tra gladiatori, tutti i tipi di divertimenti crudeli e barbari che nel passato erano popolari, sono stati in seguito soppressi e sempre tra le clamorose proteste di coloro che volevano mantenerle. Nessuna giustificazione basata sulla presunta utilità della vivisezione dovrebbe escluderla dalla categoria delle pratiche indegne di un’epoca civile.

L’abuso della forza è un crimine ingiustificabile e disonora coloro che la esercitano con autorità dispotica e che per tentare di giustificare tali abusi la rappresentano come un mezzo per ottenere un fine lodevole. Sono le stesse argomentazioni espresse da un celebre malvivente che per tentare di giustificare le sue azioni violente, disse: “Se ho rubato l’ho fatto solo contro gli eretici con l’intenzione di arricchire le casse della Chiesa”.

La crudeltà è sempre crudele e solo i gesuiti e Paul Bert oseranno riabilitare il sofisma espresso nell’assioma clericale: “Il fine giustifica i mezzi”, anche quando il “fine” è il “progresso scientifico” i mezzi “soffrono più atrocemente di quanto l’immaginazione possa concepire” e le vittime sono degli esseri incapaci di difendersi o vendicare i torti subiti.

Fortunatamente per l’umanità, gli arbitri della coscienza nazionale non sono né ecclesiastici né biologi, ma persone normali.

Analizzando la storia dell’Inquisizione, della schiavitù e del dispotismo ho fiducia nel futuro!

C’è una dottrina migliore di quella della scienza, c’è una legge più alta di quella dell’utilità materiale. Nessuno di noi tema, vivendo nel modo migliore e più nobile, di perdere cose che avremmo potuto avere con mezzi più vili. Il maggiore include il minore e la scienza del Cielo racchiude tutti i saperi inferiori. Cerchiamo prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose verranno da sé. Non c’è niente che l’uomo giusto non possa sapere perché il suo spirito è divino e in grado di svelare tutti i segreti nel loro ordine.

Perché l’amore è la soluzione universale, e il metodo dell’amore in tutte le sue forme è coerente con i suoi oggetti e con i suoi propositi.

In conclusione, raccomando specialmente ai miei colleghi della facoltà di medicina le coraggiose e lodevoli parole che il dr. Samuel Johnson rivolse ai fisiologi del suo tempo:

Possano tutti gli uomini di cuore che esercitano la nobile scienza della medicina, il cui scopo è il sollievo dalla sofferenza, condannare pubblicamente le pratiche della vivisezione, perché screditano la professione, e finiranno per soffocare quei sentimenti che meritano la fiducia della gente, e la cui mancanza è peggiore del dolore fisico”.

 
traduzione a.z
pubblicato per la prima volta in italiano in
Bruna Bianchi, Chiara Corazza, Annalisa Zabonati (A cura di), Le donne, la scienza, l’economia. Una antologia (1888-2013),  Quaderno 1, Dep 35, 2017, pp. 6-14.

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