Fuori luogo dappertutto. Abitare sulla soglia

di Egon Botteghi

L’immagine della soglia, della porta è un’immagine ricorrente nel mio pensiero che origina dalla mia esperienza, dal mio modo di stare nel mondo, a partire dalla mia sensazione, come persona transgender, di avere una porta tracciata dentro di me. Una porta su cui io avevo scritto “non aprire”, perché aprire quella porta significava varcare uno dei confini più presidiati della nostra società, il confine tra gli uomini e le donne.
Avevo paura di ammettere di appartenere ad un’alterità non prevista e poco tollerata, di andare a collocarmi in uno spazio maledetto, in un luogo abitato dal rifiuto.
Quando alla fine ho attraversato la soglia ho capito che questo spazio del rifiuto non mi avrebbe ucciso, ma si sarebbe trasformato in diverse esperienze: alcune volte di grande crescita, altre di fallimento. L’esperienza di confine e di rapporti tra accademia ed attivismo, che io ho cercato di abitare, la sento in questo momento come un’esperienza di fallimento, rifiuto e confinamento.
Qualcosa di claustrofobico in cui mi sento incastrato.
Molti studiosi ravvisano in diversi momenti storici e geografici una sorta di ruolo sociale delle persone transgender costante: quello di mediatrici tra esperienze dell’esistenza umana che sembrano avere un confino netto e che per questo devono essere messe in collegamento ed in dialogo per un armonioso funzionamento sociale.
Così le persone transgender, che sorgono da uno spazio liminale, si sono trovate a fare da sponda di comunicazione tra i generi (uomini e donne), tra l’umano e il divino, tra l’umano e l’animale.
C’è un forte collegamento tra la presenza di miti fondativi che sanciscono questo ruolo per le persone transgender e la tranquillità con cui queste persone vengono considerate parte integrante del tessuto sociale e non una devianza da eradicare, come nella nostra società occidentale.
Così mi piace immaginare che ci sia una sorta di destino in me.
La mia “mania” di creare collegamenti, ponti e mediazioni tra differenti spazi deriva forse dal mio essere transgender?
E la difficoltà che esperisco ed il fallimento che alle volte mi prostra, deriva, oltre che da mie incapacità personali, anche da una resistenza della mia società, che è stata tutta tesa al discernimento, alla divisione ed alla classificazione piuttosto che all’allentamento dei confini?
Come capire quando è arrivato il momento di abbandonare un confine troppo arido e che nessuno vuole seriamente coltivare?
Un’altra metafora che mi ha molto ispirato nel pensiero e nella pratica degli ultimi 6-7 anni è quella del ponte, così come è stata descritta dalla studiosa ed attivista LGBTQI pattrice jones:
“tutti parlano di costruire ponti tra movimenti, ma penso che dobbiamo andare oltre. Quelli di noi che vogliono coprire il divario tra movimenti (…) devono essere i ponti che immaginiamo. Così come i ponti devono estendersi e sopportare pesi, anche noi dobbiamo allungarci e sopportare disagi”.
Qui sembra sancito un destino per gli esseri medianti, quello di stare nella scomodità e nel disagio,sentimenti da me ampliamenti esperiti e di cui voglio parlare.
Nel caso specifico del tentativo di gettare ponti tra accademia ed attivismo, io mi sento come se fossi finito ad abitare nello spazio desolato e reietto sotto ad un ponte mai realmente ultimato.
Contemplando quelle che per me sono le rovine di un mio personale tentativo, vedo apparire un paesaggio costellato da dicotomie che percorrono, come ferite, anche il mio corpo situato: tra accademia ed attivismo vedo stagliarsi tipici binomi, quali alto/basso, puro/spurio, scientifico/popolare, pensiero/azione, distaccato/coinvolto, retribuito/volontario, alto/basso, pulito/sporco, composto/agitato.
Mi sovviene ancora pattrice jones quando afferma: “Alcune studiose ecofemministe sostengono che la LOGICA del DOMINIO sia presente sia nella struttura del sistema sociale che nella nostra psicologia: tutti gli individui cresciuti in Europa o negli Stati Uniti, cresciuti dunque secondo questa logica, la percepiscono come naturale, percepiscono una forma di DUALISMO OPPOSTO.Maschi vs femmine, umani vs animali, mente vs corpo, natura vs cultura, ecc. sono elementi visti come diversi ed opposti tra loro. Inoltre questa logica non si limita unicamente a creare binomi, ma a favorire un elemento rispetto all’altro”.
Quindi le dicotomie che colorano diversamente l’accademia e l’attivismo (l’accademia vuole essere ancora algida e l’attivismo ha invece le mani sporche?) originano dalla logica del dominio?
Allora forse quello di cui è più urgente parlare è la disparità di potere e di privilegio?
Sinceramente, quando si parla di rapporti tra accademia e attivismo, mi sento fatto a pezzi da queste dicotomie, sento il mio corpo smembrato, lasciato su di una soglia che pare non essere attraversabile.
Mi sento confinato, incastrato tra due blocchi, invece che dedito alla costruzione di un ponte tra due possibilità.
Mi sento fuori luogo in ogni luogo, non adatto ed adattato a nessuna delle due parti, con un confuso senso di disagio e di aver tradito qualcosa.
Forse è giunto il momento, magari destinato a passare e ad evolversi in tempi più consoni, di issare sulle mie rovine la bandiera del fallimento, chiara o scura che sia, di smettere di abitare luoghi quando la parola d’ordine è attraversare, o di credere di poter avere un ruolo positivo in quanto chimera perché tutti parlano di ibridazione e meticciamento.
È giunto il momento del disinganno.
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