Queering animal liberation- intervento di Egon Botteghi

Sabato 23 giugno, all’interno degli eventi del Padova Pride, si è svolta una conferenza dal titolo “Ripensare i generi tra antispecismo e ambientalismo“. Anguane erano presenti e di seguito riportiamo l’intervento di Egon.

Queering animal liberation

di Egon Botteghi

Quando il collettivo Anguane si costituì nel 2012, il “movimento” antispecista italiano era nel pieno di quello che, anche nei dibattiti interni, veniva indicato come “solipsismo antispecista”. A causa infatti di una presunta superiorità morale e di intenti di cui il “movimento” si era investito, era molto difficile per chi si diceva antispecista avere, non dico alleanza, ma anche solo contatti con altri movimenti radicali e di liberazione.

Come scriveva annalisa zabonati, una delle fondatrici del collettivo Anguane negli atti della prima giornata di studio LiberAzione GENERale (Osteria Nuova, 2013):

“L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di supposto sapere sulle varie forme di oppressione e di dominio.”

In particolare, proprio sui temi sui temi LGBTQI, sempre zabonati scrive:

“La tolleranza manifestata [dal movimento antispecista rispetto alle persone LGBTQI] è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla non conoscenza dei temi derivanti dalle lotte di rivendicazione e di liberazione femministi e LGBTQI.” (ibidem)

Molti erano gli attivisti antispecisti che sostenevano di voler evitare qualsiasi contatto con attivisti di altre lotte, anche se depositari di saperi e pratiche che erano alla base dello stesso movimento antispecista, in quanto non vegani, fino a voler escludere anche rapporti amicali e affettivi con gli “onnivori”.
Questa visione ideale di sé impediva alla maggior parte del movimento ed alla maggior parte dei singoli di vedere cosa accadesse realmente nelle sue fila, oltre ad essere estremamente moralista e essenzialista.

Il collettivo Anguane nasce proprio a fronte di episodi di strisciante omo-trans-negativistà e sessismo esperiti da parte di alcun* attivist* animalist* antispecist*, con l’intento di riflettere su queste forme di discriminazione, a partire dal proprio vissuto, e cercare di avviare una critica franca sull’argomento in seno al movimento antispecista di cui facevano attivamente parte.
Altro scopo fondamentale del collettivo era quello, sempre a partire dal proprio sé e dai propri saperi incarnati, di avviare le basi di una correlazione tra movimento per la liberazione animale e movimento LGBTQI anche qui in Italia.
Volevano cioè essere quei ponti tra le lotte di liberazione nel senso suggerito dall’ecofemminista pattrice jones, ponti cioè che non si costruiscono solo teoricamente, ma che si esperiscono con le proprie vite e con la propria pratica, direi quasi con la propria biografia.
Le attiviste infatti del collettivo Anguane erano donne e persone transessuali, impegnate nel femminismo e nella liberazione animale e nella lotta quotidiana al sistema “pastoral-patriarcale” che le avrebbe volute sottomesse e marginalizzate. Al momento della fondazione, del collettivo facevano parte tre persone transessuali, di cui una attivista antifascista di “lungo corso” e antispecista che viveva autoproducendosi libri, una veterinaria che stava lasciando la professione per motivi etici ed una che aveva condotto la responsabilità fino a quel momento di un rifugio antispecista per animali da reddito.
La altre due compagne, da cui era partito l’invito alla fondazione del collettivo, erano due donne femministe e queer che si erano conosciute in un gruppo antispecista, entrambe impegnate in un progetto di sportello di ascolto ed erogazione di servizi per persone trans.

Uno dei primi lavori del collettivo è stata una ricerca (attraverso interviste in presenza) tra alcun* attivist* antispecist* trans italian* per investigare il loro punto di vista sulle possibili correlazioni tra percorso transessuale e attivismo animalista. Le interviste, assieme ad articoli tradotti dall’inglese a cura del collettivo sempre sul tema delle intersezioni tra soggettività vegane/antispeciste e queer, andarono poi a costituire la pubblicazione Queering Animal Liberation (2014), facente parte della distro del collettivo.
Pur con delle posizioni non completamente assimilabili tra loro, le persone trans antispeciste qui intervistate risposero constatando una vicinanza di esperienza di oppressione tra loro e gli animali non umani.

Per esempio Lucia:

“Rispondo con una considerazione che nasce dalla conoscenza delle dinamiche di oppressione sociali e politiche di donne trans ed animali. Se nella mia vita non avessi incontrato nessuno che avesse risposto positivamente alla mia richiesta di essere riconosciuta al femminile, la mia vita sarebbe stata un inferno. I maiali di cui incontriamo gli occhi in autostrada ci chiedono di riconoscere i loro bisogni, ma la loro richiesta è inascoltata, non sono visti, e la loro vita è un inferno.”

In effetti le similitudini tra norme e trattamenti per persone transessuali nel nostro paese e norme e trattamenti che regolano la vita e la detenzione degli animali da reddito è stato uno dei temi portati per la prima volta da un componente del collettivo all’interno di un incontro antispecista in Italia. All’incontro italiano per la Liberazione Animale del 2012 (incontri in cui convergevano gruppi di tutto il paese per confrontarsi sulle pratiche, la teoria e le campagne in corso) fu da me infatti presentato un workshop in cui mettevo in correlazione la legge di rettifica del sesso per le persone transessuali in Italia e le norme di detenzione degli animali da reddito (tema poi ripreso l’anno dopo nella già citata giornata di studio e lotta politica LibArazione GENERale).
Allora, essendo sempre in auge la pratica della sterilizzazione obbligatoria per rettificare i documenti alle persone transessuali, era forte un parallelismo tra la violenza della 164 e le norme di stampo igienico-sanitario sulla gestione degli animali da reddito:

“L’Italia si distingue quindi per una certa rigidità, dove gli animali da reddito devono rimanere tali fino alla morte, e dove le persone vengono distinte rigidamente in maschi e femmine, e chi non si riconosce in questo stato di cose è trattato in maniera punitiva. Nel caso degli animali sono i veterinari che hanno il compito di vigilare sullo status quo, mentre per le persone transessuali è la classe medica che dirige il loro percorso. Entrambi sembrano posti a guardia di grandi interessi, che si stagliano, abbastanza chiaramente sullo sfondo.
Perché nel nostro paese alberghi una tale arretratezza, che ingabbia i corpi in categorie fisse ed immutabili, è tema su cui riflettere. Quello che è certo è che, come antispecisti, siamo chiamati ad una lotta di liberazione qui ed ora, perché questo ordinamento smetta di fare vittime, smetta di causare tanto versamento di sangue di tantissimi animali, umani e non.” (Soggetti politici e diritti: lo status di chi non deve esistere”, 2012)

Il mio auspicio come antispecista non fu realizzato, tanto da dovermi allontanare quasi del tutto dal “movimento” per un certo tempo a causa della mia transizione.
Il collettivo Anguane si impegnò nel lavoro di creare ponti tra attivist* per la liberazione animale e attivist* LGBTQI con il progetto “LiberAzione GENERale”, giornate di studio e lotta politica itineranti. La prima edizione si svolse ad Osteria Nuova (Firenze) nel Febbraio del 2013, con la collaborazione del collettivo Intersexioni, OLS, la rivista antispecista “Liberazioni” e il programma radiofonico antispecista “Restiamo animali”, con il focus sulle correlazioni tra antispecismo, antisessismo, intersessualità ed omotransfobia.
Il senso della giornata si può esprimere attraverso questo passo tratto dall’introduzione alla pubblicazione degli atti, in cui ritorna il tema dell’esperienza trans come cifra di comprensione e cambiamento del proprio modo di fare attivismo antispecista:

“Da quando ho intrapreso il mio percorso di transizione da femmina a maschio (…), ho cominciato ad esperire sulla mia pelle cosa sia lo stigma, l’essere considerato non umano, avere meno importanza degli altri della mia specie, l’essere inferiore insomma, e l’avere a volte anche paura di ciò, ed essere condizionato da questa situazione nelle mie risposte e nelle mie reazioni agli abusi. Avevo qualcosa che mi accomunava a tutti gli ospiti del rifugio per animali da reddito che ho fondato nel 2008(…) ho visto la connessione tra la mia e la loro condizione ed ho pensato che quelle persone che sono impegnate giornalmente, che vivono quotidianamente dentro le varie lotte, sono preziosissime per i movimenti, che invece tendono ad essere mono blocchi e non vedere altro che quello che considerano la loro lotta, e quindi la lotta per eccellenza, l’unica importante” (Atti della giornata LiberAzione GENERale, 2013)

Uno degli argomenti per “gettare ponti” tra liberazione animale ed LGBTQI fu presentato da una delle persone trans facente parte del collettivo, Michela Angelini, medico veterinario e donna transgender, che allora si diceva attivista LGBTQI e antispecista, nel suo paper “Bio-Diversità: omosessualità e transessualità in natura”.
Angelini racconta della censura da parte di etologi, zoologi e naturalisti verso le osservazioni sui comportamenti omosessuali e transessuali negli animali:

“Analizzando il secolo appena concluso, in cui qualsiasi forma di omosessualità era per definizione contro natura, non potevano certo essere sponsorizzati i ‘comportamenti devianti’ tra gli animali.Tale era la paura di essere screditati agli occhi dei colleghi e di essere allontanati in malo modo dal mondo scientifico, che nessuno studioso osava annotare comportamenti omosessuali o, al massimo, venivano segnalati come atti di dominanza.” (Angelini, Atti della giornata, op. cit.)

Gli appunti sul comportamento sessuali dei pinguini di George Murray Levick del 1911, ad esempio, vennero giudicati troppo scioccanti per il pubblico dell’epoca e vennero quindi tradotti in greco antico e secretati e furono resi pubblici solo nel 2012. Oggi quindi gli etologi possono dire che esistono 1500 specie omosessuali e che non è stata trovata nessuna specie che, osservata, non abbia evidenziato comportamenti omosessuali. In numerose specie coppie stabili omosessuali allevano prole.

“L’omosessualità ed il transgenderismo in natura sono ben rappresentati. I biologi sono soliti riferirsi alla pressione evolutiva solo in termini di cambiamenti climatici, di temperatura, condizioni geografiche, presenza di nuovi pericoli od opportunità, ma mai in termini sociali. L’oad uscire dall’idea che l’antispecismo sia qualcosa di neutro (…) non bisogna partire dall’idea che essere antispecisti equivalga a essere onnicomprensivimosessualità può essere vista come riduzione della competizione per l’accoppiamento o come nuova strategia per l’accoppiamento, come metodo per evitare i conflitti o come motivo per favorire i rapporti sociali. La genitorialità omosessuale può permettere l’allevamento di una prole più numerosa. Il ‘sexual mimicry’ può portare ad un miglior sfruttamento delle risorse ambientali o può confondere le idee ai conspecifici sufficientemente per evitare attriti ed infanticidi. Gli animali che presentano comportamento omosessuale potrebbero agire in accordo con strategie adattive, favorendo l’evoluzione, al contrario di quello che siamo abituati a pensare seguendo le leggi darwiniane. I comportamenti sociali, nel tempo, possono produrre cambiamenti fisiologici, nell’anatomia o portare acquisizione di nuove abilità” (Angelini, Ibidem).

Far emergere il comportamento omosessuale e transessuale negli animali non umani era importante nell’ambito del progetto LiberAzione GENERale in quanto era fruttuoso per gettare un ponte tra i due ambiti di lotta che si voleva mettere in contatto.
Parlare di omosessualità negli animali decostruiva infatti il concetto di “omosessualità contro-natura” (e quindi utile al discorso LGBTQI) ed al contempo decostruiva l’immagine degli animali non-umani come dominati dai soli istinti (e quindi a noi inferiori), tra cui l’istinto alla riproduzione (utile al discorso antispecista).

“Per anni qualsiasi teoria che avallasse l’idea che tra gli animali potesse esistere la possibilità di atti sessuali non a scopo riproduttivo è stata rifiutata per paura di antropomorfismo, per paura di trovare giustificazione al sesso omosessuale tra gli uomini.” (Angelini, ibidem)

Ancora oggi, nel 2018, nelle presentazioni di associazioni LGBTQI come Famiglie Arcobaleno, ci sono slide dedicate all’omosessualità in natura per dimostrare come le famiglie omosessuali non possono più essere demonizzate dall’argomento della contro naturalità.
Eppure l’argomento della “naturalità” è stato usato da parte del movimento antispecista italiano per allontanare violentemente compagn* transessual*, come il collettivo Anguane (seguendo l’obiettivo della “discusisione franca” coevo alla fondazione) ha cercato di portare all’attenzione durante il X° incontro di Liberazione Animale nel 2014 ed in altri momenti della vita del “movimento” antispecista.
Durante il workshop “Discorso critico sul sessismo e il sessismo nel movimento animalista” tenuto dal collettivo in quell’occasione, sono stati presentati alcuni casi di violenza transfobica accaduti all’interno del “movimento” antispesista italiano, dove una delle accuse rivolte a compagn* trans era proprio quello di essere “contro natura”, dal momento che non esisterebbero animali transessuali in natura e che il percorso transessuale presuppone una tecnologia medica, da cui discende che le persone trans sarebbero incompatibili con il “movimento” stesso, essendo clienti delle ditte farmaceutiche.
D’altra parte, in quello stesso workshop emerse di come vi fossero antispecisti (e si parlava di persone che avevano/hanno un proprio seguito) che, quando era stata menzionata la ricorrenza del TDOR (Transgender Day of Remembrance), dichiararono che queste morti non contavano, per lo meno non in rapporto alla numerosità delle morti animali che sono miliardi, così come le realtà antispeciste non dovrebbero interessarsi della lotta delle persone Intersex (altra alleanza che il collettivo cercava di proporre) in quanto gli antispecisti devono pensare alla lotta per gli animali e non confondere le idee con altre lotte/argomenti.
Il collettivo Anguane in quel workshop esortava “ad uscire dall’idea che l’antispecismo sia qualcosa di neutro (…) non bisogna partire dall’idea che essere antispecisti equivalga a essere onnicomprensivi.” (“Discorso critico sul sessismo” in X° Incontro per la liberazione animale, 2014)

“(…) quando si parla di dominio sugli animali, non si può non prendere in considerazione l’idea che il dominio ce l’abbiamo, come dire, intrinseco e che se non smantelliamo quello che abbiamo dentro di noi non serve a nulla andare a fare gli eroi liberatori. Occorre fare attenzione e ricordare che alcune ecovegfemministe stanno già ragionando, da decenni ormai, su queste questioni e che in qualche caso sono arrivate a creare gruppi separatisti” (Discorso sul sessismo, X incontro di Liberazione animale 2014)

Personalmente sono debitore proprio ad una delle ideatrici del collettivo, annalisa zabonati, per la conoscenza del pensiero ecofemminista, la quale si è ampiamente operata per la diffusione di tali autrici in Italia, anche nel tentativo di contrapporle al “Club dei maschi” che continuamente venivano (e vengono) citati come “padri” e teorici dell’antispecismo.
Ad esempio, c’è una pubblicazione in proprio del collettivo Anguane del 2013 intitolato “Pensieri ecovegfemministi tra teorie e prassi”, in quanto:

“l’ecofemminismo si presenta come un sistema di valori, un movimento sociale, un’analisi politica e sopratutto una pratica. (…) L’ecofemminismo, termine che abbraccia le teorie femministe vegane e quelle femministe animaliste (…) ha dato avvio ad un filone fondamentale del pensiero femminista e animalista (…) . Le ecovegfemministe insistono sull’importanza dei sentimenti e delle emozioni che scaturiscono dall’incontro con gli-altro-da-umani e criticano il tentativo di rendere astratta la riflessione su una questione che implica corpi, menti, emozioni e cognizioni. ” (zabonati 2012)

Continua zabonati nel citato work shop del 2014:

“Ho fatto una serie di ragionamenti per cercare di far emergere alcune questioni sessiste che accadono spesso nel movimento antispecista:
– la suddivisione di compiti e ruoli in base al sesso e al genere
– la negazione delle difficoltà comunicative e relazionali da parte delle donne
– la forte presenza di atteggiamenti di omotransnegatività
– la presunzione che l’antispecismo sia di per sé antisessista, antiomotransfobico, anti-tutto e invece dovrebbe interrogarsi sulle proprie microdiscriminazioni
– l’elusione massiccia di argomenti che riguardano le donne e le persone LGBTQI

(…) Rispetto al femminismo si fa di solito riferimento solo al movimento datato di un’altra epoca o, per contro, ai neonati movimenti come “se non ora quando”, confondendo i piani e dimenticando sopratutto che l’attuale ecovegfemminismo (al quale il collettivo Anguane rivendica l’apparrtenenza) si accompagna a tutta una serie di riflessioni sul lavoro delle donne, sulla comprensione dello sfruttamento del territorio, sull’importanza dell’economia di sussistemza (…) L’antispecismo non è l’unica lotta che comprende tutte le altre. Ci dobbiamo mettere in testa che è invece solo una delle varie lotte da portare avanti, insieme alle altre lotte e che non ci si può lavare continuamente la bocca con la parola intersezionalità che può voler dire tutto o niente. L’intersezionalità, per essere veramente politica, deve sapere riconoscere le varie oppressioni, non sommarle assieme, ma considerarle come un intreccio che varia. (…) Invece l’intersezionalità, chiamiamola liberale, ci parla di un’unica oppressione generalizzata e uniforme che credo sia profondamente sbagliata.” (zabonati, 2014)

La discussione che ne scaturì allora, durante il workshop nel 2014, in quello che era considerato come l’incontro più avanzato della riflessione teorica e pratica dell’antispecismo italiano, fu dominata per buona parte dal “senso di accusa” e dalla funzionalità del “senso di accusa” che poteva risuonare dalle parole e dagli esempi portati del collettivo e non ci fu assolutamente la messa a tema degli episodi transfobici e sessisti che il collettivo aveva portato. Forte sembrava essere la preoccupazione da parte del “movimento” di difendere la sensibilità e i sentimenti dell’oppressore di fronte alle parole dell’oppresso e ci furono poche voci (a maggioranza persone trans antispeciste) che spiegarono ad esempio come non deve essere “l’oppresso” a fare un’opera di pedagogia “gratuita e sofferta” rispetto a chi ha una posizione di privilegio.
Anche una ecovegfemminista spesso citata come Breeze Harper ha scritto quest’anno un articolo sulla “morte dell’intersezionalità”, articolo che si può trovare tradotto sul blog del collettivo Anguane ad opera di a.z.:

“Lo scorso anno ci sono stati diversi dibattiti sul modo in cui il veganesimo mainstream abbia cooptato l’intersezionalità, perdendo il significato e l’intento originari (…). A prescindere da questo è evidente che l’intersezionalità non smantella i sistemi di oppressione, ma dimostra solo come ogni identità sociale e/o lotta siano ‘connessi’. (…) L’obiettivo non è rimanere ‘bloccati’ nella spirale del meccanismo per cui ‘tutto è connesso’, ma si deve fare il grande passo per smantellarlo, anche se ciò significa rinunciare a molte condizioni di privilegio bianco(…). L’attuale definizione inglobata di intersezionalità non eradica i privilegi bianchi liberali nonostante guadagni sempre più popolarità tra le/i bianche/chi liberali.” (Harper, 2018).

Adesso che anche in Italia, al contrario di quando questo collettivo iniziò il suo percorso, parlare di intersezionalità e di connessioni tra le lotte animaliste, femministe e queer sembra un tema centrale in certi ambienti antispecisti e transfemministi, ci si sta interrogando abbastanza sul privilegio bianco e sulla bianchezza di questi movimenti in Italia, ad esempio?
Ci stiamo interrogando abbastanza su cosa sia il privilegio, sul non confondere i piani tra connessione e intersezionalità, su come si costruiscono le alleanze, evitando una notte dove tutte le “vacche sono grigie” e dove l’invisibile rimarrà sempre invisibile e forse anche strumentalizzato alla mia lotta?
Il collettivo Anguane ha percorso sei anni di lotta in una posizione tutt’altro che comoda, dovuta al fatto di operare su temi che in quel momento erano considerati marginali e problematici all’interno dei movimenti, di essere poche e sparse per l’Italia e con poche risorse, di essere donne e transessuali, ma lasciano una eredità importante per chi non ha paura delle domande scomode e non vuole adulare un re visibilmente nudo.

BIBLIOGRAFIA:

Annalisa Zabonati: “Ecofemminismo e altro-da-umani: una introduzione ed una rassegna” in DEP, 20, 2012, pp 189-193
Annalisa Zabonati: “Donne e animali: breve excursus tra teoria, prassi e militanza” in “MeM- Musi e muse-Teorie e pratiche tra genere e specie, 3, 2014
Annalisa Zabonati: “Discorso critico sul sessismo: il sessismo all’interno del movimento antispecista
Breeze Harper : “La vivisezione sulle schiave nere e la sperimentazione sugli animali umani: opprerssioni intersecanti” trad. it. di strix
Breeze Harper: “L’intersezionalità riposi in pace (o è troppo presto per mollare)” trad. it. a cura di a.z.
Marti Kheel: “Dire l’indicibile: il sessismo nell’animalismo” trad. it. Di strix
Atti del covegno “Liberazione Generale: tavola rotonda sulle correlazioni tra antispecismo, antisessismo, interesessualità ed omotransfobia”, Osteria Nuova (Firenze) 2013
Atti del convegno “Liberazione Generale due. Il sessismo come forma di dominio e controllo” Verona 2014

 

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