Voce di transessuale

Pubblichiamo un racconto inedito del 2015 di Egon, scritto in occasione del premio narrativa LGBTQI  “Inchiostro a colori”, su voce e transessualità.

 

“Lascia ch’io pianga mia cruda sorte…”
cantava Almirena nel Rinaldo di Händel… e chissà quanti castrati hanno cantato quell’aria da quel lontano 1711, come, in tempi assai più moderni, racconta anche il film su Farinelli (Farinelli, voce regina di Gerard Corbieau, 1994) , dove un attore assai grazioso da il volto ad una voce ottenuta registrando separatamente un soprano e un controtenore, per cercare di ottenere quella che doveva essere la voce naturale di un cantante evirato.
All’epoca in cui uscì quel film io cantavo da soprano e già adoravo quell’aria… il mio sogno, che mi sembrava una delle mie tante bizzarrie, era quello di poter cantare con la voce da soprano in un corpo da uomo… un sopranista… una splendida chimera, con la voce tra le nuvole ed un virile corpo felice su questa terra…
La mia voce, adatta alla musica antica e barocca, era una delle poche cose che apprezzavo della mia nascita femminile.
Non fraintendetemi, io adoro le donne ma la mia testa era altrove e quel corpo mi stava stretto mentre i neri segni delle note mi facevano viaggiare in tempi lontani, in sogni antichi.
“Lascia ch’io pianga mia cruda sorte e che sospiri la libertà…” e di pianti e sospiri ne ho sempre fatti tanti.
Chiuso nella mia stanza mentre i miei genitori mi chiedevano invano cosa avessi…
Ma io non riuscivo a rispondere… mia madre seduta sul mio letto, io affondato sul cuscino e più lei chiedeva e più il nodo alla gola si stringeva ed io affogavo nelle mie lacrime, finché non si arrabbiavano, sfiniti da quella figlia incomprensibile… ed io mi sentivo funesto e solo.
“Il duol infranga queste ritorte de’ miei martiri sol per pietà…”
Eppure sembra che il pianto mi abbia salvato.
Così mi disse tanti anni dopo la psicologa che mi seguii durante la transizione da donna a uomo.
Il pianto ha impedito che mi chiudessi completamente in me stesso, ha permesso in qualche modo al dentro di uscire fuori ed a far sì che interno ed esterno si sfiorassero sulle mie guance inondate.
Mi sembrava sì di annegare nelle mie lacrime senza motivo, ma almeno quel groppo nella mia gola non mi ha soffocato.
Ricordo che da bambino, ancora molto piccolo, facevo finta di suonare il pianoforte sul tavolo marrone di cucina e volevo sinceramente imparare a suonare quello strumento.
Dentro di me ardeva quel ragazzo e lo spirito della musica.
Ma i miei genitori non capirono nessuna delle due cose, esperienze troppo lontane dalla loro e mi spinsero sempre a fare dello sport.
“Devi fare uno sport, devi muoverti” tuonava mio padre, e così diventai un istruttore sportivo.
Quando però, anni dopo, riuscii finalmente ad accedere alla musica ed entrare in un coro
semiprofessionista, il mio arrivo fu salutato intonando “Gloria in excelsis Deo” dal Gloria di
Vivaldi, in onore al mio nome, che in quel momento mi parve meno orribile portare.
Tante volte eseguimmo quel lavoro sacro e per me era come immergermi in un fiume di pace e di forza, mentre svettavo tra le note dei soprani sopra le onde dei contralti e dei tenori, sostenute dalla linea dei bassi.
Studiai qualche anno da solista, ma quando l’impegno si fece serio non riuscii a farvi fronte,
coinvolto com’ero dal mio lavoro con i cavalli, fatto di levatacce mattutine e lunghissimi giorni di allenamenti e così voltai le spalle alla musica.
In quegli anni sognavo spesso la mia maestra di canto ed ogni volta sentivo una terribile nostalgia…era come se io fossi un ramoscello arenato ai margini di quell’immenso fiume che continuava a scorrere senza di me e che mi stava ancora chiamando, mentre io mi ero perso altrove.
Ma venne il giorno che anche l’attività equestre, che sembrava impossibile da abbandonare, per me cessò ed avvenne nel momento in cui ebbi finalmente il coraggio di affrontare la transizione da
La tempesta che si abbattè sulla mia vita infatti travolse tutto, anche il mio lavoro.
Io mi sentivo come se fossi in mezzo al mare, con un’onda enorme pronta a travolgermi ed
ingoiarmi per sempre, proprio come una delle tante barchette “agitate da due venti”, in mezzo a terribili procelle, con “nocchieri spaventati” di cui tanti castrati hanno cantato la paura, interpretando le arie di Vivaldi, o Porpora, o Broschi o Vinci…
Non sapevo dove quella tempesta mi avrebbe portato, ero terrorizzato e tutto quello che volevo era trovarmi su di un lido tranquillo, dove poter trascorrere una pacifica vita al maschile ed allevare i miei figli, che nel frattempo erano nati.
Una delle cose che mi preoccupò di più nel processo fisico della transizione fu proprio il
cambiamento della voce.
Quando cominciai ad assumere il testosterone andai incontro alla muta che tutti gli adolescenti maschi sperimentano, quella per fermare la quale furono sacrificati i genitali di tanti bambini nell’epoca d’oro dei castrati.
Le mie corde cominciarono ad ingrossarsi e la mia voce a spezzarsi.
Fu un momento molto duro. Vissi come una sorta di lutto. Non si può rinascere senza prima morire ed il senso di morte che accompagnò una fase di quel cambiamento, seppur fortemente voluto e foriero di felicità, serenità e consapevolezza, è ben rappresentato dalla perdita che sentivo per la mia voce, che avrei voluto registrare cantando per me, in modo da non dimenticarla mai.
Ma non lo feci, perché alla fine capii che non di morte si trattava ma anzi di un mettere in equilibrio ciò che viveva dentro di me.
Però il periodo in cui questa strana muta mi impediva di parlare correttamente e mi rendeva
assolutamente impossibile cantare fu in effetti difficile da affrontare. La voce si spezzava
continuamente, non sapevo mai cosa sarebbe uscito dalla mia gola ed ebbi paura di averla persa per sempre, come una novella sirena, in cambio della mia maschilità.
Fu lo scambio di esperienze con altri ragazzi ftm che mi rassicurò sul fatto che entro sei, nove mesi al massimo sarei riuscito nuovamente a parlare con fluidità.
Ma rimaneva il problema del canto. Non riuscivo più a riconoscere le note, non riuscivo più a capire cos’ero…
Era come aver sempre guidato una Ferrari e trovarsi all’improvviso senza patente e senza neanche sapere come si accende un’auto.
Qualcosa dentro di me si era spezzato, come se non ci fosse più il collegamento tra il mio cervello, che conosceva la musica, e la mia gola.
Uscivano solo primitivi suoni gutturali mentre la mia mente ancora cantava arie di Mozart…
Mi sentii come dicono essere quelle persone che escono da lunghi stati di coma e che devono
reimparare a fare tutto, anche a camminare, cosa difficilissima ed inquietante…
Avevo tutto ma non più la mia voce.
Mestamente cominciai a smettere di ascoltare le registrazioni dei miei soprani preferiti ed ascoltare le voci maschili…ma quelle arie non mi piacevano e quelle voci mi erano estranee.
Un giorno però, sulle scale di quella che era allora la mia casa, che presto avrei lasciato per
separarmi dal mio coniuge, feci una promessa a me stesso: ricominciare a studiare canto ed
imparare a conoscere e governare questa mia nuova voce.
Avrei fatto suonare anche quello strumento e finalmente mi sarei unito nuovamente alla musica, e quella promessa mi rese il futuro meno incero e pauroso.
Un nuovo sipario si apriva davanti a me.
Pensai di farmi seguire da una cantante con cui avevo condiviso anni di studio, che nel frattempo era diventata un’apprezzata soprano professionista. La chiamai e le spiegai la situazione e le mie
intenzione e lei mi invitò nel suo nuovo appartamento, nel quartiere seicentesco della mia città.
Che emozione rivedere il suo pianoforte, che tanto tempo addietro aveva comprato mentre assieme ci cimentavamo nelle lezioni di solfeggio. Quello che avevo comprato io giaceva invece, da anni,
scordato, in casa di mia madre.
Le sue mani leggere cominciarono a suonare le scale musicali che tante e tante volte avevamoeseguito assieme ma io non riuscivo più a riconoscerle, sembrava che nella mia memoria fossero rimaste solo una manciata di note.
Dopo una mezz’oretta mi sentivo stanco, sperso e frustrato ed invece delle note stavano per uscire lacrime di sconfitta.
Si preoccupò che la cura ormonale potesse aver danneggiato in qualche modo le mie corde e mi consigliò di fare una visita da una foniatra specializzata in cantanti lirici, di cui mi diede il recapito, per verificare lo stato fisico del mio strumento.
“Ho paura di fare danni” mi confidò.
In effetti capii che nessun maestro di canto avrebbe messo le mani su di me prima di avere un parere medico, perché nessuno si era mai trovato davanti un allievo ftm e non avrebbero saputo come impostare il lavoro senza prima avere la certezza di che tipo di voce si sarebbero trovati davanti.
Così, dopo un mese, e dopo aver risparmiato i soldi necessari, affrontai anche questo scalino e mi ritrovai nello studio elegante ed impeccabile di questa una foniatra che seguiva molti cantanti lirici, in un imponente palazzo storico fiorentino.
Mi accolse con gentilezza e curiosità, stupita dal mio caso.
La visita non fu proprio una passeggiata. Io ero teso e preoccupato per quel verdetto e avere un endoscopio ficcato nella gola che scatta foto non è proprio una cosa piacevole.
Però alla fine ebbi la soddisfazione di vedere le immagini delle mie corde, che erano sì ingrossate dal testosterone, ma perfettamente sane e funzionali, e che assomigliavano incredibilmente ad una
vagina!
Non lo avrei mai immaginato…
Con quel tesoro tornai dalla maestra e quella volta, per la prima volta, uscii dal mio corpo la mia voce di petto, quella prettamente maschile.
La salutai con gioia e soddisfazione, una bella voce profonda e baritonale. Che sorpresa per me e che bello sentirla suonare.
Ma la sorpresa più bella fu che, man mano che i vocalizzi salivano di tono, io continuavo a
cavalcarli e la mia voce usciva, questa volta di testa, con facilità, su, sempre più su…
Era il mio falsettone, che chiaramente non esisteva quando ero “semplicemente” un soprano.
Adesso avevo due voci, una maschile da baritono ed una di testa, usando il falsetto, che era perfetta per cantare da sopranista.
Fu quello che disse anche la maestra: “Hai una voce bellissima tu, hai due voci tu ed il falsetto è stupendo, perché sembra un soprano ma con alcune caratteristiche tipicamente maschili. Devi continuare a studiare, devi sfruttare questa voce, che è perfetta per il repertorio barocco.”
Io la guardavo ancora confuso, le sue parole avevano qualcosa di incredibile per me, era come se il mio sogno si fosse improvvisamente materializzato dentro la mia gola e avevo paura che fosse tutta
una sottile illusione.
Mi propose di studiare “Ombra mai fu” di Händel, per iniziare ad esercitarmi con qualche aria.
Ma quella è sempre stata la mia aria preferita! Per anni ho sognato di cantarla e con queste
sembianze.
Mi sentivo come se tanti pezzi di un puzzle, che vorticavano attorno a me, si mettessero con facilità e diligentemente al loro posto, combaciando perfettamente.
Mi sentivo a casa!
“Ombra mai fu di vegetabile” ed uscendo da quella casa, in un pomeriggio di primavera già troppo caldo, dovetti fermarmi a prendere una birra fresca, per tornare su questa terra e sentirmi più umano, e riflettere se non fosse tutto un sogno.

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