Veganismo Nativo: le Native femministe mangiano il tofu! by Margaret Robinson

Margaret Robinson è una nativa Mi’kmaq vegana che vive a Toronto. Ha conseguito un Ph.D in teologia presso l’University of St. Michael’s College, a Toronto. Attualmente lavora presso il Centro per le Dipendenze e la Salute Mentale. È coordinatrice del progetto “Rischio e resilienza tra le persone bisessuali in Ontario: uno studio di comunità sul benessere mentale delle persone bisessuali”

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Il veganismo è spesso associato con l’essere bianchi, ma una lettura ecofemminista e post-colonialista delle leggende Mi’kmaq serve come base per una dieta vegan radicata nella cultura Nativa, scrive Margaret Robinson.
14 Novembre 2010
Proponendo quest’idea ci sono due barriere significative. La prima è  l’associazione del veganismo con i bianchi. Nel libro Real Natives Don’t Eat Tofu (I veri Nativi non mangiano tofu), Drew Hayden Taylor riporta che l’astensione dal mangiare carne é una pratica dei bianchi. In uno scherzo all’inizio del documentario Redskins, Tricksters and Puppy Stew (Pellerossa, imbroglioni e stufato di cucciolo) chiede “Come è chiamato un Nativo vegetariano? Un pessimo cacciatore”.
L’ecologista Robert Hunter dipinge le persone vegan come “eco-gesuiti” e “ fondamentalisti veggie”, che “forzano i/le Nativi/e a fare cose alla maniera dei bianchi”. Proiettando l’imperialismo bianco verso le persone vegan Hunter permette agli onnivori bianchi di creare un legame con i/le Nativi/e attraverso il mangiar carne. In Stuff White People Like,(Cose che piacciono ai bianchi) l’autore satirico Christian Lander dipinge il veganismo come una tattica per mantenere la supremazia bianca. Scrive “Come molte delle attività dei bianchi, essere vegan/vegetariano permetto loro di sentirsi d’aiuto all’ambiente e dà loro un modo delicato per sentirsi superiori agli altri.”
Rappresentare il veganismo come una cosa da bianchi cancella la maggior parte delle persone vegan in tutto il mondo e le loro scelte alimentari dall’orizzontee tico e religioso, e raffigura i bianchi come le sole persone che hanno a cuore la salute o l’etica del consumo di animali. Quando il veganismo è costruito come una cosa bianca, le persone Native che scelgono una dieta senza carne sono dipinte come se sacrificassero la loro autenticità culturale. Ciò rappresenta una sfida per coloro tra noi che vedono la propria dieta vegana come compatibile eticamente, spiritualmente e culturalmente con le proprie tradizioni native. Il secondo ostacolo al veganismo indigeno è l’associazione con il privilegio di classe. Gli oppositori rivendicano che una dieta vegan è un piacere e che le persone povere devono mangiare quello che è disponibile, non potendo permettersi di essere schizzinose. Con una simile logica, la persona povera non può permettersi di astenersi da caviale o tartufi. Le argomentazioni basate sulla classe di appartenenza danno per scontato che specialità culinarie raffinate, e frutta e verdura importate costituiscano la maggior parte della dieta vegan. Superano anche al costo della carne e danno per scontato che l’industria sussidiaria di carne e latticini in Nord America sia rappresentativa di tutto il mondo. Di fatto, molte della aree più povere del pianeta hanno una dieta che è primariamente a base di vegetali, dato il basso costo della produzione vegetale.
La mia proposta non è quella di rimpiazzare la vibrante cultura tradizionale con una associata alla cultura del privilegio bianco. L’attuale stile alimentare della maggior parte della popolazione Mi’kmaq (First Nations people of New England and Canada – popolazioni native) è di fatto bianco ed è afflitto dalla povertà. Come spiega un* partecipante allo studio di Bonita Lawrence sulle persone Native urbane di sangue misto, “la gente è stata abituata a pensare che la povertà sia indigena – e così la vostra zuppa di maccheroni e la vostra dieta povera sono indigene.” La mancanza di accesso a cibi ricchi di nutrienti è un problema che la popolazione Nativa ha in comune con altri gruppi oppressi dal razzismo e dalla povertà. Come disse Konju Brigs Jr. in Veganism is a revolutionary force in the class war (Il veganismo è una forza rivoluzionaria nella lotta di classe), negli Stati uniti le comunità di colore povere sono spesso private dell’accesso a cibi freschi sani e sproporzionatamente si ritrovano afflitti da malattie dovute alla dieta e allo stile di vita occidentali”. Briggs Jr. identifica questa come una tattica della lotta di classe, mirata a “mantenere le persone cronicamente impoverite, non consentendo loro di essere in salute e vivere a lungo e dall’eccellere come esseri umani”.
Diversi ricercatori (Johnson, 1977; Travers, 1995; Mi’kmaq Health Research Group, 2007) hanno notato che il sistema delle riserve ha prodotto una dieta con un alto contenuto di zuccheri e carboidrati e basso contenuto in proteine e fibre. Come risultato, gli/le Mi’kmaq hanno patito un serio incremento dell’obesità, del diabete mellito e dei calcoli biliari. Il professore di ecologia umana Kim Travers ha individuato tre cause di una dieta povera di nutrienti tra le popolazioni Mi’kmaq: il basso salario, la mancanza di accesso ai trasporti e l’inadeguatezza delle riserve alle coltivazioni agricole, alla pesca o alla caccia. Travers sottolinea che gli/le abitanti delle riserve sono spesso costrett* a mangiare proteine altamente raffinate come burro di arachidi, wurstel o mortadella. Questa dieta è un effetto dell’oppressione su di noi come Nativ*, non un’espressione della nostra tradizione o dei nostri valori. Tradizionalmente, la dieta Mi’kwaq era ricca di carne, consistente in castoro, pesce, anguilla, uccelli, porcospini e a volte animali più grandi come balene, alci o caribù, accompagnati da verdure, radici, noci e frutti di bosco. Nella lingua Mi’kmaq la parola cibo è la stessa per castoro, stabilendo così la carne come archetipo del cibo commestibile. L’uso degli animali come cibo è rappresentato abbondantemente anche  nelle leggende Mi’kmaq. La produzione e il consumo del cibo nella cultura Mi’kmaq è coniugata al genere. La caccia era un’attività maschile, connessa con il mantenimento della virilità. La prima uccisione di caccia di un ragazzo fungeva da simbolo della sua entrata nell’età virile. Rifiutare la caccia era rifiutare anche il metodo tradizionale della costruzione dell’identità maschile. Tuttavia il contesto in cui questa identità era costruita è cambiato significativamente dall’arrivo dei colonialisti eur0pei. La carne, come simbolo del patriarcato unito alle forze colonizzatrici, è indubbiamente molto più assimilabile delle pratiche come il vegetarianismo.
L’autrice vegana femmista Carol J. Adams sostiene che la creazione del concetto di carne  richede la rimozione dalle nostre coscienze dell’animale, il cui corpo morto viene ridefinendo come cibo. La Adams scrive:
La funzione del referente assente è di tenere la nostra carne separata da qualunque idea che lei o lui una volta erano un animale, per tenere il “moo” o il “coccodé” o il“beee” lontani dalla carne, per tenere lontano qualcosa dall’essere visto come qualcuno. Una volta che l’esistenza della carne è stata disconnessa dall’esistenza di un animale ucciso per diventare “carne”, la carne diventa disancorata dal suo referente originale (l’animale) diventando invece un’immagine fluttuante, spesso usata per riflettere lo status delle donne come quello degli animali.
Mentre è evidente nell’industria della pelliccia, nell’industria della pesca e dell’allevamento, il distanziamento di cui parla Adams non è fondante nei miti Mi’kmaq. In queste storie il rendere altro la vita animale, che conforta psicologicamente l’uso del mangiar carne, è rimpiazzato da un modello di creazione in cui gli animali sono rappresentati come nostri fratelli e sorelle.

Nelle leggende Mi’kmaq la vita umana e animale sono in un continuum, spiritualmente e fisicamente. Gli animali parlano, sono capaci di trasformarsi in umani, e alcuni umani sposano queste creature che hanno cambiato forma e crescono bambini animali. Gli stregoni umani possono prendere la forma di un animale, alcune persone si trasformano nel loro animale totemico e altri ancora sono trasformati in animali contro la loro volontà. Un’esegesi ecofemminista delle leggende Mi’kmaq ci permette di inquadrare il veganismo come una pratica spirituale che riconosce gli umani e gli altri animali come aventi uno stato di persona condiviso. La Micmac Creation Story narra di Glooskap, di sua nonna e spesso di suo nipote e di sua madre. Glooskap è stato creato dall’argilla rossa e inizialmente non ha mobilità, rimanendo sulla propria schiena, nello sporco. Sua nonna era originariamente una roccia, suo nipote la schiuma del mare e sua madre una foglia. Nella storia di Nukumi, la nonna, il Creatore crea una vecchia donna da una roccia coperta di rugiada. Glooskap la incontra e lei accetta di diventare  sua nonna, fornendogli saggezza in cambio di cibo. Nukumi spiega che in quanto an la ziana ha necessità della carne perchè non può vivere solo di piante e bacche. Glooskap chiama Martora e chiede di poter offrire la sua vita, così  che la nonna di Glooskap possa vivere. Martora accetta in virtù della loro amicizia. Per questo sacrificio, Glooskap fa di Martora suo fratello. Questa storia rappresenta, attraverso i personaggi di Glooskap e Martora, la relazione di base dei Mi’kmaq con le creature attorno a loro. Gli animali desiderano fornire cibo e indumenti, rifugio e utensili, ma devono sempre essere trattati con il rispetto dovuto ad un fratello e un amico.Alcune versioni di The Micmac Creation Story parlano anche della nascita del nipote di Glooskap dalla spuma del mare intrappolata nella gliceria. Per festeggiare l’arrivo del nipote, Glooskap e la sua famiglia fanno una festa a base di pesce. Glooskap invita i salmoni dei fiumi e dei mari a venire a riva e offrire le loro vite. Anche se non priva di problematiche, questa dinamica è aperta alla possibilità di rifiuto da parte dell’animale. Inoltre, il racconto mina la diffusa visione che gli umani abbiano un innato diritto ad usare la carne animale come cibo. Glooskap e la sua famiglia non vogliono uccidere tutti gli animali per la loro soppravivvenza, indicando moderazione nelle loro pratiche di pesca. Il filo conduttore è quello della dipendenza, non della dominazione. La soppravivvenza umana è la giustificazione per la morte degli amici animali di Glooskap. Gli animali hanno una vita indipendente, un loro scopo e una loro relazione con il creatore. Non sono stati fatti per essere cibo, ma diventano cibo volentieri come sacrificio per i loro amici. Questo è ben lotanto dalla prospettiva del cacciatore bianco, per cui le popolazioni animali sono ritenute da controllare, trasformando il macello in un servizio offerto, piuttosto che in uno ricevuto.
Un’interessante eccezione a questo argomento è la Storia di Glooskap e la Sua Gente, che dà la colpa agli animali stessi per l’aggressione da parte dell’uomo. In questo racconto Malsum, una controparte malefica di Glooskap, rivolta gli animali contro l’eroe. Glooskap annuncia “Ho creato gli animali per essere amici dell’uomo, ma loro si sono comportati con egoismo e slealtà. D’ora in poi, saranno i vostri servitori e vi approvigioneranno di cibo e indumenti”. Qui Glooskap, non il Creatore, è la fonte della vita animale e ha potere su di loro. L’originale visione di armonia è perduta e prende posto l’inequalità come punizione per aver ascoltato Malsum. In questo modo, la storia è simile all’espulsione di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, con gli animali al posto di Eva. Glooskap mostra agli uomini come costruire archi, frecce e lance. Mostra anche alle donne come raschiare le pelli e fare abiti. “Ora avete il potere anche sulla più grande delle creature selvatiche,” egli disse, “ma vi incarico di usare questo potere con dolcezza. Se prendete più cacciagione di quanta ve ne serva per vivere e vestirvi, o uccidete per il piacere di uccidere allora sarete visitati da un gigante senza pietà chiamato Carestia”. Anche in questa storia, che cerca di giustificare il dominio, la corretta relazione con gli animali è solo per cibo e abiti. Gli animali mantengono un diritto sulle loro vite, e i loro diritti non possono essere messi da parte con leggerezza.
Queste storie caratterizzano gli animali come persone indipendenti con diritti, desideri e libertà. Se è richiesto il consenso di un animale per giustificare il suo consumo, allora si apre la possibilità che il consenso possa essere revocato. Pesca e caccia eccessive e la totale distruzione dell’habitat naturale potrebbero certamente spingere gli animali a ripensare l”‘accordo”. Un’altra caratteristica di alcune storie Mi’kmaq è il rammarico che accompagna la morte di un animale. In Story of Badger and His little Brother (Storia di Tasso e del suo fratellino), gli uccelli sono stati invitati in un wigwam (N.d.T. abitazione Nativa americana, a forma di cupola, solitamente ricoperta di pellame e corteccia) e chiesto loro di chiudere gli occhi. Tasso inizia ad uccidere gli uccelli. Suo fratello, sentendosi in colpa per averne uccisi più di quanti ne servissero loro per mangiare, mette in guardia gli uccelli e li aiuta a scappare. In The Story of Nukumi and Fire (La storia di Nukumi e del fuoco), Nukumi spezza il collo a Martora e lo posa al suolo, ma Glooskap si pente immediatamente delle loro azioni. Nukumi parla al Creatore e Martora è riportato in vita e ritorna alla sua casa sul fiume. Al suolo ora è steso il corpo di un’altra martora. Questo aspetto del racconto è molto lontano da una storia delle ragioni del mangiare gli animali. Martora è sia vivo che morto – morto come una martora disponibile per il consumo della nonna, ma vivo come Martora, l’amico di Glooskap e la sua gente. The Adventures of Katoogwasees (Le avventure di Katoogwasees) parla di come la nonna di Glooskap usò la magia per ottenere una quantità illimitata di carne di castoro da un singolo osso, riflettendo il desiderio di abbondanza slegato dal bisogno di cacciare.
Rimpianto e gentilezza sono invece le caratteristiche della storia di Muin, The Bear’s Child (Muin, il figlio dell’Orsa).  In una versione di questo racconto un giovane ragazzo, Siko, è intrappolato in una cava dal suo crudele patrigno e lasciato lì a morire. Gli animali lo sentono piangere e cercano di salvarlo, ma solo mamma Orsa, Muiniskw, riesce a muovere le pietre che bloccano l’ingresso. Siko è allevato come un orso. Più tardi la famiglia orso di Siko è attaccata dai cacciatori e sua madre viene uccisa. Siko dice ai cacciatori “Sono un umano, come voi. Risparmiate la cucciola orsa, è la mia sorella adottiva.” Gli Indiani stupiti mettono giù le loro armi e risparmiano la vita dell’orsetta di buon grado. Sono spiacenti di aver ucciso mamma orsa, che era stata così buona con Siko. Qui possiamo vedere che il rimpianto per la morte dell’animale è contestualizzato nella gentilezza del rapporto tra umani e animali. Alla fine della storia, Siko dichiara ”Sarò chiamato Muin, figlio dell’Orsa, da oggi in poi. E quando sarà cresciuto e sarò cacciatore, non ucciderò mai una mamma orsa o i suoi piccoli!”. Altre versioni di questo racconto mostrano Muin che si rivela prima che gli orsi siano uccisi e che i Mi’kmaq risparmiano la vita a tutte le mamme orso e ai loro piccoli, da allora in poi, come segno di gratitudine a Muiniskw per la protezione offerta al ragazzo.
Questo rimpianto é espresso anche nei rituali che circondano l’atto di caccia. L’Anziano Mi’kmaq Murdena Marshall descrive un rituale simile, una danza “per ringraziare lo spirito dell’animale per aver dato la propria vita per il cibo. Nella danza, una persona mostra le abilità di caccia attraverso una messa in scena della caccia stessa. La gente canta e condivide storie durante la performance”. In contrasto con la visione illuminista degli umani come separati dagli animali a causa della parola e del pensiero, qui gli animali sono non solo capaci di pensiero e parola, ma si può dire che sono pari alle persone. Il valore dell’animale non giace nella sua utilità all’uomo, ma nella sua propria essenza come essere vivente.
Non tutte le tradizioni culinarie del popolo Mi’kmaq hanno la carne al suo centro. La madre di Glooskap era una foglia su un albero a cui era stata data vita e forma umana dal sole. La festa celebrata per la nascita della madre di Glooskap è interamente vegetariana e il nipote, il cui ruolo è solitamente quello del cacciatore, diventa raccoglitore in questa occasione. Se riconsciamo che le attività tradizionalmente svolte dalle donne Mi’kmaq, come la raccolta di frutta, vegetali e bacche sono pienamente tradizioni Native, allora possiamo creare una narrativa indigena contro la promozione della carne.
Ecofemminismo e veganismo dei popoli Nativi
I valori derivanti da una esegesi ecofemminista delle storie Mi’kmaq possono servire come punto di partenza per un veganismo nativo. La personalità degli animali, la loro autodeterminazione e il nostro rimpianto per la loro morte, tutto ciò mostra che scegliere di non chiedere il loro sacrificio è una leggitima opzione Mi’kmaq. Dal momento che la cultura vegana testimonia che il consumo di animali come cibo, abbigliamento e riparo non è più necessario, allora la tradizione Mi’kmaq suggerisce che la caccia e l’uccisione dei nostri fratelli animali non è più autorizzata. Se le donne hanno iniziato la caccia, come nella storia della nonna di Glooskap, di sicuro abbiamo il potere di terminarla. Dato che la popolazione Nativa è il bersaglio di un genocidio, le pratiche culturali che adottiamo o rigettiamo sono di vitale importanza. Bonita Lawrence nota come le pratiche quotidiane sono state usate storicamente per valutare l’autenticità delle rivendicazioni dell’identità nativa e accordare lo status di Indiano/a. Alcuni possono sostenere che l’incarnazione dei valori Mi’kmqa in nuove pratiche, come il veganismo, non è uno sviluppo legittimo. Finora coloro che danno valore solo alla conservazione di una tradizione immutabile si uniscono ai poteri colonialisti nel non accettare una indigenità contemporanea.
C’è molto di più della mia cultura e della nostra relazione con la terra, in modo particolare come donne, che non nella caccia e uccisione degli animali. La moderna pesca commerciale, spesso spacciata come un’offerta di sicurezza economica alle comunità Native, è in realtà ben più lontana dai valori Mi’kmaq di quanto lo sia la moderna pratica vegana. La prima vede il pesce come oggetto che può essere raccolto per lo scambio commerciale, con potere economico che prende il posto della sussistenza, mentre il secondo è radicato nella relazione con gli animali basata su rispetto e responsabilità. Bisogna inoltre fare attenzioni alle circostanze e ai bisogni che cambiano tra la popolazione Mi’kmaq. Pochi/e tra noi possono mantenersi con le attività tradizionali di caccia, pesca o raccolta. Come dimostra una ricerca, i/le Mi’kmaq che vivono in zone residenziali sono solitamente dipendenti da cibo confezionato. Inoltre, metà della popolazione Nativa del Canada vive nelle aree urbane (Siggner & Costa, 2005). Quando con “Nativo” si definisce esclusivamente uno stile di vita primordiale, ciò riflette la nostra volontaria estinzione come popolo.
La reinterpretazione della tradizione e della malleabilità del rituale ha permesso ai nostri antenati di sopravvivere al genocidio, alla carestia, alle malattie, agli spostamenti forzati, all’isolamento nelle riserve, ai collegi (nel testo residential schooling – N.d.T.) e a subire altre malattie coloniali. Similmente, dobbiamo trovare dei modi per adattarci alla crescente individualità della vita urbana. Una soluzione è incorporare i nostri valori tradizionali in nuovi rituali. Con l’adozione di una dieta vegetariana o vegana, la preparazione dei nostri pasti e il loro consumo possono essere fusi con un sgnificato trascendente, dato che richiamiamo la nostra connessione con gli altri animali, condivisa con il Creatore, e prefigura un tempo in cui possiamo vivere in armonia con gli animali, come Glooskap fece prima dell’invenzione della caccia. Pratiche culinarie, valori e quotidianità condivise possono creare legami tra la gente Nativa che aiuta a contrastare l’isolamento e l’individualismo della vita urbana.
Il veganismo ci offre un senso di appartenenza ad una comunità morale i cui valori e la visione del mondo sono resi concreti attraverso pratiche quotidiane che mantengono i valori dei nostri antenati, anche se in conflitto con le loro pratiche tradizionali. In gioco nella creazione di un veganismo nativo c’è l’autorità della gente Nativa, specialmente delle donne Native, nel determinare l’autenticità culturale per se stessi/e. Il discorso del bianco dominatore dipinge la cultura Nativa come focalizzata nel mantenere un passato pre-coloniale. Questo va sostituito con il riconsocimento che la cultura Nativa è una tradizione vivente, che risponde alle circostanze e ai cambiamenti sociali ed ambientali. Nel portare interpretazioni post-colonialiste ed ecofemministe nelle nostre storie, nel ri-raccontare le storie tradizionali, nel creare nuove storie, le donne Native rivendicano l’autorità per la propria cultura. Nel fare ciò, riconosciamo che le nostre tradizioni orali non sono fisse nel tempo e nello spazio, ma sono adattabili ai nostri bisogni, ai bisogni dei nostri fratelli e sorelle animali e alla terra stessa.
fonte originale
Nota di traduzione: nel testo, si è voluta mantenere la maiuscola dell’inglese Native, come segno di rispetto.
Traduzione a cura di E.B.
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